attualità, economia

L’anno nero dei coloni: la campagna di boicottaggio fa crollare l’export del 14%

Un lavoratore tailandese lavoro riposa sul retro di un camioncino riempito di fiori appena tagliati nell'insediamento ebraico di Petsael (foto di Oded Balilty/Ap)

Un lavoratore tailandese lavoro riposa sul retro di un camioncino riempito di fiori appena tagliati nell’insediamento ebraico di Petsael (foto di Oded Balilty/Ap)

Il boicottaggio, certificano i numeri, funziona. Gli attivisti filo-palestinesi esultano. I coloni dicono che stanno puntando su altri mercati e che «non c’è da festeggiare perché diamo lavoro ad almeno 6.000 palestinesi». Mentre a Gerusalemme più di qualcuno non nega che il problema rischia di portare tensioni sociali. Per non parlare delle ripercussioni sull’economia dello Stato ebraico.

E allora: dicono i numeri che il 2013 – grazie o per colpa della campagna internazionale di boicottaggio – è stato l’«anno nero» per il mercato dei prodotti realizzati negli insediamenti ebraici in terra cisgiordana. Le esportazioni dei 21 centri più importanti sono calate del 14 per cento (pari a 29 milioni di dollari) dopo la decisione presa da molte catene europee di distribuzione alimentare – soprattutto britanniche e scandinave – di non mettere più nei loro scaffali peperoni, aromi, datteri, uva ed erbe fresche coltivati dai coloni.

«I danni sono chiaramente enormi», ha raccontato all’Associated Press David Elhayani, capo del Consiglio regionale della Valle del Giordano, l’ente che rappresenta circa 7 mila coloni. «Oggi, a dire il vero, non stiamo vendendo praticamente nulla nell’Europa occidentale».

Tutto è iniziato nel 2005 quando alcuni attivisti palestinesi, per costringere Israele a ritirarsi dalla West Bank, lanciarono la campagna di «boicottaggio, disinvestimento e sanzioni» (Bds). La cosa è partita in sordina. Ma poi è arrivata in Europa e negli Usa dove ha attecchito presso le organizzazioni di sinistra. «Si tratta comunque di un fastidioso rumore di fondo», ha commentato tempo fa Yigal Palmor, portavoce del ministero degli Esteri. Opinione non condivisa da Yair Lapid. Che, in un’intervista di settimana scorsa al sito internet Ynet, ha spiegato senza troppi giri di parole: «Questa situazione non può andare avanti così. Prima o poi colpirà in modo pesante il nostro portafoglio, per non parlare delle esportazioni».

Alcuni palestinesi tagliano le cipolle in un campo agricolo di proprietà di un colono vicino all'insediamento di Tomer. Secondo l'organizzazione ebraica locale almeno 6 mila palestinesi hanno un lavoro grazie alle aziende agricole dei coloni (foto di Oded Balilty/Ap)

Alcuni palestinesi tagliano le cipolle in un campo agricolo di proprietà di un colono vicino all’insediamento di Tomer. Secondo l’organizzazione ebraica locale almeno 6 mila palestinesi hanno un lavoro grazie alle aziende agricole dei coloni (foto di Oded Balilty/Ap)

«Fino a pochi mesi fa l’80 per cento della mia verdura finiva negli scaffali dei supermercati dell’Europa occidentale, soprattutto in Gran Bretagna», ha raccontato all’Ap Niva Benzion, colona residente a Netiv Hagdud. «Ma negli ultimi due anni le vendite sono crollate: ora il mio nuovo mercato è in Russia e nell’est Europa dove registro un +40 per cento nelle esportazioni». Un dato, quest’ultimo, che non compensa del tutto il calo delle esportazioni nel Vecchio Continente, tant’è vero che lei ha dovuto ridurre di un terzo l’area per le coltivazioni.

«In totale le vendite di peperoni e uva nell’Europa occidentale – soprattutto Regno Unito e Scandinavia – sono crollate del 50 per cento, mentre le spezie hanno registrato un calo tra il 30 e il 40 per cento», conferma Zvi Avner, capo della sezione agricoltura della Valle del Giordano.

Da «Marks & Spencer» («Dal 2007 non vendiamo prodotti degli insediamenti») a «Morrisons» (quarta catena di supermercati in Gran Bretagna), da «Co-op» («Gli insediamenti sono illegali») a «Waitrose» («Non è un boicottaggio, le motivazioni sono commerciali»), sono sempre di più le aziende che decidono, per un motivo o l’altro, di non rifornirsi più presso le società che hanno sedi o terreni negli insediamenti ebraici.

Alcuni giorni fa anche Pggm, fondo pensionistico olandese, ha deciso di optare per il «boicottaggio», ritirando i suoi soldi investiti da 5 banche israeliane «perché coinvolte nel finanziamento delle costruzioni dei coloni in Cisgiordania». Una decisione che non è per niente piaciuta a Gerusalemme, tanto da aver chiesto un chiarimento – il secondo in poche settimane – all’ambasciatore olandese a Tel Aviv.

© Leonard Berberi

Standard
attualità

Svizzera, la catena “Migros”: ora etichette per i prodotti delle colonie

Gli attivisti filopalestinesi esultano. Gli israeliani s’arrabbiano. E loro, i protagonisti, precisano. Sottolineano. Prendono le distanze. Smentiscono. 

Migros, una delle più importanti catene di supermercati della Svizzera, ha annunciato che farà sapere ai propri clienti se i prodotti presenti negli scaffali dei negozi arrivano da insediamenti ebraici in Cisgiordania e Gerusalemme est. In questo modo – ha spiegato la compagnia – «si vuole offrire maggiore trasparenza ai consumatori, visto che governo elvetico e Nazioni unite considerano illegali le colonie di Israele, basandosi sul diritto internazionale».

Ma quando poco dopo sono piovute critiche la portavoce di Migros, Monika Weibel, ha sottolineato che la catena «non appoggia gli appelli di gruppi filopalestinesi per il boicottaggio dei prodotti provenienti dagli insediamenti, ma vuole che siano i clienti a scegliere quale merce acquistare». Fino a ora le etichette di Migros riportavano solo l’origine israeliana nel caso il prodotto provenisse dallo Stato ebraico, ma non specificavano l’eventuale produzione nelle colonie.

A decidere per primo il cambio di passo istituzionale sulla trasparenza delle etichette è stato il governo sudafricano. L’esecutivo ha chiesto ai commercianti «di non indicare in modo scorretto la provenienza da Israele sulle etichette dei prodotti importati dal territorio occupato della Palestina». Ma ora che quella politica è stata adottata anche nel cuore dell’Europa, gli israeliani temono a un’ondata di nuove etichette. Tutte rigorosamente «made in West Bank’s settlement» e «made inEast Jerusalem».

© Leonard Berberi

Standard
attualità

Convegno senza le donne, due medici cancellano la partecipazione

“No, grazie”. “Noi, a un convegno sulla fertilità senza le donne, non veniamo”. Due noti medici israeliani – Yuval Yaron del “Lis Materniy Hospital” di Ichilov e Uriel Elchalal dell’Ospedale universitario Hadassah di Gerusalemme – hanno polemicamente cancellato la loro partecipazione ad un incontro su fertilità e legge religiosa ebraica dopo aver appreso che le donne erano state escluse dall’evento. Lo riferisce il sito di Haaretz, in un nuovo capitolo delle sempre più frequenti tensioni fra laici e ultraortodossi in Israele.

Il convegno, che si apre la settimana prossima a Gerusalemme, è stato indetto dal Pua, un gruppo religioso di medici che riceve finanziamenti dallo Stato. Gli organizzatori hanno escluso le donne ginecologhe ed altre professioniste nel campo della fertilità sia dall’intervenire in pubblico che dal partecipare ai gruppi di lavoro.

Contro l’esclusione è stata lanciata una campagna su Facebook, che ha subito prodotto il boicottaggio da parte di due medici uomini chiamati a partecipare. «L’asserzione che le donne non possono essere invitate a intervenire in una conferenza sulla medicina per le donne è professionalmente assurda e rappresenta una esclusione delle donne nel pieno senso della parola», ha scritto uno dei due medici, il professor Yuval Yaron, in una lettera indirizzata agli organizzatori del convegno.

Standard