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Four more years

Quattro anni. Il piccolo cresce. Si alimenta. Incuriosisce. Fa discutere. E comunque, ed è questo che interessa a chi lo cura (cioè il sottoscritto), tiene aperta una finestra. Sul Medio Oriente, ovvio.

Sono passati esattamente quarantotto mesi e più di mille post dal primo, datato 12 novembre 2009. Per chi se lo vuole leggere basta cliccare qui. E di solito, almeno questo ammettiamolo, ci si lascia andare in lunghi sproloqui su quanto è bello, quanto ci divertiamo, quanto siamo utili al mondo.

No, vi risparmio tutto questo. Mi prendo solo qualche riga per ringraziare (soprattutto) chi qui ci viene spesso e condivide e qualche volta commenta o s’arrabbia. Ma devo dire grazie anche a chi qui ci passa soltanto perché veicolato da Google Immagini o perché cerca informazioni “turistiche”. Sì, perché – con mia grande sorpresa – il post più letto per ora è «Dieci cose da fare (e vedere) quando andate a Tel Aviv».

A presto
Leo

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attualità

Nota ai lettori

Cari lettori,
da oggi “Falafel Cafè” passa sulla piattaforma del sito “Linkiesta”. Un bel salto di qualità per un blog che in tutto questo tempo è riuscito a fare – nel suo piccolo – la sua parte. Su questo spazio d’ora in avanti troverete solo le prime righe dei posto e poi un link diretto al blog sul sito “Linkiesta”. Commenti, critiche e suggerimenti saranno – ora più che mai – bene accetti.

Grazie (e buona Pasqua)
Leo

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intervista

“Io, ragazzo di Gaza, vi spiego quanto sia cambiata la nostra vita con l’arrivo di Internet”

Mohammed Rabah Suliman è un ragazzo di 21 anni. Nato in Arabia Saudita, ora vive a Gaza City e studia Letteratura Inglese all’università islamica della città. È anche un famoso blogger nella Striscia, tanto che il suo spazio virtuale “Gaza diaries of peace and war” accoglie spesso gli umori che si agitano nell’area mediorientale. Ho avuto il piacere di intervistarlo per “Sette”, il settimanale del Corriere della Sera. Sotto trovate il resto dell’intervista. Qui, invece, trovate il pezzo uscito a pagina 22 dell’edizione del 10 marzo 2011. (l.b.)

* * *

Mohammed, come vive un ragazzo nella Gaza di oggi? Cosa fa?
«Dipende dove si trova. Il campo profughi di Jabaliya è un inferno. Tel al-Hawa, poco distante, è quasi un paradiso»

Qual è la tua giornata-tipo?
«Mi sveglio nella tarda mattinata, leggo un libro, mi aggiorno su quello che è successo nel mondo, navigo in Internet. La sera di solito esco con i miei amici. E prima di andare a dormire, sto ancora un po’ sul web. Ovviamente l’andazzo è diverso quando devo frequentare l’università».

Com’è cambiata la vita con l’arrivo di Internet e dei social network?
«Per uno studente come me sono diventati una parte essenziale della vita. Di solito non sto meno di quattro, cinque ore al giorno su Internet, quando non salta l’energia elettrica. E chi ha un blog, un forum, chi ha interesse a seguire le notizie del mondo non può fare a meno né dei siti, né dei social network».

Pensi che Internet possa cambiare una società come quella palestinese?
«Sono convinto che lo farà. Anzi, qualcosa – in questo senso – si sta già verificando. C’è un grande numero di blogger, di attivisti politici e dei diritti civili, scrittori, giornalisti ed esperti di informatica che, consapevolmente o meno, stanno già facendo qualcosa, stanno già modificando la nostra società attraverso la Rete».

Come viene raccontata, secondo te, la realtà palestinese dagli stranieri?
«Diciamo che c’è ancora molta strada da fare. La vera immagine della Striscia e della Cisgiordania non è stata ancora mostrata al resto del mondo. Ci vorrà ancora tempo, ma per adesso va bene così: l’importante è che si continui a parlare di noi e della nostra condizione».

I palestine papers sembrano aver reso più difficile il dialogo con Israele. Tu che pensi?
«È vero. Però il contenuto non ci ha sorpreso. Erano – e sono – cose che qui tutti sapevano da tempo. Ora si apre una fase delicata. E bisogna anche ammettere che – come dice il giornalista Ali Abunimah di “Electronic Intifada” – il processo di pace, così come lo conosciamo, è morto».

Si arriverà mai a una pace con Israele? Qual è il sentiment della maggioranza palestinese?
«Dipenderà da come Israele si comporterà con noi, se continuerà nella sua politica aggressiva, nei suoi omicidi mirati, nel furto della terra e negl’insediamenti. Se farà tutto questo, la Pace non ci sarà mai. Non perché noi – soprattutto di Gaza – siamo contro la pace, ma perché non possiamo farci umiliare nel nome della Pace».

Secondo molti analisti quella del Cairo potrebbe portare i palestinesi della Striscia a chiedere una maggiore democratizzazione. Cosa ne pensi?
«A Gaza abbiamo due problemi: uno è la democrazia, l’altro è il blocco israeliano. È ovvio che risolvendo uno non si pone più nemmeno l’altro problema».

Che rapporto c’è tra la popolazione di Gaza e Hamas?
«Hamas gode ancora di un’ampia popolarità qui nella Striscia. Ma è anche vero che negli ultimi tempi il loro gradimento è sceso di molto. C’è molta rabbia contro il potere e un po’ di disperazione per questo continuo fratricidio con i palestinesi di Fatah e della Cisgiordania».

Meglio Hamas o Al Fatah per il futuro Stato palestinese?
«Nessuno dei due. Entrambi hanno fallito ed entrambi non sono in grado di governare la Palestina. Né Hamas, né Fatah hanno in testa un’idea effettiva di quello che dovrà essere il nostro Stato».

Cosa ne pensi di Gybo, l’associazione dei giovani di Gaza che vuole promuovere il cambiamento?
«Mi piace il loro manifesto, però non è scritto bene e l’organizzazione non è proprio il massimo. Forse dovrebbero battersi per cose più realistiche e mettere da parte l’idealismo. Però mi rendo conto che è anche un modo per attirare l’attenzione dei media».

Secondo te una maggiore democratizzazione può arrivare solo dai palestinesi o serve l’aiuto di Unione europea e Stati Uniti?
«Solo i palestinesi possono risolvere i problemi della Palestina. Compreso il processo di democratizzazione».

© Leonard Berberi

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tecnologia

Da Tom Cruise all’albero genealogico. Le dieci innovazioni (israeliane) che hanno cambiato il web

Ofer Adler deve ringraziare Tom Cruise. E il film “Mission: impossible”. In una scena, si vede l’attore mandare una mail e alla fine del testo inserisce una faccina. O meglio: un emoticon.

Da quel lontano 1996, lì, nella sala di un cinema di Tel Aviv, l’ex broker Adler – che allora aveva 26 anni – ha avuto l’idea geniale: rendere reale quella faccina vista nella pellicola. Del resto aveva cercato sul web quell’applicazione. Ma non l’aveva trovata. Così ci ha pensato su e s’è chiesto: perché non poteva farlo lui?

E così è stato. Dopo quattordici anni, Incredimail è uno dei marchi più famosi al mondo. Le sue applicazioni sono state scaricate più di 80 milioni di volte e in cento paesi. Insieme, è cambiato anche il modo di usare la posta elettronica. Non più il testo grigio e formale. Ma faccine divertenti e animazioni coinvolgenti. Poi è venuta la partnership con Google – dal luglio 2008 – e la società ha affrontato meglio di tutte la crisi: solo nel primo quadrimestre di quest’anno ha fatturato 7 milioni di dollari.

È solo uno degli esempi di successo di start-up israeliane. Perché per avere un’idea di quante ce ne sono nello Stato ebraico basta immettersi nella strada che da Tel Aviv porta ad Haifa, nel nord del paese. Le insegne, decine, stanno tutte ai bordi della strada. E ti accompagnano per chilometri. Negli anni quelle insegne sono aumentate. Fatti i conti, in pochi chilometri ce ne sono più di tremila. E sono quasi tutte start-up. Se poi si calcola che nel 2009, 447 società di high tech israeliane hanno fatturato circa 1,12 miliardi di dollari, non è riduttivo scrivere che sta venendo fuori un’altra Silicon Valley.

Migliaia di israeliani stanno contribuendo a cambiare il web. E lo fanno con pochi soldi e molta determinazione. Eccovi la top ten delle società high tech con la stella di Davide.

1. Answers.com

È stata lanciata nel gennaio del 2005. Tu fai la domanda e lui ti cerca le risposte più accreditate. In seguito è stata rinonimata “WikiAnswers” e negli Usa, nel 2009, è stata classificata come il secondo sito con più margini di crescita dopo Facebook.

2. MediaMind (ex EyeBlaster)

Un sistema web che permette di ottimizzare Internet ad uso e consumo di chi intende far pubblicità. Nel 2009, MediaMind ha curato la pubblicità online di più di 8.500 marchi in 55 paesi del mondo. Nei prossimi mesi intende quotarsi nel Nasdaq.

3. IncrediMail

Faccine, utility per il pc e software per la posta elettronica. Sono le armi vincenti di IncrediMail. Con una storia di cui abbiamo già scritto sopra.

4. iMedix

È un motore di ricerca globale dedicato soltanto alle questioni che riguardano la salute e la sanità. Mette insieme le informazioni medico-scientifiche basandosi anche sulle esperienze dei pazienti. È stata fondata nel 2007.

5. Outbrain

Ha iniziato a funzionare nel 2006 come un motore di ricerca dei blog da leggere. I blogger possono prendere questo widget e inserirlo alla fine di ogni post. Così da permettere ai lettori di dare un giudizio. Un ottimo strumento per districarsi nella giungla dei blog.

6. Kaltura

Fondata nel 2006, ma lanciata nel 2007, è la prima piattaforma online di video open source. Una sorta di Wikipedia dei video che offre la possibilità di ottimizzare i propri video. Ad oggi, più di 60mila web-publisher usano la tecnologia Kaltura. A partire da marchi quali Pepsi, Pbs, Sony Music.

7. Face.com

Fondata nel 2007, si tratta di una tecnologia di riconoscimento facciale che analizza e identifica le persone presenti in una foto caricata. È stata messa a disposizione come applicazione di Facebook nel 2009 e permette di taggare le foto in cui si trova un utente tra le tante sparse tra gli album degli amici virtuali.

8. MyHeritage

È un social network per le famiglie. Fondato nel 2003, aiuta gli internauti a costruire il proprio albero genealogico sulla base della condivisione globale delle informazioni. Ad oggi, MyHeritage conta 540 milioni di profili registrati e 47 milioni di utenti attivi.

9. FixYa

È un assistente online che si basa sulla comunità di esperti e consumatori dei prodotti tecnologici. Si può chiedere l’assistenza della comunità virtuale su tutto: dai problemi con un autoveicolo a quello con l’iPad. Le informazioni sono costantemente aggiornate e monitorate.

10. Conduit

È usato da TechCrunch, Amazon e altri 220mila siti. Ha rivoluzionato il modo degli editori e degli scrittori di editare i loro contenuti e allargare le fette di mercato. Ha permesso anche di rendere famose opere che faticavano attraverso i canali classici. Secondo recenti calcoli, 19 nuovi utenti ogni secondo installano Conduit.

© Leonard Berberi

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Villaggio palestinese rivede dopo anni l’acqua potabile. Grazie agli attivisti 2.0

Il villaggio israeliano di al-Tawana (foto Ynet)

L’ultima volta che avevano visto l’acqua sgorgare dai propri rubinetti non se la ricordano nemmeno. Però la richiesta ufficiale per ripristinare il collegamento idrico l’avevano fatto. Poi rifatto. Quindi ripetuto. Per anni. Ma non c’era nulla da fare.

Poi sono arrivati gli attivisti 2.0. Hanno iniziato a usare Internet. A creare gruppi di pressione e sensibilizzazione via blog, su Facebook, a cinguettare a tutto il mondo su Twitter, a organizzare percorsi “turistici” per le vie del villaggio a secco, a inventare un gioco virtuale. E a diffondere il caso via Wikipedia. Poi, certo, hanno usato anche il telefonino, gli sms e le mail.

È così che, dopo undici settimane di campagna, mille attivisti (quasi tutti israeliani) impegnati in media 55 volte al giorno, tutti i giorni, per 1.850 ore di fila, ecco dopo tutto questo il villaggio palestinese di al-Tawana – dalle parti dei Monti Hebron – ha rivisto l’acqua sgorgare dai rubinetti delle proprie case e dei propri edifici.

Anni di battaglie burocratiche sconfitte da una campagna sul web. «Abbiamo riflettuto molto sul come sensibilizzare le persone sul tema», ha spiegato Ehud Uziel, dell’Associazione per i diritti civili in Israele. «Poi abbiamo adattato l’esigenza del villaggio al modo di informarsi degl’israeliani».

Nella campagna di sensibilizzazione, gli attivisti hanno “bombardato” di mail il ministro della Comunicazione, Moshe Kahlon, e molti parlamentari della Knesset. Dopo undici settimane, due attivisti sono stati contattati dal generale Yoav Mordechai, a capo dell’Amministrazione civile. Che li ha ringraziati per le tante lettere di protesta e ha assicurato loro che il villaggio sarà collegato all’acqua potabile in pochissimi giorni.

«A voler essere onesti non speravamo proprio di arrivare a un risultato così buono», ammette ora Uziel.

Leonard Berberi

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E il soldato-blogger accusa: con questi stipendi non ce la facciamo a sopravvivere

Piccolo esame di microeconomia. Se, in un mese, le entrate sono di 783 shekel (168 euro circa) e le uscite di 880 shekel (190 €). Se siete un soldato e quindi non potete trovarvi un lavoro. E se, infine, voleste concedervi un vizio, piccolo piccolo, come un gelato, dove potreste trovare i soldi?

Domanda innocente. Ma che centra il problema di decine di migliaia di soldati israeliani dell’Idf, le forze armate del Paese. Ed è merito di Yoav B., uno di questi soldati, che attraverso il suo blog ha alzato il velo sulla questione.

“Solo di cellulare spendo 90 euro al mese”, fa l’elenco Yoav. “Qualcuno di voi insinuerà che l’avere una ragazza comporti una spesa superiore, ma io posso dirvi che una ragazza in questo momento non ce l’ho. Sfortunatamente”. “C’è una battuta – continua il militare – che dice che quando diventi comandante lo stipendio ha un aumento simbolico di 40 centesimi di euro, ma la bolletta del tuo cellulare aumenta di 40 euro”.

Poi c’è il capitolo cibo: 70 euro. Anche se ci sarebbe la mensa della base militare. Ma, commenta Yoav, “l’ultima cosa che vorresti dopo 12 ore di pattugliamento è mangiare della carne preparata tre giorni prima”. Quindi la pulizia dell’abbigliamento (10 euro). Infine, il divertimento: “Mediamente 20 euro”, rivela Yoav. Poco, per gli standard dei giovani israeliani. Ma, chiarisce il militare, “non c’è molto tempo per fare festa quando torni a casa una o due volte al mese e, piuttosto che fare le ore piccole, preferisci passare il fine settimana dormendo”.

“E se volessi comprare del gelato? O fare un regalo di compleanno ai miei amici? O comprare dei vestiti decenti? O pagare il biglietto del bus? Dove li troverei i soldi”, si chiede Yoav. Difficile trovare soldi in giro. E che quel che si deve pagare lo mettono di genitori di tasca propria. “In questo momento mi sa che devo vendere un rene al mercato nero degli organi”, provoca Yoav. E nel farlo lancia pure un segnale al governo Netanyahu.

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