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Postcards from Middle East / 71

Truppe britanniche per le vie della città di Betlemme. Nel 1938

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attualità, economia

Il risveglio del turismo in Palestina: 3,3 milioni di visitatori nel 2010

Che l’aria sia cambiata tra Israele e Cisgiordania? A leggere certi numeri, pare proprio di sì. Come quelli relativi al bilancio 2010 sui flussi umani verso la West Bank: lo scorso anno, dicono questi dati, 3,3 milioni di persone sono entrate in Cisgiordania, cento posti di blocco israeliani sono stati rimossi e restano aperti solo sedici checkpoint lungo il confine – ancora caldo – tra i due paesi.

Notizie positive anche sul fronte economico. Stando ai dati dell’Autorità nazionale palestinese lo scorso anno sono arrivati nelle città della West Bank qualcosa come 225 milioni di dollari e il Prodotto interno lordo della Cisgiordania è cresciuto del 9 per cento. In questo, solo la componente arabo-israeliana pesa per il 5,5 per cento del Pil.

Jenin, Nablus, Hebron, Qalqilya, Tulkarem, Betlemme, Gerico. Non sono più solo città di turismo religioso e di scontri tra israeliani e palestinesi. Sono sempre più centri di attrazione del turismo israeliano e mondiale. Solo a Jenin, per esempio, nel 2010 sono state aperte 600 nuove attività commerciali. Così come i due parchi divertimenti – uno a Jenin, l’altro a Tulkarem –, uno zoo a Qalqilya e un parco acquatico a Gerico.

Tra i turisti arabo-israeliani, un milione e trecentomila ha visitato almeno una volta la città di Jenin. Altri 800mila sono stati a Betlemme, mentre a Tulkarem e Qalqilya hanno messo piede altri 700mila. Ultima nella classifica delle grandi città palestinesi, Hebron: in 60mila hanno osato visitare una città contesa tra ebrei e musulmani.

 © Leonard Berberi

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attualità

Betlemme, record di visite alla basilica della Natività

Il patriarca latino Fouad Twal durante la messa notturna alla basilica della Natività (AP Photo/Fadi Arouri)

Una folla così, giurano in molti, non s’era mai vista. I più sicuri, invece, dicono che non succedeva da almeno dieci anni. Basilica della Natività, Betlemme, 25 dicembre 2010: oltre centomila fedeli hanno affollato l’edificio, hanno pregato e hanno intonato le canzoni natalizie. L’anno scorso – stesso giorno, stesso luogo – di persone se n’erano presentate a malapena la metà. La fonte non desta sospetti: l’esercito israeliano, responsabile della gestione del flusso umano in uscita ed entrata.

Che i tempi siano cambiati? È presto per dirlo. Anche se padre Juan Maria Solana, di stanza – pardon: di chiesa – a Gerusalemme, ha detto ai cronisti dell’Associated Press che quella di ieri «è stata una bellissima giornata, una di quelle che ridà serenità e speranza ai due popoli».

Il presidente palestinese Abu Mazen in prima fila alla messa natalizia di Betlemme (AP Photo/Fadi Arouri)

Al di là delle frasi ottimistiche – e da queste parti ce n’è sempre bisogno –, un altro segno che quest’anno qualcosa è cambiato si trova anche nelle prenotazioni alberghiere: tutte e 2.750 stanze presenti a Betlemme sono state occupate da tempo. Il tutto in una città che, in sessant’anni, ha dimezzato la popolazione di religione cristiana: erano il 75% del totale nel 1950, si sono ridotti al 33% nel 2010.

«Possano le campane delle nostre chiese abbassare il rumore delle armi nel nostro ammaccato Medio Oriente», ha detto nella messa notturna il patriarca latino Fouad Twal, il capo dei religiosi cattolici per la Terra Santa. In prima fila il presidente palestinese Abu Mazen annuiva. E pregava.

© Leonard Berberi

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attualità

Natale, ecco le notizie da Israele e Palestina

(Reuters)

La carica dei cinquecento. Circa 500 fedeli della comunità cristiana della Striscia di Gaza, l’enclave palestinese controllata dagli islamico-radicali di Hamas, si sono messi in marcia in vista del Natale per raggiungere Betlemme, in Cisgiordania, attraverso il varco israeliano di Eretz. I fedeli potranno partecipare ai riti della Natività nella città di Gesù grazie a speciali lasciapassare concessi in occasione della festività cristiana dalle autorità israeliane, che hanno imposto ferree restrizioni lungo i confini con la Striscia fin dall’ascesa di Hamas nel 2007. Secondo le stime più generose, la presenza cristiana dell’enclave conta in totale – fra ortodossi e cattolici – circa 3.500 persone su oltre un milione e mezzo di abitanti musulmani. Si tratta di una comunità che ha subito attacchi vandalici e intimidazioni durante gli scontri del 2007 che portarono al potere Hamas e sulle cui condizioni anche oggi continua a emergere di tanto in tanto qualche segnale d’allarme. Il vertice politico di Hamas si è ripetutamente impegnato negli ultimi tempi a garantire protezione alla sparuta minoranza religiosa.

Bontà natalizia. Israele consentirà agli agricoltori e agli imprenditori palestinesi della Striscia di Gaza di esportare all’estero merci prodotte nel territorio. sarebbe la prima volta dal giugno 2007. È quanto riferisce la radio militare israeliana, precisando che sinora era stata consentita solo l’uscita di merci prodotte nell’ambito di progetti internazionali. Da domenica nella Striscia di Gaza dovrebbe essere tutto pronto per il nuovo ritmo di esportazioni. La notizia arriva dopo che l’8 dicembre il gabinetto israeliano della sicurezza ha autorizzato un «significativo aumento» delle esportazioni dalla Striscia di Gaza alla Cisgiordania, sulla base di un coordinamento con l’Autorità nazionale palestinese, e all’estero.

(Miriam Alster / Epa)

Turisti della natività. Tornano i turisti a Betlemme, dove in vista del Natale ormai imminente si consolidano i segnali positivi di un rilancio delle presenze di pellegrini e ospiti dopo qualche anno di relativa stasi. A confermarlo all’Ansa è il vicesindaco, George Saade. «Il periodo natalizio – spiega Saade – è cruciale per la nostra economia. Gli introiti maggiori vengono dal turismo, che noi cerchiamo di incentivare organizzando un fitto calendario di eventi». E i turisti non sembrano in effetti deludere le attese: gli hotel stanno facendo registrare in questi giorni il tutto esaurito, mentre dall’inizio del 2010 le presenze si sono attestate già a 1,1 milioni, un 20% in più rispetto al 2009. Non manca tuttavia il problema delle limitazioni di accesso. Israele ha annunciato la concessione di alcune migliaia di permessi speciali per il Natale, destinati in particolare a favorire lo spostamento interno ai Territori – e fra Betlemme e Gerusalemme – dei fedeli arabo-cristiani. Per il vicesindaco tuttavia non basta.

Numeri cristiani. Sono 153.200 i cristiani (2% della popolazione) registrati all’anagrafe israeliana per questo 2010. Il dato è stato reso noto dall’Ufficio centrale di statistica di Gerusalemme. Tra questi, poco più dell’80% sono arabo-israeliani e la maggior parte è arrivata dalle ex repubbliche sovietiche negli anni Novanta grazie alla “legge sul ritorno”. Nazareth è la città dove si concentra la maggior parte (22.300 persone), seguita da Haifa (13.700) e Gerusalemme (11.500).

(Leonard Berberi / Agenzie)

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attualità

Cisgiordania, l’adozione di un libro “bipartisan” nelle scuole palestinesi diventa un giallo

«Questa è la versione palestinese. E ora, per favore, girate pagina, per sapere quella israeliana». Per una volta la Cisgiordania precede lo Stato ebraico. Almeno nei libri di testo adottati dalle scuole. Almeno per fare un passo avanti. Forse. Perché quello che all’inizio sembrava essere uno schiaffo alla democrazia israeliana, dopo qualche ora è stata smentita da ufficiali palestinesi.

Facciamo un passo indietro. Secondo il quotidiano israeliano Haaretz, l’Autorità nazionale palestinese avrebbe deciso di adottare il libro “Imparare la narrativa storica dell’altro”, un testo che racconta la storia del Medio oriente dal punto di vista sia dei palestinesi che degl’israeliani. Sarebbe la prima volta per gli studenti della Cisgiordania quella di conoscere anche la versione degli ebrei.

La copertina del testo con entrambe le versioni della storia mediorientale

Lo stesso libro, l’anno passato, era stato bocciato dal ministero dell’Educazione dello Stato ebraico. E tra pochi giorni il dicastero dovrà vedersela con il primo “ribelle”: Aharon Rothstein, preside del liceo Sha’ar Hanegev, vicino a Sderot. Rothstein «dovrà chiarire» perché ha deciso di adottare quel testo.

«I palestinesi dimostrano di essere più avanti del nostro ministero dell’Educazione quando si tratta di far conoscere l’altra versione sul conflitto», ha detto al quotidiano Haaretz un funzionario addetto alla gestione del libro contestato. E ha aggiunto che tutto questo «è una situazione imbarazzante».

Solo che – citato dall’agenzia palestinese Maan News Agency – un funzionario del ministero dell’Educazione di Ramallah ha smentito l’adozione del testo con la versione “sionista”.

L’unica cosa certa, per ora, è che all’interno del testo c’è il lavoro di docenti israeliani, palestinesi e svedesi, coordinati da Dan Bar-On, docente dell’università Ben Gurion del Negev, e Sami Adwan dell’ateneo di Betlemme. Questa collaborazione ha soprattutto un obiettivo: promuovere la coesistenza tra i popoli. Pagina dopo pagina.

I primi a beneficiare di questi libri di testo saranno due licei nei pressi di Gerico. L’ultima edizione è scritta in tre lingue (arabo, ebraico, inglese) e prevede uno spazio dove gli studenti possono scrivere le loro annotazioni a margine di ogni capitolo.

Leonard Berberi

(ultimo aggiornamento: mercoledì 13 ottobre, ore 23.38)

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attualità

I rabbini visitano la moschea bruciata e attaccano: “Questo è un atto vile e contro la Torah”

Il rabbino Fruman, dell'insediamento di Tekoa, visita l'interno della moschea (foto di Noam Moscowitz / Ynet)

Qualcuno le ha interpretate come le prove generali per la pace. Certo è che faceva un certo effetto vedere una delegazione di rabbini provenienti dagl’insediamenti condannare – dall’interno di un edificio religioso musulmano – la profanazione delle ultime ore ai danni di una moschea. E, soprattutto, portare sotto braccio decine di copie nuove di zecca del Corano, il libro sacro dell’Islam.

Le «prove generali» sono andate in scena ieri pomeriggio nei pressi di Betlemme. Dove, il giorno prima, la moschea di Beit Fajar era stata bruciata insieme alle copie del Corano. Le prove – stando alle forze di sicurezza palestinesi – porterebbero a un gruppo di coloni che abitano vicino all’area.

Dopo una serie di incomprensioni durate un giorno intero, la delegazione ebraica è riuscita a far visita al luogo sacro musulmano. Scortata comunque da soldati dell’esercito israeliano (che ha fermato il lancio di pietre contro le proprie pattuglie) e da poliziotti palestinesi, ma anche per nulla intimorita di dire quello che il momento chiedeva.

«Siamo qui per condividere insieme ai fratelli musulmani l’orrore che questo attacco provoca», ha detto il rabbino Brin. «E per mettere in chiaro che questo non è il modo di comportarsi che indica la Torah, perché è un gesto moralmente sbagliato e offensivo. Noi non educhiamo così i nostri figli. E anche se con alcuni seguaci abbiamo avuto qualche frizione, l’Islam non è una religione ostile».

L.B.

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attualità, sport

E a Betlemme i palestinesi guardano il calcio sul muro costruito da Israele

Un telo bianco attaccato al muro di separazione e un proiettore. Così vede le partite di calcio del mondiale in Sudafrica una parte di palestinesi di Betlemme

L’hanno chiamato in tutti i modi. Il “muro dell’apartheid”. Il “muro di contenimento”. Il “muro di difesa”. Il “muro della vergogna”. Più semplicemente è la costruzione in cemento armato che Israele ha eretto per separare la Cisgiordania da Israele. Ma dall’11 giugno, quella realtà, è anche altro. È il “muro del calcio”.

Ogni sera, da quando sono iniziati i mondiali di calcio in Sudafrica, centinaia di persone si siedono di fronte alla barriera. Un proiettore e un telo bianco (attaccato al muro) trasmettono le sfide di calcio. Ci sono palestinesi. Tanti. C’è qualche straniero. C’è il bar improvvisato che vende bibite fresche e cibo e sigarette. Ci sono i tavoli, gli immancabili narghilè. E le discussioni che ogni partita di calcio genera: il cross sbagliato, il calcio di rigore fallito, il fuorigioco fantasma.

Quel pezzo di Palestina, per novanta minuti, sembra un posto come tutti gli altri. Ci si dimentica pure di quel grande muro dove vengono proiettate le immagini. Non si notano i graffiti e i disegni che denunciano l'”occupazione ebraica”. Ci si dimentica pure dei soldati israeliani che sorvegliano l’area per evitare ingressi illegali sul loro territorio. Anzi: c’è chi giura di aver sentito un “militare ebreo chiedere l’aggiornamento sulla partita”. E c’è chi giura di aver sentito anche la risposta.

Leonard Berberi

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