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Il risveglio del turismo in Palestina: 3,3 milioni di visitatori nel 2010

Che l’aria sia cambiata tra Israele e Cisgiordania? A leggere certi numeri, pare proprio di sì. Come quelli relativi al bilancio 2010 sui flussi umani verso la West Bank: lo scorso anno, dicono questi dati, 3,3 milioni di persone sono entrate in Cisgiordania, cento posti di blocco israeliani sono stati rimossi e restano aperti solo sedici checkpoint lungo il confine – ancora caldo – tra i due paesi.

Notizie positive anche sul fronte economico. Stando ai dati dell’Autorità nazionale palestinese lo scorso anno sono arrivati nelle città della West Bank qualcosa come 225 milioni di dollari e il Prodotto interno lordo della Cisgiordania è cresciuto del 9 per cento. In questo, solo la componente arabo-israeliana pesa per il 5,5 per cento del Pil.

Jenin, Nablus, Hebron, Qalqilya, Tulkarem, Betlemme, Gerico. Non sono più solo città di turismo religioso e di scontri tra israeliani e palestinesi. Sono sempre più centri di attrazione del turismo israeliano e mondiale. Solo a Jenin, per esempio, nel 2010 sono state aperte 600 nuove attività commerciali. Così come i due parchi divertimenti – uno a Jenin, l’altro a Tulkarem –, uno zoo a Qalqilya e un parco acquatico a Gerico.

Tra i turisti arabo-israeliani, un milione e trecentomila ha visitato almeno una volta la città di Jenin. Altri 800mila sono stati a Betlemme, mentre a Tulkarem e Qalqilya hanno messo piede altri 700mila. Ultima nella classifica delle grandi città palestinesi, Hebron: in 60mila hanno osato visitare una città contesa tra ebrei e musulmani.

 © Leonard Berberi

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Betlemme, record di visite alla basilica della Natività

Il patriarca latino Fouad Twal durante la messa notturna alla basilica della Natività (AP Photo/Fadi Arouri)

Una folla così, giurano in molti, non s’era mai vista. I più sicuri, invece, dicono che non succedeva da almeno dieci anni. Basilica della Natività, Betlemme, 25 dicembre 2010: oltre centomila fedeli hanno affollato l’edificio, hanno pregato e hanno intonato le canzoni natalizie. L’anno scorso – stesso giorno, stesso luogo – di persone se n’erano presentate a malapena la metà. La fonte non desta sospetti: l’esercito israeliano, responsabile della gestione del flusso umano in uscita ed entrata.

Che i tempi siano cambiati? È presto per dirlo. Anche se padre Juan Maria Solana, di stanza – pardon: di chiesa – a Gerusalemme, ha detto ai cronisti dell’Associated Press che quella di ieri «è stata una bellissima giornata, una di quelle che ridà serenità e speranza ai due popoli».

Il presidente palestinese Abu Mazen in prima fila alla messa natalizia di Betlemme (AP Photo/Fadi Arouri)

Al di là delle frasi ottimistiche – e da queste parti ce n’è sempre bisogno –, un altro segno che quest’anno qualcosa è cambiato si trova anche nelle prenotazioni alberghiere: tutte e 2.750 stanze presenti a Betlemme sono state occupate da tempo. Il tutto in una città che, in sessant’anni, ha dimezzato la popolazione di religione cristiana: erano il 75% del totale nel 1950, si sono ridotti al 33% nel 2010.

«Possano le campane delle nostre chiese abbassare il rumore delle armi nel nostro ammaccato Medio Oriente», ha detto nella messa notturna il patriarca latino Fouad Twal, il capo dei religiosi cattolici per la Terra Santa. In prima fila il presidente palestinese Abu Mazen annuiva. E pregava.

© Leonard Berberi

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