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VIDEO / Israele, xenofobia in aumento. E a Tel Aviv è caccia all’africano

Il terrore negli occhi. La notte che si fa più buia di quel che già è. Il respiro che manca. E quella folla inferocita di gente sconosciuta che lì, nel bel mezzo di una delle vie più trafficate della città, si rende protagonista di uno dei tentativi di linciaggio più gravi a memoria d’Israele. Per non parlare degli altri che, a pochi metri di distanza, entrano in un negozio di alimentari distruggendo tutto.

Sud di Tel Aviv, 23 maggio 2012. Il sole è calato da un pezzo. E pure la ragione di queste decine di persone che – armate di slogan razzisti e bastoni e pietre – cercano di rompere tutto quel che identificano come gestita dai migranti africani. I poliziotti? Ci sono. Prima stanno alla larga. Lasciano sfogare le frange più estreme. Poi, però, quando rischia di scapparci il morto, decidono ch’è troppo. E intervengono. I fermati in tutto sono ventuno.

I raduni popolari erano stati organizzati contro l’immigrazione clandestina. Con l’ok di alcuni deputati di destra ed estrema destra. Gli stessi che garantiscono la maggioranza che regge il premier Benjamin Netanyahu. Ma gli slogan xenofobi sono stati soltanto l’antipasto. Poi è stata l’ennesima caccia all’africano. Regolare o meno, non importa. Quel che interessa è fare male.

Le polemiche sono state infinite. Anche se, in mezzo a tutto questo, s’è levata la voce di Eli Yishai, ministro dell’Interno e stella polare del partito ultraortodosso di governo “Shas”. Ecco, mentre tutto il Paese s’è risvegliato un po’ sotto choc per quelle immagini vergognose dalla liberale Tel Aviv, Yishai ha rispolverato la sua fissazione politica contro gli stranieri suggerendo la detenzione temporanea dei clandestini e l’espulsione di massa.

Quando in un’intervista radiofonica gli hanno chiesto un parere sulla manifestazione di mercoledì, il ministro non se l’è sentita di condannare il gesto. «Non posso giudicare un uomo la cui figlia è stata magari violentata o una donna che ha paura di tornare a casa la sera», ha detto Yishai. «Bisogna mettere tutti questi illegali dietro le sbarre di centri di detenzione e poi rispedirli a casa perché rubano il lavoro agli israeliani e perché minacciano il carattere ebraico di Israele».

Quella dell’immigrazione clandestina sta diventando un problema per lo Stato ebraico. Il flusso è ancora basso, rispetto ai paesi europei. Ma crescente. I migranti lasciano l’Africa, arrivano nel Sinai, superano il confine tra Egitto e Israele e vanno a vivere soprattutto nelle periferie delle grandi città come Tel Aviv. Periferie dove, però, covano da anni rancori e frizioni tra i poveri del posto e immigrati arrivati da tempo. Il muro che lo Stato ebraico sta costruendo lungo la frontiera con l’Egitto per ora sembra non aver fermato il flusso più di tanto. In pochi mesi gli irregolari sono schizzati a 60 mila.

© Leonard Berberi

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politica

E i laburisti accusano Netanyahu di essersi comprato i “mi piace” su Facebook

L'annuncio su Facebook dei 200.000 "mi piace" della pagina ufficiale di Netanyahu

Ma non è che pure lui, il primo ministro, alla fine ha ceduto alle lusinghe del mercato degli amici su Facebook? Non è che, pure lui, s’è comprato i contatti? La domanda se l’è posta Shelly Yehimovich, ex volto del tg di Canale 2 e, soprattutto, leader del Labour, il partito israeliano di centrosinistra. Quindi l’opposizione all’attuale governo.

Ecco, scrive Yehimovich che grazie a un suo attivista ha fatto una scoperta molto interessante. Scoperta che, in sintesi, si potrebbe scrivere così: Benjamin Netanyahu, primo ministro d’Israele, ha un sacco di “amici” su Facebook che in realtà con lui non avrebbero nulla a che fare. Ergo: se li è comprati.

Tutto è iniziato quando Noga Katz, portavoce del Likud (il partito di centrodestra del premier), ha comunicato che «la pagina Facebook di Netanyahu ha raggiunto i 200mila “mi piace”». Non l’avesse mai fatto. Nel giro di poche ore ecco l’annuncio – sul sito ufficiale – della Yehimovich: Netanyahu? «Un primo ministro sì, ma a vedere i contatti dell’Indonesia e degli Stati Uniti».

Shelly Yehimovich, leader del Labour

E qui bisogna fare un passettino indietro. Un blogger, elettore laburista, ha scoperto che più di metà (52%) dei “mi piace” di Netanyahu è di utenti americani, il 17% è di simpatizzanti israeliani e il 3% di iscritti al social network indonesiani.

Ecco, a parte il fatto – secondo Yehimovich – che sembra improbabile che il primo ministro di un Paese abbia più preferenze in un altro Paese, com’è possibile «che ci siano tutti questi indonesiani a tifare per lui quando l’Indonesia è il più grande Stato musulmano e con il quale noi, Israele, non abbiamo nessun tipo di relazioni diplomatiche?». Scrive ancora, sarcastica, Yehimovich: «Mi sembra poco probabile che il nostro caro premier abbia fatto breccia nei cuori degl’indonesiani». A proposito: di “mi piace” sulla sua pagina Facebook, la leader laburista ne ha circa 20mila.

Dall’ufficio di Netanyahu non hanno ancora replicato alle insinuazioni. Ma è chiaro che questo post, sul web, segna l’inizio della campagna elettorale per le prossime elezioni politiche. Elezioni che dovrebbero svolgersi nel 2013 (nei primi mesi del prossimo anno, quindi), ma che – secondo molti – potrebbero essere anticipate, Iran permettendo, per permettere a Netanyahu di approfittare dei sondaggi che lo danno – ancora oggi – favorito per la rielezione.

© Leonard Berberi

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attualità

Ultimatum e manovre a tenaglia: così Israele e Iran si preparano alla guerra

Si rincorrono tante voci, in questi giorni. E più che voci son dardi velenosi. Lasciati andare qua e là. E che convergono tutti in un solo punto: ancora un passo e il conflitto tra Israele e Iran diventa inevitabile.

L’ultima voce – peraltro non smentita – dice che in una riunione del gabinetto di sicurezza israeliano la maggior parte dei membri avrebbe detto al premier Benjamin Netanyahu di appoggiare l’ipotesi di un attacco alla Repubblica islamica. Non una risposta a Teheran, ma un’azione militare preventiva contro i siti nucleari iraniani «per scongiurare che il regime si doti dell’arma atomica».

Tra i favorevoli ci sarebbero lo stesso Netanyahu e il ministro della Difesa Ehud Barak. Soltanto sei ministri, per ora, si sarebbero opposti all’opzione più estrema. E la notizia non fa piacere al presidente Usa Barack Obama. Nella visita del 5 marzo scorso a Washington, il premier israeliano gli ha assicurato che Gerusalemme non attaccherà l’Iran – se le cose dovessero procedere con questi ritmi – «prima delle elezioni presidenziali americane di novembre». In cambio Obama avrebbe garantito di rifornire Israele dei missili a lunga gittata e in grado di sfondare le protezioni sotterranee dei centri iraniani di stoccaggio del materiale nucleare.

L'Iron Dome (sistema anti-razzi) in azione sul suolo israeliano (Getty Images)

«L’Iran ha un’ultima chance: deve raggiunge l’intesa sulle ispezioni ai siti atomici e accettare i vincoli al suo programma nucleare nei colloqui in Turchia. In caso contrario Israele lancerà il raid militare». Il messaggio è stato spedito da Gerusalemme a Washington. E poi da lì a New York. Qui, alla fine della riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il Segretario di Stato Usa, Hillary Clinton l’avrebbe riferito a Sergey Lavrov, il capo della diplomazia russa. E poi gli avrebbe fatto una richiesta: «L’avviso israeliano bisognerebbe recapitarlo a Teheran, così evitiamo un conflitto spaventoso nel bel mezzo della crisi siriana».

Lo Stato ebraico, a sentire l’intelligence russa, avrebbe in realtà già iniziato a prepararsi per un intervento militare. Secondo i servizi segreti di Mosca se gl’israeliani dovessero lanciare il raid sulla Repubblica islamica è «molto probabile» che partecipino anche gli Stati Uniti. Dicono gli 007 russi che «non è più una questione di se, ma di quando». E aggiungo che «i raid saranno attuati prima della fine dell’anno».

Un gruppo di studentesche israeliane si mette al riparo durante l'allarme missili lanciati da Gaza (Uriel Sinai)

Anche sul fronte iraniano qualcosa si starebbe muovendo. L’intelligence israeliana avrebbe rintracciato la presenza pochi giorni fa in Libano (dove Hezbollah è uno storico alleato di Teneran) di Ali Akbar Javanfekr. Non uno qualsiasi, ma il portavoce del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad. Javanfekr, raccontano gl’israeliani, sarebbe arrivato con una decina di membri dell’entourage di Ahmadinejad. Il 14 marzo si sarebbe anche affacciato lungo il confine pieno zeppo di filo spinato e muri di separazione tra il Libano e Israele.

Gli strateghi militari di Gerusalemme vanno spiegando da giorni a Netanyahu che l’Iran sta lavorando a una strategia ben precisa: l’attacco multiplo, simultaneo e a tenaglia con azioni militari da nord (Libano) e sud (Striscia di Gaza). I quasi 300 razzi sparati dalle formazioni paramilitari palestinesi di Gaza nel giro di poche ore rischiano soltanto di essere le prove generali. Sullo sfondo c’è la Siria. L’incognita dell’eventuale conflitto tra israeliani e iraniani che potrebbe accelerare o scongiurare un disastro nella regione.

© Leonard Berberi

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“Violenze alla domestica”. Nuovo scandalo sulla moglie del premier israeliano

C’è ricascata. E sempre con le domestiche. Ennesimo scandalo politico-famigliare in casa Netanyahu. Sara, la first lady, moglie del primo ministro Benjamin Netanyahu, è di nuovo finita nell’occhio del ciclone (mediatico). Tanto da costringere addirittura l’ufficio del premier a rilasciare un comunicato ufficiale dedicato alle vicende domestiche.

Secondo la televisione Canale 2 la moglie del premier avrebbe avuto un acceso diverbio, sfociato addirittura nella violenza fisica, con una badante nepalese incaricata di accudire suo padre novantaseienne. La donna di servizio si è rivolta a un’associazione che tutela gli immigrati in Israele e ha denunciato la signora Netanyahu d’averla aggredita.

È a questo punto che l’ufficio del premier si è premurato di smentire la versione della nepalese con una «insolita» nota alla stampa in cui si sostiene il contrario: secondo il gabinetto del primo ministro la domestica sarebbe stata in realtà sorpresa a mettere le mani in un cassetto del suocero del premier. A quel punto Sara l’avrebbe rimproverata. La donna, racconta la nota ufficiale, si sarebbe lasciata andare a un attacco di collera procurandosi da sola le contusioni poi lamentate.

La verità, ora, la stabilirà il tribunale. Ma intanto i media annotano che è l’ennesimo episodio in cui una collaboratrice domestica denuncia maltrattamenti, prepotenze e arroganza. Accuse che la donna e suo marito hanno sempre respinto e che l’entourage governativo ha liquidato come il frutto di campagne politico-mediatiche ostili.

L’ultimo precedente risale a gennaio del 2010. Quando l’ex domestica di casa Netanyahu, Lilian Peretz, decise di denunciare la moglie del primo ministro per le umiliazioni subite in sei anni di lavoro e perché Sara non aveva pagato ancora gli straordinari. Anche in quel caso, i riflettori dell’informazione si erano accesi sulla «first couple», attirati anche dalle telefonate minatorie che – a un certo punto – avevano preso di mira l’ex domestica. «Mi manda Bibi, ti conviene ritirare l’esposto entro dodici ore o per te si mette male», continuava a ripetere la voce (anonima) all’altro lato della linea. Così sono dovuti intervenire anche i servizi segreti. Anche perché «Bibi» è il diminutivo del premier.

La vicenda, poi, s’era chiusa un mesetto dopo. Sara Netanyahu aveva deciso di chiudere il contenzioso versando all’ex domestica 23mila shekel (quasi 4.500 euro). Ma aveva anche tenuto a precisare che le accuse erano infondate. «L’ho trattata come una sorella, con affetto e calore», disse ai microfoni. Ora, alla coppia ministeriale, toccherà risolvere l’ennesima grana domestica. Come se al marito non bastassero quelle politiche ed economiche.

(Twitter: @leonard_berberi)

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Israele, i sondaggi premiano il partito dell’ex premier Livni

I risultati delle elezioni del 10 febbraio 2009 proiettati sui grattacieli del complesso Azrieli di Tel Aviv (foto di Amir Cohen / Reuters)

Nomen omen. Kadima (avanti, in ebraico) il partito dell’ex premier Tzipi Livni, rafforza il suo primato nello Stato ebraico. Almeno a leggere gli ultimi sondaggi che, in sintesi, dicono che la formazione di centro fondata da Ariel Sharon continua ad essere – virtualmente – la più votata. Anche se non quanto servirebbe per formare un nuovo governo. Perché, in parallelo, è aumentato il peso dei partiti nazionalisti e confessionali.

Secondo l’ultimo rilevamento, se si votasse oggi Kadima conquisterebbe 34-36 seggi dei 120 della Knesset, il parlamento israeliano. Il Likud, il partito del premier Benjamin Netanyahu non supererebbe i 27 deputati. E dovrebbe fare i conti – in prospettiva futura – con il crollo dei laburisti di Ehud Barak (ministro della Difesa in un governo di destra): dagli attuali tredici seggi, la formazione di centro-sinistra dovrebbe precipitare a sei.

Stabili i partiti di destra del governo Netanyahu. Che, per effetto dell’indebolimento del Labour, avrebbero un peso maggiore negli equilibri dell’esecutivo. Israel Beitenu (destra radicale), il partito del ministro degli Esteri Avigdor Lieberman, manterrebbe i suoi 14 seggi, così come lo Shas (religioso-ultraortodosso) conserverebbe i suoi 11 deputati. Se si votasse oggi, la coalizione governativa Labour-Likud-Israel Beitenu-Shas non otterrebbe la maggioranza dei seggi richiesti per costituire un esecutivo.

Risultati, questi, che hanno ringalluzzito i vertici di Kadima. A partire da Tzipi Livni. La leader, rimasta in silenzio (mediatico) per molte settimane, ha deciso di tornare in tv con una lunga intervista che sarà trasmessa dall’emittente privata Canale 2. Anche se, per ora, il governo Netanyahu resta saldo al potere.

Leonard Berberi

Leggi anche: In Israele un voto di “guerra” (La Sestina)

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