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Lo scandalo sul “detenuto X”, l’appello di Netanyahu alla stampa e i rischi per il Mossad

«Signori, cercate di contenere la notizia il più possibile. Mette in serio imbarazzo una nostra agenzia di sicurezza». Dicono che il premier Benjamin Netanyahu li abbia chiamati tutti i direttori dei giornali e dei tg israeliani. Pochi minuti dopo che uno dei suoi consiglieri più stretti gli ha raccontato cosa stava andando in onda all’altro capo del mondo e in una delle emittenti tv più seguite dell’Oceania. Ovvero la storia-scandalo del “detenuto X”, cittadino australiano, 007 al servizio del Mossad, morto suicida nel carcere di massima sicurezza Ayalon dello Stato ebraico.

Serioso, Netanyahu. Preoccupato. «Angosciato come e forse peggio del 1996», ha raccontato mercoledì sera il tg di Canale 10, «subito dopo aver scoperto che gli agenti del Mossad non erano riusciti ad assassinare ad Amman, in Giordania, Khaled Meshaal, leader di Hamas». Di sicuro anche imbarazzato. Come nel 2010. «Quando, ha spiega sempre Canale 10, scoppiò il putiferio sulla spedizione a Dubai e l’assassinio di Mahmoud al-Mabhouh ripreso praticamente dalle telecamere a circuito chiuso di un albergo».

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu

A Gerusalemme sono molto preoccupati per le conseguenze «operative» del caso del «detenuto X». Soprattutto perché, secondo le ultime informazioni, il cittadino australiano Ben Zygier, insieme ad altri due connazionali, gestiva una società di facciata in Iran per agganciare ed eliminare tutti gli uomini di Teheran coinvolti nel traffico di armi di distruzione di massa.

«Questa vicenda potrebbe avere conseguenze devastanti per gli agenti del Mossad sul terreno, soprattutto in Iran, Siria e Libano», spiegano da Gerusalemme. Il perché è presto detto: «Il caso Zygier rischia di far scoprire tutti gli 007 che lavorano per noi a Teheran, Damasco e Beirut», ha rivelato Canale 10. «Basta fare un’indagine a ritroso e capire chi ha visto, chi ha sentito, con chi è stato nei tre paesi a noi nemici l’agente Zygier». Per questo, al quartier generale del Mossad starebbero già preparando eventuali piani di rimozione urgente degli operativi sul campo.

L'agente del Mossad, Ben Zygier, il giorno del suo matrimonio in Israele

L’agente del Mossad, Ben Zygier, il giorno del suo matrimonio in Israele

Intanto, più passano le ore, più si scoprono dettagli sulla vita misteriosa dell’australiano Zygier. Avvocato di professione, in Israele – dov’è arrivato nel 2000, a 24 anni, l’uomo ha lavorato anche allo studio legale «Herzog, Fox, Neeman» di cui è membro – secondo Canale 2 – Yaakov Neeman, ministro della Giustizia dello Stato ebraico.

L’interesse dell’intelligence australiana per Zygier sorge nel 2009. È in quell’anno che il 007 di Gerusalemme è tornato in Australia per prendersi un master alla Monash University di Merlbourne (dov’è nato). Qui, raccontano, si è messo in contatto con studenti provenienti dai paesi arabi, compresi Arabia Saudita e Iran. Qualcuno l’ha anche assoldato. E sarebbe stato a questo punto che i servizi segreti australiani l’avrebbero convocato, interrogato. Di fatto, scoperto. Secondo qualcuno anche «bruciato», dopo aver spifferato la cosa a un giornalista locale. Da quel momento in poi per Zygier, il «detenuto X», le cose sono peggiorate. Fino a quel mercoledì 15 dicembre 2010.

© Leonard Berberi

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L’accusa del Libano: “Jet e droni israeliani hanno violato il nostro spazio aereo”

Un caccia militare israeliano F-15I (foto Flash 90)

Un caccia militare israeliano F-15I (foto Flash 90)

«Siamo entrati in una nuova fase». Da Gerusalemme non hanno dubbi. L’incursione aerea israeliana in territorio siriano agli inizi di febbraio «è solo l’inizio di una serie di misure per bloccare la minaccia chimica di Damasco». Minaccia che, per ora, nemmeno l’intelligence dello Stato ebraico è in grado di collocare in un punto preciso della mappa mediorientale. A dimostrazione che qualcosa, in questi mesi di caos in Siria, potrebbe essere sfuggita dalle mani.

Da alcune ore velivoli israeliani – caccia e droni – stanno sorvolando i cieli del Libano. La voce è stata confermata dall’autorità centrale di Beirut. Che ha reagito in maniera durissima a quella che chiamano una provocazione. «Gli aerei di guerra di Israele hanno violato più volte il nostro spazio aereo e anche la risoluzione 1701 delle Nazioni Unite», ha dichiarato il comando centrale dell’esercito libanese attraverso il ministero dell’Informazione. La 1701 è il documento che ha fatto finire la guerra tra Israele ed Hezbollah nel 2006.

«I velivoli israeliani hanno volato diverse volte nel nostro spazio e in diverse zone del Paese tra le 10.30 del mattino di giovedì 7 febbraio all’1.15 di notte di venerdì». Non solo. Secondo l’autorità militare libanese alle 18 di giovedì sarebbe stato intercettato anche un drone spedito dallo Stato ebraico e abilitato non al lancio di razzi, ma alla mappatura e al riconoscimento territoriale. «Il drone è passato sopra il villaggio di Nakoura», hanno spiegato da Beirut, «ha compiuto una manovra a U verso Baalbeck, Riyak, Hermel, Al-Arz e se n’è andato all’1.35 di venerdì volando sopra il villaggio di Alma Al-Shaab».

Un veicolo delle Nazioni Unite sul versante libanese del confine con Israele (foto Flash 90)

Un veicolo delle Nazioni Unite sul versante libanese del confine con Israele (foto Flash 90)

Israele, com’è successo nell’incursione – anzi: nelle incursioni – in Siria non ha né confermato, né smentito. Ha, più semplicemente, taciuto. Ma da Gerusalemme spiegano che per capire il quadro di questi giorni e dei prossimi, «bisognerebbe sommare alcune informazioni». Quali? La prima: «il tentativo di trasportare armi chimiche dalla Siria al Libano». La seconda: «l’installazione dei tre sistemi anti-missilistici Iron Dome installati nelle ultime settimane nel nord d’Israele». La terza: «la visita di Ahmadinejad al Cairo». La quarta: «i risultati dell’Europol sull’attentato a Burgas, in Bulgaria, contro il bus di turisti israeliani (6 morti, nda) e il dito puntato contro Hezbollah». La quinta: «i due responsabili dell’attacco di Burgas si trovano ora in Libano».

Il nervosismo di Beirut è confermato anche dal quotidiano arabo pubblicato a Londra, al-Quds al-Arabi. in un articolo si racconta che gli ufficiali di Hezbollah sono inquieti in questi giorni. «Temono in ogni momento – scrive il giornale – di essere attaccati dai caccia israeliani, con una modalità simile a quella messa in atto in Siria pochi giorni fa». Non solo. L’organizzazione terroristica teme che lo Stato ebraico mandi l’unità esperta nei sequestri di persona per rapire «un alto ufficiale». Per questo, anche nel versante libanese del confine tra i due Paesi, esercito e miliziani di Hezbollah hanno deciso di mandare più uomini da questa settimana.

© Leonard Berberi

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Se Beirut e Tel Aviv litigano per “colpa” di un telefilm americano

La querela? «Ci stiamo ragionando». Hamra Street? «Non è un covo di terroristi, ma un elegante quartiere pieno di famiglie della Beirut bene». «Sono offesi? Ma se dovrebbero essere solo orgogliosi che hanno usato la nostra città per raffigurare la loro». E via così. Con accuse e repliche.

Non bastasse la voragine culturale e politica, ora ci si mette pure quella mediatica. Scatenata, a onor del vero, da un telefilm americano – Homeland – premiato con il Golden Globe quest’anno, basato sulla serie israeliana “Hatufim” e con al centro il terrorismo islamico, il post 11 settembre e la Cia.

E allora. A Beirut, capitale del Libano martoriata dalle guerre (prima) e dalle autobomba (in questi mesi), ecco, a Beirut sono arrabbiatissimi. La seconda stagione di Homeland è iniziata con uno dei protagonisti che viene mandato nel Paese dei cedri. E una volta lì, com’è prevedibile, succede di tutto: esplosioni, gente che s’ammazza, gente che corre, strade che diventano trappole mortali e l’assenza di qualsiasi apparato di sicurezza statale.

Claire Danes, l’attrice che recita la parte dell’agente Cia Carrie Mathison, durante le riprese a Jaffa della seconda stagione di “Homeland”. Nell’immagine si possono notare, a destra, gli elementi israeliani (foto Ronen Akerman/AP/Showtime)

Il tutto è stato però girato a Jaffa, quartiere a maggioranza araba di Tel Aviv, 250 chilometri dalla vera Beirut. E infatti chi la città la conosce non ha potuto non notare la torre dell’orologio, i grattacieli sul lungomare della città israeliana in alcune inquadrature. Ma anche le targhe gialle dello Stato ebraico, ma oscurate o gli scacchi bianco-rossi sui marciapiedi che indicano le zone di divieto di sosta. In un’intera scena del secondo episodio «Beirut is back», poi, la protagonista cammina in un mercatino tra bancarelle che espongono, però, magliette israeliane, con la scritta «Coca cola» in ebraico, con lo stemma della squadra di calcio Beitar Jerusalem e, addirittura, una menorah.

Troppo. Davvero troppo per i libanesi. E allora ecco che Fadi Abboud, ministro del Turismo del Paese dei cedri ha detto all’Associated Press non solo di essere arrabbiato dal ritratto che viene fatto di Beirut, ma che sta anche pensando a una causa alla società che produce il telefilm. «Il ministero dell’Informazione sta studiando la possibilità di querelare il telefilm», ha detto Abboud. «Hamra Street nel serial viene presentata come una zona pericolosa e violenta – continua il ministro – ma niente di tutto questo è vero: si tratta di un quartiere tranquillo, chic, con tanti locali, pub e librerie».

Da Tel Aviv gli ha risposto Eytan Schwartz, portavoce del sindaco della città israeliana. «I libanesi, invece di lamentarsi, dovrebbero soltanto essere contenti che una città tra le più belle al mondo, con la sua architettura e la sua gente, venga fatta passare per la capitale libanese».

E gli abitanti che ne pensano? In Libano, fa notare l’Associated Press, il telefilm sembra essere sconosciuto ai più. Ma quando a loro si racconta la sceneggiatura e dov’è stata girata, «in molti si dicono arrabbiati e infastiditi». Ma forse, più delle polemiche, vale la risposta di Ibrahim al-Moussawi, portavoce del gruppo para-militare libanese Hezbollah. Homeland? «Non ho la più pallida idea di cosa si tratti», ha risposto l’esponente all’agenzia stampa americana. «È la prima volta che ne sento parlare».

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“Due ore per portare le armi chimiche a Hezbollah”. Quattro Paesi pronti a intervenire per mettere al sicuro l’arsenale

La conferma definitiva su quel che succederà nei prossimi giorni in Siria gl’israeliani l’hanno avuta nel pomeriggio di lunedì: Aeroflot, la più grande compagnia aerea russa, ha comunicato che volerà verso Damasco per altre due settimane, poi più nulla. Voli sospesi. Ufficialmente per motivi economici. «Troppi pochi passeggeri sui voli».

A Gerusalemme, invece, l’hanno interpretata in modo diverso. E anche a Washington concordano con l’analisi israeliana. Anche la Russia – è stato il ragionamento dell’intelligence dello Stato ebraico – dà ormai per scontata la fine del regime del presidente Bashar al-Assad. Una fine «imminente». «Questione di settimane», dicono a Gerusalemme. E ne sono convinti a tal punto che ormai la loro preoccupazione non è sul cosa succederà dopo in Siria, ma che fine faranno le armi chimiche di cui sono pieni i depositi. In mano a chi finiranno? Chi se le prenderà in carico? Soprattutto: dove saranno spostate?

La situazione è talmente tanto convulsa e preoccupante che quattro capitali, anche quelle che da mesi non si parlano, sono in contatto continuo da tre giorni. La sorte dell’arsenale chimico di Assad ha creato un filo diretto tra Gerusalemme, Washington, Ankara e Amman. Gli analisti dei quattro Paesi sono arrivati tutti alle stesse conclusioni: tutto il deposito letale in mano ai siriani arriverebbe in Libano, dagli Hezbollah, in soltanto due ore.

È questa la finestra in cui possono intervenire americani e israeliani, turchi e giordani. «Anche meno», precisano da Gerusalemme. Per questo motivo gli eserciti dei quattro Paesi hanno messo a punto un’operazione dettagliata e «chirurgica» che ha come unico scopo quello di mettere al sicuro l’arsenale. «Non ci sono segnali precisi che Assad voglia spostare le armi in Libano», sostengono gl’israeliani, «e non abbiamo conferme sul fatto che sia Hezbollah a chiederle, ma dobbiamo evitare lo scenario peggior».

Due ore per intervenire. «Due ore per mettere al sicuro tutto il Medio Oriente», ne sono convinti nello Stato ebraico e anche in Turchia. Per evitare che il tutto arrivi nella Valle della Beqa’, nel nord-est del Libano, al confine con la Siria. Nel momento in cui le armi chimiche dovessero toccare terra comandata da Hezbollah per Israele vorrebbe dire guerra sicura contro i fondamentalisti islamici.

Per questo la zona più monitorata – con satelliti e agenti sul terreno – è l’area attorno ad al-Safira, nord di Damasco, dove si trova una base militare con un vasto deposito sotterraneo. Qui comandano gli uomini più vicini ad Assad. «Se dovessero sentire puzza di un crollo del regime», sostengono gl’israeliani, «è probabile che qualcuno di questi generali decida di spostare le armi verso il più sicuro Libano».

A preoccupare Gerusalemme e Washington sono anche i report sul «magazzino» della base di al-Safira. Dentro si troverebbero anche armi di distruzione di massa e i mezzi per trasportarli: dagli Scud-C e Scud-D, in grado di arrivare rispettivamente a 550 e 300 chilometri dal punti di lancio. Per Israele vorrebbe dire essere costantemente sotto tiro dei miliziani sciiti di Hezbollah. Una situazione talmente inaccettabile da spingere il ministro della Difesa, Ehud Barak, a dire ai giornalisti: «Ho ordinato all’esercito israeliano di prepararsi a valutare la possibilità di effettuare un attacco mirato alla Siria».

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Netanyahu rinuncia (per ora) alla risposta militare. Ma l’asse Beirut-Damasco-Teheran spaventa anche gli Usa

Tutto il supporto logistico americano in cambio della rinuncia a qualsiasi operazione militare. Almeno fino a novembre. Sull’asse Gerusalemme-Washington, dopo una serie di telefonate tra il premier israeliano Netanyahu e il presidente americano Obama, si sarebbe arrivati a un «accordo» di massima: lo Stato ebraico non sceglie lo scontro armato contro quelli che ritiene i responsabili dell’attentato di mercoledì a Burgas, in Bulgaria. In contemporanea gli Stati Uniti mettono a disposizione le migliori tecnologie per scovare gli autori dell’esplosione. E, in caso di prove sicure contro Hezbollah e Iran, tutto l’aiuto militare possibile per la guerra al terrore. Ma solo dopo le elezioni presidenziali oltre oceano.

Nelle stesse ore in cui compaiono i video e le immagini del presunto kamikaze (trovato in possesso di una patente falsa del Michigan) che si sarebbe fatto esplodere fuori dallo scalo bulgaro, uccidendo sette persone (cinque israeliani) e ferendone una trentina, i servizi di sicurezza israeliani cercano di fare il punto. L’attacco, per come si è configurato, ha spiazzato tutti. Anche se le avvisaglie c’erano state. Netanyahu chiede di fare luce il prima possibile.

Il falso documento identificativo del Michigan del presunto kamikaze ripreso dalle telecamere di sorveglianza dello scalo di Burgas, in Bulgaria, prima di farsi esplodere (da Abc News)

Le tv israeliane parlano di un ricorso all’opzione militare già tra agosto e settembre. Ma chi conosce il linguaggio del premier israeliano sa benissimo che dietro alle parole minacciose pronunciate subito dopo l’attentato in Bulgaria si nasconde, per ora, una tattica attendista. «Con la situazione che precipita ora dopo ora in Siria, Israele non può ancora permettersi di impiegare le forze militari su altri due fronti», è il ragionamento degli analisti.

E proprio sulla Siria si concentrano gli sforzi maggiori. L’attacco ai bus con turisti israeliani è avvenuto poco dopo l’attentato contro esponenti importanti del clan del presidente Bashar al-Assad. Per la prima volta un atto ostile al dittatore siriano riesce a penetrare all’interno delle mura fortificate del regime. E dietro, pensano a Gerusalemme, potrebbero nascondersi uomini e mezzi «made in Iran» o di Hezbollah. Gli unici di cui Assad si fidi per ora. Ma anche gli unici che potrebbero convincerlo della matrice «israeliana» dei due omicidi eccellenti a Damasco.

Sull’asse Beirut-Damasco-Teheran l’intelligence israeliana cerca di trovare riscontri. Netanyahu, in una delle telefonate fatte ieri a Obama, avrebbe sintetizzato i dati dell’analisi dello Shin Bet e del Mossad: uomini vicini a Hezbollah, agli Assad e a Ahmadinejad si troverebbero da mesi negli Usa, in alcuni paesi dell’Europa (Gran Bretagna, Francia e Germania, in primis). Insieme a loro, decine di milioni di euro e dollari a disposizione per l’acquisto di tutto quel che serve per compiere attentati con esplosivo. In caso di attacco alla Siria o all’Iran, nel cuore del Vecchio Continente e in America potrebbero verificarsi «incidenti spiacevoli».

È anche per questo motivo che a Londra, dove tra poco partiranno i giochi olimpici, il Mossad ha deciso di rafforzare la presenza di agenti in difesa degli interessi israeliani: dagli atleti – per evitare un’altra Monaco 1972 – fino ai negozi.

«La situazione si è complicata», fanno filtrare da Gerusalemme. Lo scenario, prima chiarissimo, ora è diventato abbastanza difficile da decifrare. C’è persino chi ipotizza un ruolo russo negli attacchi – sventati e riusciti – contro gl’israeliani negli ultimi mesi. A dimostrazione che, ora come ora, può succedere tutto e il contrario di tutto.

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Quelle forze speciali britanniche da un mese in Siria e il piano per far cadere Assad

Ci sarebbe un gruppo delle forze speciali britanniche in Siria. Da esattamente un mese. Da quando, il 26 maggio, gli uomini super-addestrati di Sua Maestà avrebbero attraversato il confine che separa la Turchia e la carneficina a cielo aperto guidata da Bashar Assad.

Per ora il condizionale è d’obbligo. Ma più fonti d’intelligence – poi riprese dagl’israeliani – danno per certo l’ingresso nel Paese dei britannici. E confermano che ci sarebbero già stati scontri a fuoco tra le forze speciali inglesi e i lealisti a pochi metri dalla sede delle Guardie presidenziali, fuori Damasco.

Di più: secondo i bene informati di Ankara e Parigi, gli uomini addestrati di Sua Maestà avrebbero da giorni preso il comando di alcuni gruppi ribelli locali, coordinando gli attacchi e dicendo loro cosa fare e come farlo. L’obiettivo, nemmeno tanto nascosto, sarebbe quello di evitare ulteriore spargimento di sangue e, soprattutto, di far cadere Assad rompendo il cordone militare che lo difende, senza richiedere un intervento armato esplicito occidentale.

Le forze speciali britanniche in Afghanistan

Le voci, a dire il vero si rincorrono. Altre fonti, provenienti stavolta dai Paesi del Golfo arabo, rivelano che la truppa britannica avrebbe anche il compito di creare una sorta di zona di sicurezza, un’area cuscinetto, lungo il confine turco-siriano per accogliere profughi in fuga dalle città sotto bombardamento. Nelle settimane successive, e con l’intervento di altre forze occidentali, queste zone di sicurezza dovrebbero aumentare nel resto del Paese.

Il successo o meno di quest’incursione, tutta da verificare, dipenderà però dal ruolo di Russia, Iran e Hezbollah (Libano). Non è un mistero che il caccia turco sia stato abbattuto dalla contraerea siriana utilizzando armi russe (i missili Pantsur-1) e non è nemmeno un mistero che Mosca non veda di buon occhio una presenza occidentale in Siria. Il presidente Vladimir Putin l’ha ripetuto anche in questi giorni, nella sua visita ufficiale in Israele: “Non tollereremo un intervento militare in Siria e faremmo di tutto per evitarlo”, ha detto Putin.

Più o meno le stesse parole del regime iraniano. E negli stessi giorni in cui, da più parti, viene data per certa la transazione armi-soldi sull’asse Beirut-Damasco. Assad avrebbe chiesto di rafforzare il suo arsenale non solo ai russi – di cui si fida fino a un certo punto –, ma anche ai miliziani sciiti di Hezbollah, la vera forza militare del Libano.

Intanto tutto da decifrare il ruolo d’Israele. Lo Stato ebraico – in altre faccende affaccendato: Gaza, Iran, proteste sociali interne – ha iniziato lentamente ad accodarsi ai Paesi occidentali che propendono per fare cadere Assad il prima possibile. Ma non è ancora sufficiente a portare Gerusalemme a impegnarsi in prima fila nella disputa. Del resto c’è ancora un’area, il Golan, che Israele sta in tutti i modi cercando di sorvegliare. Per ora, nel mondo, resta l’unica area a fare il tifo per il presidente siriano. E questo per lo Stato ebraico può trasformarsi anche in focolaio terroristico che si andrebbe così a saldare con i miliziani di Hezbollah – a poche decine di chilometri di distanza – e quelli di Hamas nella Striscia di Gaza.

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Ecco le esercitazioni Nato-Paesi arabi al confine siriano. “Ma non sono prove di guerra contro Damasco”

Hanno iniziato a fare le cose in grande. Con gli Usa a comandare tutta l’operazione. E che operazione. «La più grande esercitazione militare in Medio Oriente dell’ultimo decennio», l’ha definita il generale americano Ken Tovo, capo della Us Special Operations Forces. E tutto a pochi chilometri dal fronte siriano. In territorio giordano.

Prove tecniche di intervento armato. O, come preferiscono i paesi partecipanti, «war games», giochi di guerra. Come anticipato da Falafel Cafè qualche giorno fa citando fonti israeliane. Non fonti a caso, visto che l’irritazione d’Israele è forte per l’esclusione alle esercitazioni.

E comunque. Dodicimila uomini, tanti Paesi (Bahrein, Egitto, Iraq, Giordania, Arabia Saudita, Libano, Pakistan) e l’ok della Nato, se è vero che ci sono anche militari francesi, spagnoli e italiani. «Ieri abbiamo iniziato ad applicare le capacità sviluppate la scorsa settimana in uno scenario di guerra “irregolare” e dureranno ancora un altro paio di giorni», ha spiegato il generale americano.

Il generale americano Ken Tovo (a sinistra) insieme al collega giordano Awni El-Edwan (foto di Majed Jaber / Reuters)

A cosa servono queste esercitazioni lo spiega – con tanta diplomazia – il militare americano stesso. «Quello che vogliamo comunicare con queste esercitazioni è che abbiamo creato un gruppo con i partner più adatti della regione e del mondo per affrontare al meglio le sfide del futuro». A Gerusalemme qualcuno ha colto un duplice segnale: il primo, gli Usa vogliono risolvere la questione siriana prima delle elezioni americane. Il secondo: l’amministrazione Obama vuole rassicurare Israele sul fatto di avere tanti alleati al suo fianco in ottica anti-iraniana, ma anche che Gerusalemme non deve scalpitare. Non prima delle elezioni americanedelprossimo autunno, almeno.

E però, il collega giordano di Ken Tovo ha un po’ tirato il freno a mano sul senso delle esercitazioni. «Nessun soldato di quest’iniziativa sarà usato per interventi al nord (al confine con la Siria, nda)», ha precisato il maggiore Awni El-Edwan. «Le esercitazioni non sono collegate in nessun modo a qualche evento del mondo reale, tantomeno con la Siria. Rispettiamo la sovranità siriana». Una precisazione che non precisa, secondo qualcuno. Ma che, anzi, pare dire esattamente il contrario di quel è che stato affermato da el-Edwan.

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