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L’Intifada dei coltelli

Otto morti – ebrei, israeliani – finora. Quarantaquattro arabi e palestinesi deceduti. Centinaia di feriti. Un ottobre così complicato non si vedeva da tempo. Dal 2000, da quando scoppiò la Seconda Intifada. Questa, per molti, è un’altra Intifada. L’Intifada dei coltelli. “Falafel Cafè” offre questa mappa-infografica aggiornata sulle vittime israeliane. Nella selezione vengono inserite le aggressioni nei confronti di civili che comportano il decesso di almeno una persona: cliccate ogni pallinea – è anche possibile ingrandire la cartina – per leggere nomi e storie delle persone uccise (l.b.)

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Un giornale svela gli scenari di guerra: Tel Aviv ridotta a un ammasso di macerie

Tel Aviv in macerie. Centinaia di morti ad Haifa. Migliaia di persone sotto shock in tutto il Paese. Per una volta lo scenario apocalittico non arriva dai video farneticanti di Hamas o di Hezbollah, ma direttamente dal comando militare dello Stato ebraico. Che, stando a quanto racconta il free press “Israel ha-Yom” (Israele oggi, di orientamento filo-governativo), si sarebbero riuniti negli ultimi giorni per mostrare alle diverse autorità del Paese i diversi scenari e le possibili misure da prendere nel caso in cui Israele si trovasse coinvolto in un conflitto regionale con Libano, Siria, Iran, Hamas.

Secondo le rivelazioni del giornale ebraico, l’esercito ha immaginato uno scenario con centinaia di missili di lunga gittata che vengono lanciati nelle strade del Paese, soprattutto vicino alle basi militari e nella grande centrale elettrica di Reading, a nord di Tel Aviv. I morti sarebbero tanti, così come i feriti. L’erogazione di acqua, gas e corrente elettrica sarebbe paralizzata.

Israele, nonostante l’accerchiamento nemico lo esponga a una costante pressione militare, non ha mai vissuto una reale situazione di emergenza. Nemmeno quando – nota il giornale – il dittatore iracheno Saddam Hussein ordinò nel 1991 di bombardare le maggiori città dello Stato ebraico.

In un nuovo conflitto rischierebbe la distruzione anche Haifa, essendo più vicina al Libano e alla Siria. In particolare, secondo gli scenari, sarebbero colpite le basi militari e le raffinerie di petrolio alla periferia settentrionale. Be’er Sheva, nel deserto del Negev, subirebbe invece danni più contenuti.

In tutto questo, resterebbe fuori Gerusalemme. Nel documento – almeno a leggere “Israel ha-Yom” – non si fa mai riferimento alla città contesa.

Leonard Berberi

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“La Barbie è qui!”

A un certo punto, una bambina si avvicina. La guarda per qualche secondo. E scoppia a piangere. Di gioia. “La Barbie è qui!”, esclama la piccola. E singhiozza.

Succede tutto a Lakiya, una cittadina beduina in mezzo al deserto israeliano pochi chilometri a nord di Be’er Sheva. La Barbie, in realtà, è Jill Biden. La moglie bionda di Joe, il vice presidente degli Stati Uniti d’America.

Una visita nel deserto che Jill difficilmente dimenticherà. Perché è stata scambiata dalla bambina per la bambola più famosa al mondo, perché stonava con il suo vestito rosa scintillante in mezzo alle donne beduine. E – soprattutto – perché quando le associate di un’organizzazione no profit israeliana per l’eguaglianza sessuale le hanno chiesto di raccontare come vivono le donne negli Usa lei ha preferito non parlare.

Al contrario del marito che, invece, è famoso per la sua lingua lunga.

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