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Immigrazione, esplode la rabbia degli israeliani: “Via gli africani dal nostro Paese”

"Non è razzismo, ma sopravvivenza", recita il cartello di alcuni manifestanti contro l'immigrazione africana nelle città israeliane

Sembra la Padania. Se non fosse che fa più caldo, non domina il verde e non c’è un leader alla guida. Non ancora, almeno. Ma le parole urlate ieri per le vie periferiche delle grandi città hanno fatto gridare qualcuno a una nuova forma di “leghismo”. E di razzismo. Non in Italia. In Israele.

«Non vogliamo aver paura a casa nostra». «Gli infiltrati devono tornarsene a casa loro». Questi e altri slogan sono stati urlati ieri da centinaia di abitanti dei rioni proletari di Tel Aviv e di altri centri urbani israeliani. In tutto il Paese ci sono state molte manifestazioni contro la crescente presenza nelle loro strade di immigrati africani entrati in Israele nella speranza di trovare lavoro. Nella città di Bat Yam, a sud di Tel Aviv, altri dimostranti sono scesi in piazza per chiedere l’espulsione dalle loro strade di arabi originari di Jaffa accusati di «sedurre e corrompere» le donne ebree.

«Spirano pericolosi venti xenofobi, fomentati da gruppi radicali di destra e da rabbini nazionalisti», sintetizzano i principali quotidiani dello Stato ebraico. E non sempre si tratta solo di parole. Tanto che, fatti i conti qualche giorno dopo sembra l’inizio di una guerriglia. Ad Ashdod (a sud di Tel Aviv) alcune persone non identificate hanno tentato di dar fuoco a un appartamento abitato da cinque sudanesi. A Tel Aviv ragazze di colore sono state malmenate ed insultate da un gruppo di ragazzi. A Gerusalemme la polizia ha arrestato dieci giovani ebrei (fra cui diversi minorenni e alcune ragazze) sospettati di aver sistematicamente aggredito nel centro della città arabi «sorpresi a corteggiare ragazze ebree».

E loro, gli immigrati africani, che fanno? Molti lavorano. Altri bivaccano. E quasi tutti sono preoccupati e spaventati. Negli ultimi giorni hanno tentato di dire la loro, aiutati dai centri sociali israeliani. Ma sono stati zittiti dalla massa di persone che urlava loro contro. E si è sentito anche qualcuno dire: «Forse il governo farà qualcosa per proteggerci». Per ora, il governo, decide di non decidere.

Nel 2010 sono entrati nel Paese 13 mila immigrati africani. Si trovano soprattutto a Eilat, Arad, Ashdod e nei rioni poveri di Tel Aviv. Il fenomeno dei lavoratori stranieri è iniziato con la seconda Intifada, nel 2000, quando i palestinesi hanno cessato di entrare in Israele. Sono stati sostituiti da thailandesi (per i lavori agricoli), cinesi, romeni e turchi (per i lavori edili) e filippini (per l’assistenza agli anziani). Poi sono arrivati gli africani. E la situazione s’è fatta esplosiva.

© Leonard Berberi

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Tel Aviv, il fuoco arriva dal cielo. Ma è un piccolo meteorite

Il piccolo pezzo di meteorite mostrato come un trofeo lungo la spiaggia di Tel Aviv (foto da Ynet)

I religiosi l’avran presa come un segno di Dio. I laici, invece, come una minaccia ai religiosi. La maggior parte l’ha scambiato per un pezzo di razzo Qassam lanciato dalla Striscia di Gaza.

Certo è che un piccolo pezzo di meteorite, grande pochi centimetri, ha spaventato e incuriosito. “All’improvviso abbiamo visto una piccola palla di fuoco che s’è andata a posare vicino alla torre di guardia del bagnino”, raccontano i testimoni, frequentatori della spiaggia di Bat Yam, sud di Tel Aviv, dove il pezzo di cielo s’è fatto vedere. Non una spiaggia qualsiasi, ma quella dedicata ai religiosi. Quella che prevede gli uomini da una parte e le donne dall’altra.

La caduta non ha creato danni a persone o a cose. Anche se la spiaggia – fa sapere il bagnino Yisrael Rokach – “in quel momento, un sabato pomeriggio, era molto frequentata”. Per fortuna che il meteorite è caduto in acqua, a pochi metri dagli ombrelloni. “Ho visto il fumo uscire dall’acqua”, continua il bagnino.

Nessuna bomba, insomma. Non stavolta, almeno.

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