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E a Betlemme i palestinesi guardano il calcio sul muro costruito da Israele

Un telo bianco attaccato al muro di separazione e un proiettore. Così vede le partite di calcio del mondiale in Sudafrica una parte di palestinesi di Betlemme

L’hanno chiamato in tutti i modi. Il “muro dell’apartheid”. Il “muro di contenimento”. Il “muro di difesa”. Il “muro della vergogna”. Più semplicemente è la costruzione in cemento armato che Israele ha eretto per separare la Cisgiordania da Israele. Ma dall’11 giugno, quella realtà, è anche altro. È il “muro del calcio”.

Ogni sera, da quando sono iniziati i mondiali di calcio in Sudafrica, centinaia di persone si siedono di fronte alla barriera. Un proiettore e un telo bianco (attaccato al muro) trasmettono le sfide di calcio. Ci sono palestinesi. Tanti. C’è qualche straniero. C’è il bar improvvisato che vende bibite fresche e cibo e sigarette. Ci sono i tavoli, gli immancabili narghilè. E le discussioni che ogni partita di calcio genera: il cross sbagliato, il calcio di rigore fallito, il fuorigioco fantasma.

Quel pezzo di Palestina, per novanta minuti, sembra un posto come tutti gli altri. Ci si dimentica pure di quel grande muro dove vengono proiettate le immagini. Non si notano i graffiti e i disegni che denunciano l'”occupazione ebraica”. Ci si dimentica pure dei soldati israeliani che sorvegliano l’area per evitare ingressi illegali sul loro territorio. Anzi: c’è chi giura di aver sentito un “militare ebreo chiedere l’aggiornamento sulla partita”. E c’è chi giura di aver sentito anche la risposta.

Leonard Berberi

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