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La storia / Quando Netanyahu chiese all’esercito di prepararsi ad attaccare l’Iran

Benjamin Netanyahu, primo ministro dello Stato ebraico, intervistato nella trasmissione “Uvdah” (foto Channel 2 / Falafel Cafè)

«Poi forse è il caso di prepararsi al livello “P+”». Il giorno esatto in cui la frase venne pronunciata lo conoscono soltanto i pochi presenti. Perché, al di fuori, è uno dei segreti meglio custoditi degli ultimi anni dalle autorità israeliane. Ma si conoscono il periodo – a cavallo tra maggio e giugno, secondo le fonti – e l’anno: il 2010.

C’è stato un momento in cui la guerra tra Israele e Iran è stata più di un’opzione. Poco più di due anni fa il premier israeliano Benjamin Netanyahu – insieme al ministro della Difesa Ehud Barak – chiese di attivare il livello “P+”, la massima allerta, quella che prevede l’attivazione dell’esercito per un intervento nelle ore o al massimo nei giorni successivi. E l’obiettivo – non c’era bisogno di citarlo – era l’Iran.

Ma ci furono due uomini – il numero uno del Mossad, Meir Dagan, e il capo di Stato maggiore, Gabi Ashkenazi – a dire a Netanyahu, duri e scuri in volto: «Presidente, questa cosa non si può fare. Sarebbe illegale scatenare una guerra senza l’ok di tutto il governo. Eppoi non siamo pronti».

A confermare le indiscrezioni che in questi mesi sono girate negli ambienti militari e giornalistici dello Stato ebraico – compresa un’inchiesta simile di Canale 10 – è stato il programma tv di Canale 2 «Uvdah» (Il fatto, in ebraico – qui il video integrale) condotto dalla giornalista Ilana Dayan. Che racconta come, proprio in quella riunione – organizzata per tutt’altri motivi: la questione Mavi Marmara – il premier discusse tutto il tempo della nave turca arrembata dai soldati israeliani e che aveva provocato nove morti. E solo alla fine, «quando i sette ministri più importanti del governo e i due vertici dell’intelligence e dell’esercito stavano abbandonando la sala», Netanyahu chiese di prepararsi al conflitto.

Ehud Barak, ministro della Difesa, durante la trasmissione di Canale 2 (foto Channel 2 / Falafel Cafè)

«State probabilmente prendendo una decisione illegale dichiarando una guerra ora», ha replicato al primo ministro il direttore del Mossad, Dagan. «Soltanto il governo con tutti i ministri è autorizzato a decidere a riguardo». «E comunque le nostre forze armate non sarebbero mai pronte con un preavviso così breve», ha aggiunto il capo di Stato maggiore, Gabi Ashkenazi. Ehud Barak, ministro della Difesa allora come oggi, non ha smentito quel confronto. Ma ha omesso di dire che da quel momento lui gliel’ha giurata proprio ad Ashkenazi, Netanyahu a Dagan. E infatti, nemmeno un anno dopo, entrambi hanno perso l’incarico.

Il premier Netanyahu e il ministro Barak, intervistati per la trasmissione, hanno però pronunciato parole che per molti lanciano anche un messaggio valido da febbraio 2013, cioè subito dopo le elezioni del 22 gennaio. «Alla fine, in Israele quello che conta è la volontà dei vertici politici», s’è lasciato scappare a un certo punto della trasmissione il ministro della Difesa. Un ragionamento espresso peraltro già da Netanyahu che mesi prima aveva anche aggiunto: «I professionisti eseguono gli ordini dei politici. Prendiamo il caso di quello che è successo nel 1981: l’allora primo ministro Menachem Begin decise di bombardare il reattore nucleare di Osirak, in Iraq. E lo fece pur avendo contro il capo del Mossad che il direttore dell’Intelligence militare». Quasi trent’anni dopo la scena si è ripetuta. Il «blitz» della coppia Netanyahu-Barak è tecnicamente fallito. Ma non è detto che, a urne chiuse, il prossimo gennaio – nel bel mezzo dell’inverno – «Bibi» non decida di dare il via libera all’attacco su Teheran.

© Leonard Berberi

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L’attentato agli israeliani, i morti, il dito puntato contro l’Iran e lo spettro di un conflitto

Fumo. Tanto fumo. E nero, anche. E fiamme. E metallo che brucia. E carne che arrostisce. E gente che urla, piange, chiede aiuto, soccombe, cerca parenti e amici, fugge, tossisce. Alla fine il bilancio, quello utile alle cronache giornalistiche, ma che nasconde la vera portata del fatto, ecco, il bilancio parla di sette morti (5 sono israeliani, gli altri due l’autista e l’assistente), due feriti gravi e altri 33 con escoriazioni e bruciature. Gli obiettivi erano, sono, tutti israeliani. Tutti ebrei. Il tutto, poi, a 18 anni esatti dall’esplosione di un kamikaze dentro il quartier generale della principale organizzazione ebraica in Argentina. Lì, i morti furono 85.

L’inferno va in scena in un anonimo aeroporto bulgaro – il «Sarafovo» di Burgas, 400 chilometri dalla capitale Sofia – verso le 17.30, ora locale. Il volo, partito da Tel Aviv, è atterrato da poco. I passeggeri sbarcano, lasciano lo scalo e salgono a bordo di un gruppo di bus (tre, in tutto) arrivato lì apposta per loro. Poi l’esplosione. Non è ancora chiaro se a) si sia trattato di un kamikaze, b) di una bomba dentro una valigia o c) di un esplosivo attaccato al vano portaoggetti del bus. Quello che si sa è che uno dei tre mezzi va a fuoco. Le fiamme divampano presto. Lambiscono gli altri due pullman. È il fuggi fuggi generale.

I soccorsi non arrivano subito. Devono passare almeno dieci minuti prima che qualcuno si presenti con un estintore. Intanto la notizia inizia a fare il giro del mondo. Le autorità locali decidono di chiudere l’aeroporto di Burgas. Lo Shin Bet, la sicurezza interna israeliana, ordina la sospensione immediata di tutti i voli verso Bulgaria, Croazia, Serbia, Grecia, Sudafrica, Tailandia, Turchia e Azerbaigian. Chiude per qualche ora anche lo scalo internazionale «Ben Gurion» di Tel Aviv, l’unica finestra aerea verso e dal mondo d’Israele. In attesa di capire cosa stia succedendo a migliaia di chilometri di distanza.

Dopo tanto tempo i notiziari israeliani tornano a un decennio fa. A quando, quasi una volta alla settimana, dovevano andare in onda con edizioni straordinarie per raccontare dell’ennesimo attentato contro gli ebrei. Ma con Twitter e Facebook stavolta le notizie girano molto più in fretta. E le testimonianze pure. «Ci sono decine di passeggeri israeliani bloccati all’aeroporto di Burgas», racconta Itzik Levi, proprietario di un ristorante del posto, al quotidiano Haaretz a tarda sera.

Intanto a Gerusalemme compare il premier Netanyahu. Dice, Netanyahu, che dietro l’attentato «c’è la mano iraniana. Sappiano loro e i complici che sentiranno nel profondo la rappresaglia israeliana». L’attribuzione della matrice stupisce molti giornalisti. Poi parla il ministro della Difesa, Ehud Barak. E anche lui punta il dito contro Teheran. E fa intuire un supporto logistico di Hezbollah. Intanto in tutto il mondo è un coro di cordoglio, dolore, proteste e sgomento.

Poco prima un portavoce di Hezbollah nega qualsiasi coinvolgimento. «Noi non colpiamo turisti inermi e senza alcuna responsabilità», dicono da Beirut. Ma non sono molto convincenti. Se non altro, è il ragionamento che fanno al quartier generale dello Shin Bet, «la join venture tra Hezbollah e l’Iran è andata in scena negli attentati – realizzati o sventati – in Tailandia, in Kenia, in Georgia, in India, in Azerbaigian».

Fonti bene informate raccontano di un Netanyahu non solo colpito dall’attacco, ma anche dal luogo e, soprattutto, dall’incapacità dei servizi di sicurezza israeliani di prevedere il pericolo. Anche se, a dire il vero, sia lo Shin Bet che il Mossad poco più di un mese fa avevano già avvertito della possibilità di attentati terroristici contro cittadini dello Stato ebraico proprio contro i bus, proprio con esplosivi e proprio nella zona bulgara di Burgas. Ma lo scenario non sarebbe poi stato inserito tra quelli più realistici. E quindi l’allarme sarebbe rimasto semplicemente un codice giallo.

Ora a Gerusalemme gira con insistenza il nome del generale Qassem Suleimani, dal 1998 capo della «Brigata Gerusalemme», l’unità delle Guardie Rivoluzionarie che ha il compito di diffondere l’ideologia khomeinista fuori dalla Repubblica Islamica. Proprio Suleimani viene indicato come l’uomo che comanda le operazioni all’estero, aiutato – fanno filtrare i servizi segreti israeliani – da miliziani di Hezbollah presenti in Turchia.

Se nei prossimi giorni dovesse essere provato un qualche collegamento dell’asse Hezbollah-Teheran – almeno questa è la voce che ha preso a circolare in serata – il governo Netanyahu non esiterebbe un secondo a riunire il gabinetto di guerra per rispondere ai due Paesi. Non è ancora chiaro, anche a tarda notte, in cosa consisterebbe la «risposta» israeliana. Ma da Washington – e dalle Nazioni Unite – sono molto preoccupati. E continuano a chiamare Netanyahu.

© Leonard Berberi

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Usa-Israele, è rottura sulla questione iraniana

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente americano Barack Obama

Da quattro giorni non si parlano. Gli uni chiedono un incontro. Gli altri non rispondono. È rottura sull’asse Washington – Gerusalemme. Quanto sia profonda, questa frattura, resta ancora da vedere. Ma è dal 25 maggio scorso che sia il premier Benjamin Netanyahu che il ministro della Difesa, Ehud Barak, dicono di no a un briefing con gli statunitensi. Da quando, proprio il 25 maggio, Wendy Sherman, sottosegretario di Stato americano, s’è vista rifiutare un incontro con i due principali sostenitori della guerra al regime degli ayatollah.

Sherman era di ritorno dall’incontro di Baghdad tra il gruppo 5+1 e l’Iran. Voleva spiegare a Netanyahu e a Barak che di progressi non ne erano stati fatti sull’arricchimento dell’uranio iraniano, ma anche dire loro che dopo tre settimane ci sarebbe stato un altro vertice – l’ennesimo, a dire il vero – a Mosca. Ma le segreterie del premier e del ministro dell’Interno hanno risposto con un laconico «non sono disponibili».

A Baghdad i diplomatici di Ahmadinejad hanno fatto sapere che non sono disponibili a fare passi indietro sui loro programmi di arricchimento dell’uranio sia al livello basso (3,5-5%) che a quello alto (20%). Non solo. Teheran ha anche detto di non aver nessuna intenzione di spegnere l’impianto nucleare di Fardu, nei pressi di Qom. Conclusioni, queste, che Wendy Sherman ha riportato al Consigliere israeliano per la sicurezza nazionale, Yaakov Amidror, e al direttore generale del ministero degli Esteri, Rafi Barak. Ma loro, il premier e il ministro che comanda l’esercito, ecco loro no. Non ne hanno voluto sapere di sentire un rappresentante americano sulla questione iraniana.

La centrale nucleare di Fardu, vicino a Qom, in Iran

A innervosire i vertici israeliani è l’inattività dell’amministrazione Obama. A Gerusalemme sono in molti a pensare che il presidente americano stia cercando di evitare il conflitto – in Iran come in Siria – per questioni puramente elettorali. Eppure qualche settimana fa il ministro Ehud Barak è stato molto chiaro con Washington: «Ogni giorno che passa senza far nulla è un passo in più verso la bomba atomica iraniana», ha detto Barak.

Fino allo scorso fine settimana questi di Barak erano avvertimenti. Da venerdì sono una certezza. Il dossier dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica scrive che da febbraio di quest’anno – quindi in circa tre mesi – l’Iran ha quasi raddoppiato le sue riserve di uranio altamente arricchito e che le centrifughe alla centrale nucleare di Fardu sono passate, nello stesso periodo di tempo, da 300 a 500.

Quel che il documento dell’Agenzia internazionale con sede a Vienna non dice sono i calcoli di produzione di uranio arricchito al 20% (utilizzato per scopi militari): a Fardu, secondo stime che girano a Gerusalemme, ogni mese vengono prodotti quasi 24 chilogrammi. A dicembre diventeranno 336 chili. E ci sono da capire quelle particelle di uranio arricchito al 27% che gli ispettori dell’Aiea hanno trovato proprio a Farduz, senza però riuscire capirne le origini.

© Leonard Berberi

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Così Israele, Iran e Stati Uniti corrono verso la guerra

Il premier israeliano Netanyahu e il presidente americano Obama (Reuters)

Il momento è arrivato? Di certo si sa che l’anno, il 2012, sembra essere quello «giusto». Perché di una cosa sono convinti tutti, israeliani e non: lo Stato ebraico lancerà il suo attacco contro l’Iran entro quest’anno. E lo si capisce, tra le tante cose, dalle reazioni stizzite del premier israeliano Benjamin Netanyahu: «Basta dire a giornalisti o alle conferenze che l’attacco a Teheran è imminente», ha sbottato contro ministri, consiglieri della sicurezza e vertici militari. Un divieto arrivato da un uomo che ha sempre strizzato l’occhio ai media per anticipare le sue mosse. Il resto è rappresentato da una miriade di informazioni, segrete o meno, pubblicate ovunque, oppure sussurrate. Alla fine si ha la sensazione che possa succedere di tutto. Ma anche che tutto continui senza che una bomba venga lanciata contro un Paese.

Certo, la guerra all’Iran non è più un tabù. Stavolta si fa sul serio. E le strade a questo punto sono soltanto due. La prima: in un crescendo di minacce e di fobie nucleari, Teheran e Gerusalemme decidono di non far scoppiare una terza guerra mondiale perché i costi umani ed economici sarebbero insopportabili. Insomma: una sorta di equilibrio del terrore, lo stesso principio che ha evitato scontri diretti durante la Guerra Fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica. L’altra strada, per ora molto più gettonata, è quella dello scontro armato. Bombardamenti contro le centrali nucleari dell’Iran, rappresaglia di Ahmadinejad, scontro in tutto il Medio Oriente, con i Paesi della Lega Araba costretti a schierarsi con gli uni o gli altri.

«Il tempo per evitare il conflitto si sta esaurendo rapidamente», ha detto il ministro israeliano della Difesa Ehud Barak. E l’ha fatto in un posto-chiave per le strategie di Gerusalemme: la conferenza annuale sulla sicurezza che si svolge a Herzliya. «Dobbiamo far sì che l’Iran non arrivi al punto di non ritorno, quella fase in cui qualsiasi cosa noi facciamo, dalle bombe in giù, non servirà a niente perché il programma di arricchimento dell’uranio sarebbe in un momento troppo avanzato».

Pochi giorni dopo, sabato 11 febbraio, ci ha pensato direttamente il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad a rispondere agl’israeliani. E l’ha fatto in un momento pubblico e di visibilità mondiale: il 33esimo anniversario della Rivoluzione che ha cacciato lo scià di Persia e instaurato una dittatura religiosa. Ha detto Ahmadinejad: «Il mondo sappia che nonostante tutte le pressioni, l’Iran non arretrerà di un passo nello sviluppo del suo programma nucleare». E per quanto riguarda le sanzioni imposte da Usa e Paesi occidentali, il presidente ha aggiunto: «Tutte queste pressioni sono futili. Noi non solo ora abbiamo le conoscenze specifiche in campo nucleare, ma siamo in grado di soddisfare le nostre necessità grazie ai nostri esperti». Per poi arrivare al gran finale: «La Repubblica Islamica inaugurerà nei prossimi giorni diversi progetti nucleari molto importanti».

Il presidente iraniano Ahmadinejad (Ap)

L’Iran ha fretta. Israele pure. Gli Usa, invece, sono terrorizzati dal dover affrontare uno scontro di proporzioni mondiali. E in un momento – come quello delle elezioni presidenziali – molto delicato. Qualcosa si potrà capire dall’incontro che il premier israeliano avrà con Obama agli inizi di marzo. Secondo molti lì si deciderà cosa fare. Anche se la situazione è molto confusa, a dire il vero. Così confusa che Washington avrebbe avuto una promessa da Gerusalemme: prima di attaccare l’Iran, Israele avvertirà «con un congruo preavviso» gli Usa.

Quello che manca è l’indicazione temporale del «congruo preavviso»: di quanto si tratta? Un mese? Una settimana? O, come dicono molti giornalisti israeliani, soltanto due ore? Il tempo per non far indispettire l’alleato più prezioso, ma anche di evitargli interventi in extremis in grado di far saltare tutta la missione. Anche se alcuni funzionari americani, in visita a Gerusalemme pochi giorni fa, hanno chiaramente urlato ai loro colleghi israeliani che lo Stato ebraico «sta guardando in un modo distorto la questione iraniana».

Intanto i caccia americani si stanno facendo vedere a ogni ora del giorno, in queste ultime due settimane, nella fascia che va dal Sinai al Golfo persico. Il tutto mentre tre ispettori dell’Aiea, a fine gennaio, sono andati a far visita agl’impianti nucleari iraniani. Ma una volta nell’ex Persia non solo sono stati tenuti alla larga dai centri di arricchimento, non hanno potuto nemmeno parlare con Mohsen Fakhrizadeh, uno sconosciuto esponente delle Guardie rivoluzionarie, sulla cinquantina d’anni d’età, l’eminenza grigia – secondo molti – del programma nucleare iraniano. Insomma: un disastro. Perché – dicono gli analisti israeliani – «se non parla Fakhrizadeh non lo faranno nemmeno i circa 600 scienziati alle sue dipendenze. E quindi non potremmo mai sapere nulla di dove stia andando il programma nucleare di Teheran».

Il villaggio di Fardu, dove si troverebbero i depositi sotteranei di uranio arricchitto (foto da Google Maps)

Le poche informazioni disponibili in mano all’intelligence israeliana dicono che le centrifughe avanzate e le scorte di uranio arricchito si troverebbero quasi tutte sottoterra, nei laboratori sorvegliati 24 ore su 24 di Fardu, nei pressi della città di Qom. I bunker sono impenetrabili: le bombe Usa non ci arrivano così in profondità e gl’israeliani non hanno ancora missili in grado di farlo. È questa la «zona d’immunità» di cui ha parlato nella conferenza di Herzliya il ministro Barak. Una zona che è impossibile da distruggere. A meno di un’invasione militare via terra con uomini e mezzi.

Ma Israele teme un attacco a sorpresa. Razzi nucleari, e non solo, in grado di distruggere tutte le installazioni militari sparse per il Paese. Ali Reza Forghani, capo del team strategico del leader supremo, Ali Khamenei, il 5 febbraio è stato fin troppo esplicito: «Ci servono soltanto nove minuti per spazzare via Israele». È chiaro che per distruggere lo Stato ebraico «in nove minuti» c’è bisogno soltanto di una bomba nucleare. E del resto in un documento si dice esplicitamente che, a queste condizioni, «Teheran dovrebbe attaccare per prima».

Intanto sul fronte militare, venerdì 10 febbraio Israele e Stati Uniti hanno testato il sistema di radar di nuova generazione in grado rendere ancora più efficiente lo scudo antimissilistico dello Stato ebraico. «Una tappa ulteriore di avvicinamento verso la guerra con l’Iran», sostengono in molti. In gioco non c’è soltanto l’incolumità d’Israele, ma anche lo Stretto di Hormuz, l’area dove passa il rifornimento petrolifero di mezzo mondo.

In tutto questo Hamas torna a farsi sentire. «Non riconosceremo mai Israele», ha detto a Teheran il leader del movimento palestinese, Ismail Haniyeh. Una presenza insolita, quella di Haniyeh, perché raramente personalità straniere vengono invitate a parlare in pubblico in Iran. E comunque. Ha aggiunto poi il leader islamico di Gaza che «la lotta dei palestinesi continuerà fino alla liberazione della totalità della terra di Palestina, di Gerusalemme e il rientro di tutti i rifugiati palestinesi».

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Sondaggio in Israele: Shimon Peres è il più amato

A quasi 88 anni continua ad essere il politico preferito dagl’israeliani. Di più: un faro. E ancora: un «brand», un marchio, come ha scritto mesi fa la rivista economica ebraica “Calcalist”. Shimon Peres, presidente d’Israele, è il membro della classe dirigente più amato dalla popolazione secondo un sondaggio del quotidiano “Haaretz”. Peres è apprezzato dal 72 per cento degli intervistati, mentre solo il 20 per cento lo critica. Fra la popolazione araba dello Stato ebraico l’apprezzamento sale al 78 per cento. (continua…)

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Razzo di Hamas colpisce scuolabus. Altro giorno di guerra tra Gaza e Israele

È stata, per fortuna, una strage sfiorata. Ma quel ch’è successo contribuisce a riportare in primo piano la paura, la tensione e il terrore. E ricorda agl’israeliani i periodi delle esplosioni nei mezzi di trasporto pubblico.

Un sofisticato razzo anti-carro sparato dalla Striscia di Gaza verso il deserto del Negev israeliano ha centrato uno scuolabus nei pressi del kibbutz Nahal Oz. Un ragazzo di 16 anni è rimasto ferito in modo grave. Ma poteva essere la miccia di un conflitto armato senza precedenti. Perché il missile ha mancato di pochi minuti un gruppo di altri 30 studenti, scesi alla fermata prima.

Un attacco senza precedenti che ha spinto l’amministrazione americana a condannare l’atto e ad alzare la voce con l’Autorità nazionale palestinese. Israele, invece, ha fatto quel che di solito fa in questi casi: rappresaglie, dalla terra e dal cielo, sul confine con la Striscia, controllata dagli islamico-radicali di Hamas.

Quel che resta dello scuolabus dopo l'attacco di Hamas (foto Reuters)

Il bus giallo-verde è stato colpito in pieno su un fianco. Un tiro al bersaglio deliberato, secondo i servizi di sicurezza israeliani, date le dimensioni e le tinte accese del veicolo. Un tiro che solo per un caso fortuito si è abbattuto su un mezzo semivuoto, crivellando di schegge (anche alla testa) il solo passeggero rimasto, un adolescente, ferendo alle gambe l’autista, frantumando i finestrini e facendo volare i pupazzi lasciati a bordo per gli scolari più piccoli.

I soccorritori del Magen David hanno raccontato d’aver trovato il ragazzo ferito privo di conoscenza, in una pozza di sangue, e di averlo rianimato prima del trasbordo in elicottero verso l’ospedale. L’allarme, nel frattempo, era scattato in tutte le località di confine, fra sirene e corse nei rifugi.

Intanto iniziava la replica israeliana. Una replica durata per ore e degno di un bollettino di guerra: prime ritorsioni dell’artiglieria e degli elicotteri israeliani, quindi una pioggia di razzi e colpi di mortaio dalla Striscia (inclusi due missili Grad intercettati per la prima volta in volo, alle porte della cittadina costiera di Ashkelon, da una batteria del neonato sistema anti-missile “Iron Dome”). Infine nuova orgia di raid aerei su Gaza City e Rafah (al confine con l’Egitto).

I pupazzi lanciati ovunque dopo la brusca frenata dell'autista del bus attaccato (foto Ynet)

Secondo i primi bilanci cinque persone sarebbero state uccise e numerose altre ferite nell’enclave palestinese. Ma c’è anche una casa danneggiata a Ein Hashelosha (sud Israele). A Gaza, fra gli obiettivi colpiti dagli F-16 dallo Stato ebraico, si segnalano installazioni delle Brigate Qassam (braccio armato di Hamas) e di altre fazioni radicali. Fazioni che avevano giurato vendetta dopo la recente “esecuzione” di due miliziani di spicco in un’incursione aerea israeliana seguita all’improvvisa recrudescenza di tiri dalla Striscia delle settimane precedenti.

Ad aggravare la percezione israeliana dell’accaduto c’è poi il fatto che l’attacco è stato eseguito con un lancia-razzi (o Rpg): uno strumento letale, a puntamento laser, che – secondo voci circolate nella stessa Gaza – potrebbe far parte di uno stock di armi nuove di zecca, di fattura o provenienza iraniana.

E’ la qualità delle armi a tormentare Israele. Il premier Benjamin Netanyahu, durante la visita ufficiale a Praga, ha detto che lo Stato ebraico non esiterà a «intraprendere ogni azione necessaria, offensiva e difensiva, per proteggere il Paese e i cittadini». Il presidente Shimon Peres ha chiesto dalla sede dell’Onu un intervento internazionale contro l’escalation. Mentre il ministro della Difesa Ehud Barak ha dato ordine  alle forze armate di «reagire rapidamente e con tutti i mezzi utili». Fra le possibili reazioni militari d’Israele, l’esercito sta pianificando di schermare la linea di demarcazione con la Striscia con elementi come collinette artificiali, filari di alberi, palizzate.

La giornata è finita con l’ennesima giravolta di Hamas. In tarda serata i miliziani hanno annunciato di avere raggiunto un accordo con altre fazioni palestinesi per una «tregua immediata per arrestare l’escalation sionista» dopo un giro di telefonate del numero uno di Gaza, Ismail Haniyeh. La Jihad Islamica lo ha confermato alla agenzia Afp. Poco prima il presidente palestinese Abu Mazen si era appellato alla comunità internazionale invitandola a intervenire per fermare i raid.

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Israele dà il via libera all’estensione delle colonie

La parola “fine” al processo di Pace avviato a settembre 2010 – ma mai decollato – l’hanno messa ieri gl’israeliani in una domenica fresca e nuvolosa di primavera. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa, Ehud Barak, hanno dato l’ok al progetto di estensione di quattro colonie ebraiche in Cisgiordania. Quasi in contemporanea, poi, il comune di Gerusalemme ha approvato una bozza sull’allargamento di un rione ebraico, Gilo, a Gerusalemme Est.

Il via libera arriva in un momento delicato per la diplomazia israeliana. Dopo una settimana di alti e bassi sul fronte internazionale. E un giorno prima della visita ufficiale del presidente Simon Peres a Washington, al cospetto di Obama. Quell’Obama che ha voluto a tutti i costi riprendere il tavolo dei negoziati tra israeliani e palestinesi.

Secondo la radio militare Barak starebbe per approvare i piani regolatori di quattro piccoli insediamenti in Cisgiordania: Rotem, Hemdat, Eshkolot e Nofim. Si tratta di progetti di carattere generale, che non includerebbero, per il momento, la costruzione di nuovi edifici.

Il quotidiano Haaretz e il giornale online Ynet scrivono poi che una commissione del municipio di Gerusalemme avrebbe dato l’ok all’estensione del rione di Gilo – nel settore est della città, oltre le linee di demarcazione in vigore fino alla guerra dei sei giorni del 1967 – con la costruzione di almeno 900 alloggi, di edifici pubblici e di un centro commerciale.

© Leonard Berberi

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