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La Banca d’Israele e quel candidato accusato di aver rubato un profumo

Jacob Frenkel, ex governatore della Banca d'Israele e di nuovo candidato a sedere sulla stessa poltrona (foto Haaretz)

Yaakov Frenkel, ex governatore della Banca d’Israele e di nuovo candidato a sedere sulla stessa poltrona (foto Haaretz)

Può la Banca centrale di un Paese essere gestita da un cleptomane? La domanda, maliziosa, se l’è posta Haaretz, il quotidiano progressista israeliano, all’indomani dell’annuncio del premier Benjamin Netanyahu: per il dopo-Stanley Fisher, Bibi vuole nominare Yaakov Frenkel prossimo governatore della Banca d’Israele.

Ignorava il primo ministro, forse, che Frenkel è il protagonista della «vicenda di Hong Kong». Una storia, mai chiarita a dire il vero, che risale al 2006. Vicenda conosciuta da tutti ai tempi. Poi caduta nel dimenticatoio. Quindi tirata fuori, di nuovo, in questi giorni.

Sette anni fa Yaakov Frenkel – 69 anni, economista di fama internazionale, imprenditore di lungo corso, ex governatore della Banca dello Stato ebraico dal 1991 al 2000 – venne fermato all’uscita di un duty free dentro lo scalo internazionale di Hong Kong. Secondo un commesso non avrebbe pagato una confezione di profumo. Il tutto, secondo Haaretz, sarebbe stato ripreso dalle telecamere a circuito chiuso. A quel punto l’ex governatore, grazie al passaporto diplomatico, avrebbe trascorso una notte in un albergo dell’aeroporto (e non in cella), per poi tornare a casa, grazie soprattutto all’intervento del consolato israeliano.

«Fu solo un malinteso», chiarisce Yaakov Frenkel. «Le autorità locali anzi mi ringraziarono perché rinunciai a chiedere di essere indennizzato per il trattamento patito». Una spiegazione che non ha convinto molti. Tant’è vero che due giorni fa il candidato governatore ha dovuto ricostruire nei dettagli tutta la vicenda di fronte a una commissione di quattro esperti. Non si sa ancora con quale esito. Se soddisfatti, la nomina potrà a quel punto essere sottoposta all’esecutivo. Anche se, secondo la stampa economica locale, è molto più probabile che a prendere il suo posto sarà Leo Leiderman, capo economista di Banca Hapoalim, l’istituto di credito più grande del Paese.

© Leonard Berberi

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La Banca d’Israele: i lavoratori palestinesi mettono a rischio quelli israeliani

Gli stipendi ridotti dei lavoratori palestinesi rischiano di abbassare ulteriormente la busta paga dei dipendenti israeliani non qualificati. Con il timore che questo scateni una lotta all’interno di quella che viene definita la “manodopera povera”.

L’allarme lanciato dalla Banca d’Israele cade in un momento di forte ripresa economica per lo Stato ebraico. I palestinesi che lavorano in Israele – scrive il dossier della Banca nazionale – sono aumentati del 20% nel periodo 2002-2008.

“Questo aumento – continua il rapporto – contribuisce a dare una mano all’economia palestinese soprattutto dalle parti della Giudea e Samari e ha raccolto rimesse per circa 649 milioni di dollari nel 2008, il 10% della produzione palestinese”.

44mila palestinesi della contea in questione – quella di Giudea e Samaria – hanno lavorato in Israele in tutto il 2008, considerando i 25mila con permesso di lavoro e i 16mila che hanno prestato manodopera in modo illegale. Quasi tutti i lavoratori palestinesi che hanno lavorato da noi – scrive la Banca d’Israele – sono uomini.

Il dossier poi tocca il cuore del problema: le retribuzioni. Un lavoratore palestinese – secondo i calcoli – guadagna circa 55 dollari per ogni giorno di lavoro in Israele contro i 35 dollari di un dipendente in nero. Stipendi che sono circa il 20% in meno di quelli percepiti dai lavoratori israeliani.

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