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LA STORIA / La “dolce vita” degli israeliani a Teheran

L'allora primo ministro israeliano, David Ben-Gurion (il primo da sinistra), parla con Reza Safinia, ministro iraniano plenipotenziario in una festa a Gerusalemme il 1° giugno 1950 (foto Teddy Brauner/Gpo)

L’allora primo ministro israeliano, David Ben-Gurion (il primo da sinistra), parla con Reza Safinia, ministro iraniano plenipotenziario in una festa a Gerusalemme il 1° giugno 1950 (foto Teddy Brauner/Gpo)

Se lo tiene ancora stretto quell’orologio tutto d’oro Ofer Nimrodi. Milionario israeliano, ex proprietario del quotidiano «Maariv», Nimrodi oggi ha 56 anni. All’età di otto, e dopo aver suonato il pianoforte, s’è ritrovato con un dono costosissimo. E tutto grazie a questo signore grosso e a tratti minaccioso che aveva deciso che era stato bravissimo. E che, proprio per questo, meritava un premio. «Ecco, tienilo, è tuo, te lo sei guadagnato», gli disse quell’uomo.

È il 1965. In una villa a nord di Teheran, in Iran, Yaakov Nimrodi – inviato militare dello Stato d’Israele – ha invitato a casa alcuni dei più alti rappresentaNti dell’esercito dello scià di Persia Reza Pahlavi. Tra questi c’è anche il generale Fereydoun Djam, capo di Stato maggiore. Per divertire gli ospiti d’eccezione Yaakov decide di chiamare il figlio Ofer a esibirsi con il piano. Il piccolo esita. Il padre insiste. Quei signori pure. Ed ecco che Ofer si siede, respira, e inizia a suonare.

La locandina del documentario sui rapporti tra Israele e Iran

La locandina del documentario sui rapporti tra Israele e Iran

È un successo. Quei signori, pieni di stellette, applaudono e apprezzano. Poi il generale Djam, in persiano, chiama il ragazzino e gli regala l’orologio che aveva al polso. «Non avevo idea di cosa stava accadendo. Ho cercato di fare qualcosa guardando mio papà. Ma lui, dopo aver cercato di rifiutare quel dono, si è dovuto arrendere».

È una delle storie, forse incredibili, successe quando a Teheran non solo si vedevano molti israeliani, ma El Al, la compagnia dello Stato ebraico, aveva addirittura un suo ufficio e voli quotidiani. Per non parlare della sede di una delle sole due scuole israeliane al di fuori del Paese. E di quando il Purim si festeggiava tutti insieme, tra balli, canti, suoni e cibo. E risate. Poi arrivò la rivoluzione islamica. E fu l’inizio della fine. Per chi aveva un passaporto con la Stella di Davide. E per i centomila iraniani di religione ebraica.

Basta vedere i filmati girati in otto millimetri. O sentire i testimoni diretti. Per rendersi conto che, un tempo, c’era un «paradiso israeliano» in Iran. Lo raccontano in un documentario di circa un’ora i registi Dan Shadur e Barak Heyman. Un lavoro di ricerca e interviste durato mesi e confluito in «Before the Revolution», prima della rivoluzione. La sintesi di quello che – molti degli intervistati, tutti israeliani fuggiti dopo l’arrivo di Khomeini – chiamano «i momenti più belli della nostra vita».

Decine di israeliani festeggiano il Purim all'interno della loro ambasciata a Teheran negli anni Settanta (frame dal documentario "Before the revolution")

Decine di israeliani festeggiano il Purim all’interno della loro ambasciata a Teheran negli anni Settanta (frame dal documentario “Before the revolution”)

Il documentario (sotto il trailer) cerca di raccontare il periodo senza ignorare nulla. Nemmeno i legami tra ebrei e regime nonostante la violazione, palese, di alcuni dei più fondamentali diritti umani. Ma erano tutte questioni che non riguardavano gl’israeliani. I quali, spiega il documentario, «pensavano a partecipare alle feste dello Scià di Persia e a fare tanti soldi». A proposito di «ombre», si ricorda anche che è stato proprio Yaakov Nimrodi, per conto di Gerusalemme, a fornire a Teheran gli strumenti per costruire un sistema missilistico avanzato e 50 mila mitragliatrici di tipo Uzi. E si fa intuire, senza approfondire però più di tanto, che il programma nucleare iraniano potrebbe essere stato avviato proprio grazie agl’israeliani. Gli stessi che, oggi, vogliono bloccarlo.

Gli accordi, fino al 1979, sono andati a gonfie vele per entrambi i Paesi. Lo Stato ebraico importava il petrolio. Quello iraniano riceveva le conoscenze tecnologiche necessarie per l’agricoltura, il commercio e, soprattutto, l’esercito. «Quei tempi erano incredibili», ricorda nel documentario Yitzhak Segev, inviato militare dal 1977 al 1979 a Teheran. «Praticamente ogni generale iraniano è stato in Israele e molti di noi sono stati da loro». Non sono soltanto memorie, magari in bianco e nero, di un vecchio uomo dell’esercito. Sono anche le centinaia di foto dove si vedono i più alti ranghi di entrambi i Paesi parlare, bere qualcosa, partecipare insieme a feste religiose e laiche.

Gli uffici della compagnia aerea israeliana El Al saccheggiati e dati alle fiamme a Teheran nel 1979 durante la rivoluzione khomeinista (frame dal documentario "Before the revolution")

Gli uffici della compagnia aerea israeliana El Al saccheggiati e dati alle fiamme a Teheran nel 1979 durante la rivoluzione khomeinista (frame dal documentario “Before the revolution”)

Tutto svanito nel 1979. Con il Mossad che ha dovuto faticare non poco per riportare a casa tutti gl’israeliani. Con le ambasciate occidentali – soprattutto quella americana – impegnate a offrire supporto logistico a Gerusalemme per salvare il più alto numero di ebrei. Con l’ambasciata e l’ufficio della El Al saccheggiato e distrutto. Quando Khomeini salì al potere c’erano circa 100 mila iraniani di religione ebraica. Sessantamila lasciarono il Paese. Oggi si contano non più di ventimila.

E il generale Fereydoun Djam, dopo essersi rifiutato di servire sotto l’ayatollah, è morto nel maggio del 2008 in un ospedale alla periferia di Londra. Aveva 94 anni.

© Leonard Berberi

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VIDEO / Quelle contestazioni ad Ahmadinejad e il messaggio per Israele

«Ahmadinejad, mi aiuti! La prego! Ahmadinejad, sono in pensione, mi aiuti! Ho fame!». C’è un video che sta facendo il giro del Medio Oriente. È stato ripreso con un telefonino. Poi reso pubblico, a tutto il mondo, su YouTube. Non è un filmato qualsiasi. È la prova, per i Paesi dell’Occidente, che la povertà ormai è una realtà nelle aree lontane da Teheran. E infatti in Israele non hanno perso tempo: l’hanno mostrato nelle principali edizioni dei telegiornali, a partire da quello – seguitissimo – di Canale 2.

«Ahmadinejad, mi aiuti! Ho fame!», continua a urlare disperato l’uomo, sulla cinquantina d’anni, portati esattamente come li porterebbe chi vive in una zona che soffre la crisi. «Ahmadinejad, mi aiuti!», implora ancora l’uomo per alcuni secondi. E mentre dice questo, mentre urla in modo straziante, sbatte i pugni sul cofano della macchina in mezzo a un lungo convoglio d’auto.

Poco sopra, sul tettuccio del veicolo, c’è proprio lui, Mahmoud Ahmadinejad, il presidente iraniano che tiene in ostaggio un’area intera – il Medio Oriente – e con il fiato sospeso tutto il resto del globo per i suoi progetti nucleari chiari come i contorni delle figure per un miope. Prima fa finta di nulla. Saluta gli altri. Poi, però, non può più fare orecchie da mercante. E allora si gira verso l’uomo. Fa il cenno di chi sta ascoltando. E ascolta. Almeno così fa intendere.

Ahmadinejad si trova – nel filmato – nella città di Bandar Abbas, 400mila abitanti arroccati attorno al porto, uno dei più importanti del Paese. Non un posto qualsiasi, Bandar Abbas. È la città che, in caso di scoppio di un conflitto con israeliani e americani, potrebbe giocare un ruolo chiave: si trova esattamente nello stretto di Hormuz, quello dove passano petrolio e cibo e navi occidentali e che Ahmadinejad ha più volte minacciato di chiudere, facendo soffrire ancor di più le economie europee.

L’uomo viene portato via velocemente. Scompare tra la folla. Ma è in quell’istante che appare una donna, velata di nero – come impone la tradizione religiosa degli ayatollah – ha anche lei qualcosa da dire, qualcosa da chiedere al presidentissimo. Non si accontenta però di star lì, a bordo della strada, ai margini della politica. No. Sale proprio sul cofano dell’auto presidenziale. Viene strattonata. Si libera. E riesce a salire sul tettuccio. E dice, a pochi centimetri di distanza, proprio in faccia, ad Ahmadinejad: «Presidente, qui va tutto a rotoli, non abbiamo i soldi per mangiare». Anche in questo caso, il capo muove la testa. Da segnali d’intesa. Poi dice alla donna di andare dietro alla macchina. Lei obbedisce. Il capo è libero. La carovana di auto può ripartire. Mentre tutt’intorno c’è gente che urla, sbraita, tiene il dito alzato per esporre al presidente problemi e richieste.

«È un video importantissimo», dicono a Tel Aviv. «Sicuramente Israele userà il filmato per fare propaganda e mettere in difficoltà Teheran», aggiungono i maligni. E a Gerusalemme non nascondono la soddisfazione per un documento prezioso che riesce a superare il confine iraniano, che buca il blocco informatico del regime degli ayatollah e racconta, a tutto il mondo, che c’è ancora gente che – nonostante tutto – resiste. E lotta.

© Leonard Berberi

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