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Elezioni in Israele, le proiezioni e le possibili coalizioni

Le schede con i partiti con le quali si è votato nel 2013 (foto di Yonatan Sindel/Flash 90)

Le schede con i partiti con le quali si è votato nel 2013 (foto di Yonatan Sindel/Flash90)

Alla fine l’ago della bilancia potrebbe essere il nuovo entrato. Un po’ come accadde nell’altra tornata elettorale con «Yesh Atid» del giornalista-conduttore Yair Lapid. «Kulanu», la formazione creata poche settimane fa da Moshe Kahlon (ex ministro del premier uscente Benjamin Netanyahu) con i suoi 8 seggi – secondo la media degli ultimi sondaggi – rischia di decidere le sorti del futuro governo israeliano: è solo con loro, salvo grandi sommovimenti, che i due blocchi possono sperare di prendere almeno 61 seggi (su 120) per un nuovo governo.

A cinque giorni dalle elezioni del 17 marzo «Unione sionista», il blocco di centro-sinistra formato da laburisti e dal partito di Tzipi Livni si attesta attorno ai 24 seggi. Seguito dal «Likud» del primo ministro uscente Benjamin Netanyahu. Terzi, con 13 deputati, «Focolare ebraico» di Naftali Bennett, le Liste arabe unite e «Yesh Atid» di Yair Lapid. Seggi anche per «Yisrael Beitenu» di Avigdor Lieberman (6), per gli ultrareligiosi dello «Shas» (7) e dello «United Torah Judaism» (6), per «Yahad», la formazione di Eli Yishai (ex «Shas», 4) e i comunisti di «Meretz» (5).

israel_poll_1Netanyahu resta il favorito per la formazione del nuovo esecutivo. Giocano, dalla sua parte, sia il campo politico di «Kulanu» (destra) che il fatto di dovere a che fare con realtà non molto distanti dalle idee di base del suo «Likud». Molto più complicata – e frastagliata – la situazione dall’altra parte. Dove il blocco di centro-sinistra («Unione sionista») secondo i seggi che gli assegnano i sondaggi dovrebbe formare una coalizione eterogenea composta da loro, «Yesh Atid» (centrista), le Liste arabe unite, «Meretz» (comunisti) e, appunto, «Kulanu».

Falafel Cafè ha preparato i due principali scenari se dovessero confermarsi i sondaggi. Scenari che, nel caso del blocco di centro-sinistra-arabi, risulta poco probabile. Sempre che non ci si comporti proprio come nel 2013: nessuna maggioranza e governo di grande coalizione. Ma questa è un’altra storia…

© Leonard Berberi

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Sicurezza e rivali, ecco come Netanyahu corre verso la vittoria (salvo sorprese)

Il primo ministro israeliano uscente Benjamin Netanyahu saluta i suoi supporter il 23 gennaio 2013 (foto di Yotam Ronen/Activestills)

Il primo ministro israeliano uscente Benjamin Netanyahu saluta i suoi supporter il 23 gennaio 2013 (foto di Yotam Ronen/Activestills)

Tutto deciso. Salvo sorprese. Perché alle elezioni mancano ancora dei giorni (23, per la precisione). E perché lo scenario mediorientale – incasinato com’è, soprattutto in questi ultimi anni – non lascia spazio alla prevedibilità.

E però chi ha avuto contatti con lo staff di Benjamin Netanyahu parla di un’atmosfera elettrizzante dentro il Likud, il partito del primo ministro israeliano uscente. Se non ci saranno imprevisti – e scossoni – verso le 23 del prossimo il 17 marzo dovrebbe essere proprio Netanyahu a tenere il discorso della vittoria. Con tanto di ringraziamenti – di rito – al popolo. E ai suoi nuovi alleati. Alleati che poi tanto nuovi non sono. E che, comunque, saranno non pochi. Almeno cinque.

La proiezione della distribuzione dei seggi al parlamento israeliano sulla media dei sondaggi di questi giorni (da Haaretz)

La proiezione della distribuzione dei seggi al parlamento israeliano sulla media dei sondaggi di questi giorni (da Haaretz)

E comunque. A incoraggiare «Bibi» (come viene chiamato il premier) sono i sondaggi. A rincuorarlo sono le proiezioni. Dall’altra parte, nell’area di centro-sinistra, non si arriva a quota 61 seggi, quelli necessari per formare il governo. Di più. Anche mettendo insieme un ampio spettro politico – dall’«Unione sionista» (il ticket formato da laburisti e la formazione di Tzipi Livni) fino al blocco dei partiti arabo-israeliani passando per quelli di destra come «Kulanu» – si potrebbe arrivare a 60 seggi. Ma è un’ipotesi di scuola remota. Per non dire impossibile.

Dal suo lato, per il Likud splende il sole. Certo, Netanyahu dovrebbe mettersi insieme con altri cinque partiti – «Habayit Hayehudi» di Naftali Bennett, «Kulanu» dell’ex ministro di Netanyahu, Moshe Kahlon, «Yisrael Beitenu» di Avigdor Lieberman, «Shas» (ultraortodossi), «United Torah Judaism» – ma almeno il campo politico e ideologico è a destra. Niente più accordi e strette di mano con il centro, insomma. Niente più ricatti – questo ha sempre denunciato Bibi – per mano di Tzipi Livni e Yair Lapid.

I due slogan a confronto. Quello di Unione sionista (in alto) recita "Noi o lui" dove "lui" è Netanyahu. Quello del Likud, sopra, replica: "Noi o loro" dove "loro" sono quelli di Unione sionista

I due slogan a confronto. Quello di Unione sionista (in alto) recita “Noi o lui” dove “lui” è Netanyahu. Quello del Likud, sopra, replica: “Noi o loro” dove “loro” sono quelli di Unione sionista

Insomma, Netanyahu. Di nuovo. Da quattordici anni. Nonostante le gaffe. Le accuse. I passi falsi. Le frasi inopportune. Le visite non richieste. I discorsi non graditi. Per chi guarda da fuori la scena politica israeliana lo stupore non è poco. Come può uno come Netanyahu – da anni in prima linea, da settimane al centro delle polemiche – ecco, come può ancora lui essere il favorito alle prossime elezioni?

In realtà quelle che sono apparse come figuracce sembravano volute. Per accreditare il primo ministro come un garante della religione (quando invita gli ebrei europei a trasferirsi in Israele). Per trasformarlo nel salvatore della Patria (quando ricorda i pericoli che rappresentano Isis, Hamas, Hezbollah, l’Iran). Per etichettarlo come bastione degl’israeliani in Medio Oriente e nel mondo (quando s’impone su Washington e decide di andare a parlare al Congresso Usa nonostante la contrarietà della Casa Bianca oppure quando va a far campagna elettorale negl’insediamenti in Cisgiordania).

Isaac Herzog (leader laburista) e l'ex ministro della Giustizia Tzipi Livni (leader di Hatnua) alla presentazione ufficiale del blocco di centro-sinistra Unione sionista lo scorso 10 dicembre (foto Reuters)

Isaac Herzog (leader laburista) e l’ex ministro della Giustizia Tzipi Livni (leader di Hatnua) alla presentazione ufficiale del blocco di centro-sinistra Unione sionista lo scorso 10 dicembre (foto Reuters)

Sicurezza. Sicurezza. Sicurezza. Il Likud gioca su questo argomento. Il centro-sinistra no. Anzi. Non solo non riesce a portare – finora – la campagna su un tema «delicato» per Netanyahu, l’economia. Ma non si è nemmeno accreditato come alternativa al premier uscente proprio sulla sicurezza. Da una parte (il Likud) la chiarezza politica. Dall’altra (Unione sionista) messaggi poco chiari. Da una parte un volto (Netanyahu). Dall’altra due (Isaac Herzog e Tzipi Livni). In tutto questo il centro-sinistra deve scontare la poca notorietà di Herzog. Leader dell’opposizione da anni, è poco conosciuto nell’elettorato. Fa parte dei «Kennedy d’Israele», gli Herzog, e il papà Chaim è stato il sesto presidente dello Stato d’Israele.

Un handicap che Herzog – e Livni, e gli staff – conosce. E non è un caso se, intervistato dal settimanale tedesco Der Spiegel, ha risposto così alla domanda sul tipo di leader per lui migliore: «Levi Eshkol, primo ministro durante la guerra dei Sei giorni nel 1967, per me è un modello. Non era molto carismatico, ma è stato semplicemente un premier eccellente e un grande capo».

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Netanyahu in bilico e lo spettro delle elezioni anticipate

Yair Lapid, leader di "Yesh Atid" e ministro israeliano delle Finanze con (a destra) Benjamin Netanyahu, primo ministro dello Stato d'Israele e leader del "Likud" (foto Flash 90)

Yair Lapid, leader di “Yesh Atid” e ministro israeliano delle Finanze con (a destra) Benjamin Netanyahu, primo ministro dello Stato d’Israele e leader del “Likud” (foto Flash 90)

Domenica sera erano entrambi allo stadio di Haifa a seguire la sfida Israele – Bosnia, valida per Euro 2016. La partita l’hanno vinta i padroni di casa per tre a zero. Ma gli occhi dei giornalisti politici erano tutti verso quei due lì. Seduti a qualche metro di distanza. Il primo in una saletta vip con il figlio. Il secondo in mezzo ai tifosi, con cappello evidente e bandierina con la stella di Davide. I due – il premier Benjamin Netanyahu e il ministro delle Finanze Yair Lapid – non si sono nemmeno degnati d’uno sguardo. D’un sorriso. D’una foto di fronte ai cronisti.

Perché il primo, Netanyahu, è dato dagli analisti ormai sulla via d’uscita. Il secondo, Lapid, colui che l’accompagnerà – nemmeno tanto con le buone – verso la pensione anticipata. Per questo i rapporti nella coalizione di governo sono ormai arrivati a questi livelli. Con Lapid che – scrive Haaretz – non parla da una settimana con gli esponenti del Likud, il partito di Netanyahu. Figurarsi contattare Netanyahu stesso. E con Netanyahu che da giorni fa capire, fa trapelare, fa intuire che Lapid ha messo in moto una manovra per farlo fuori dal governo. Dalla politica.

Netanyahu con uno dei figli allo stadio di Haifa durante Israele - Bosnia, valida per Euro 2016, vinta dai padroni di casa (foto Ufficio stampa governo israeliano)

Netanyahu con uno dei figli allo stadio di Haifa durante Israele – Bosnia, valida per Euro 2016, vinta dai padroni di casa (foto Ufficio stampa governo israeliano)

Che qualcosa non andasse si era capito quando Lapid aveva dato buca a una serie di incontri con i responsabili economici del partito di Netanyahu. Incontri importanti, fissati per decidere i punti principali della nuova manovra finanziaria del Paese, ora che i conti hanno rallentato più del previsto. Ma da Yesh Atid respingono tutte le accuse e rilanciano: «Netanyahu deve smetterla di assecondare le posizioni più estreme del suo partito pur di vincere le primarie del Likud di gennaio».

Lo stallo è di difficile risoluzione. Perché secondo gli analisti Lapid non avrebbe i 61 deputati (su 120) per cacciare Netanyahu e formare un nuovo esecutivo. Ma allo stesso tempo Netanyahu non può cacciare Lapid altrimenti non avrebbe più la maggioranza alla Knesset, il parlamento.

Yair Lapid allo stadio di Haifa durante Israele - Bosnia (foto da Facebook)

Yair Lapid allo stadio di Haifa durante Israele – Bosnia (foto da Facebook)

La furia del premier si dovrebbe scagliare anche contro Tzipi Livni, ministro della Giustizia, delegata ufficiale d’Israele nei colloqui di pace (ora fermi) con i palestinesi e leader del partito Hatnuah. Ma per fare anche a meno di lei Netanyahu dovrebbe far entrare in coalizione tutti i partiti ultraortodossi ora all’opposizione. Risultato: un governo a forte, fortissima, trazione di estrema destra. Opzione praticabile. Se non fosse per il fatto – fa notare Haaretz – che uno dei «falchi» del governo, Avigdor Lieberman (ministro degli Esteri e leader di Yisrael Beitenu), odia i partiti religiosi.

Lo spettro delle elezioni anticipate – come auspica un altro partito ultrareligioso, lo Shas, se vogliono far fuori Netanyahu – sembra proprio alle porte. E diversi dirigenti del Likud le danno per scontate subito dopo le primarie di gennaio. Anche se il rischio – secondo il primo ministro – è che Yair Lapid faccia cadere il governo subito dopo l’ok alla manovra finanziaria.

Netanyahu con Tzipi Livni, suo ministro della Giustizia, durante una seduta della Knesset, il parlamento israeliano (foto Flash 90)

Netanyahu con Tzipi Livni, suo ministro della Giustizia, durante una seduta della Knesset, il parlamento israeliano (foto Flash 90)

Se però Netanyahu non si è ancora espresso pubblicamente sul caos nel governo, ma ha fatto parlare i suoi, Lapid si è fatto vedere di fronte alle tre tv principali – Canale 1, Canale 2 e Canale 10 – e a tutte e tre ha detto la stessa cosa: non c’è nessun piano per rovesciare l’esecutivo, non ha nessuna intenzione di prendere il posto di Netanyahu o di andare al voto anticipato.

«Non penso abbiamo bisogno di un altro governo o i nuove elezioni», ha detto Lapid. «E non penso che qualcuno voglia queste cose. Non mi piacciono gli ultimatum, le minacce o le “linee rosse”. Non credo ne abbiamo bisogno», ha replicato a un articolo di Yedioth Ahronoth che invece parlava di un Lapid deciso a far fuori Netanyahu proprio a suon di ultimatum e «linee rosse». «Però se il primo ministro vuole andare urne allora si vada alle urne», ha chiarito Meir Cohen, collega di partito di Lapid e ministro per il Welfare.

Avigdor Lieberman, ministro degli Esteri (foto di Abir Sultan/Epa)

Avigdor Lieberman, ministro degli Esteri (foto di Abir Sultan/Epa)

A destabilizzare la coalizione è l’atteggiamento di Netanyahu nei confronti dei colloqui di pace con i palestinesi e delle sue politiche in Cisgiordania. Le formazioni di centro e di sinistra del suo governo attaccano il premier per aver fatto fallire i negoziati e per aver accentuato le tensioni con gli arabo israeliani invitandoli – pochi giorni fa – ad andare a vivere nell’Autorità palestinese se non si trovano bene nello Stato ebraico.

Una tensione che ha raggiunto ufficialmente il picco domenica quando Netanyahu ha deciso di scavalcare il ministro della Giustizia, Tzipi Livni: se Livni proponeva di mandare per la seconda volta in commissione Affari legislativi un disegno di legge molto contestato – quello che prevede l’ufficializzazione dell’ebraicità dello Stato d’Israele – Netanyahu ha stabilito che era finito il tempo della discussione: quel disegno di legge va discusso alla prossima riunione di governo così da essere votato direttamente in parlamento. Una mossa che preoccupa diverse cancellerie occidentali. A partire da quella americana.

© Leonard Berberi

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La solitudine di Netanyahu

Benjamin Netanyahu, primo ministro d'Israele e leader del partito "Likud"

Benjamin Netanyahu, primo ministro d’Israele e leader del partito “Likud”

L’occasione, dal punto di vista di Hamas, è storica: fare fuori, politicamente, il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Non a colpi di razzi. Non solo almeno. Ma dall’interno: con l’aiuto degli uomini di fiducia del primo ministro che negli ultimi giorni hanno preso le distanze da lui o, peggio, l’hanno apertamente attaccato. Non è un caso se proprio la formazione palestinese ha detto no, per ora, al piano di cessate il fuoco proposto dall’Egitto e accettato dallo Stato ebraico.

Sono giorni davvero difficili per Netanyahu. Da sempre considerato un «falco» della politica israeliana, ora – per paradosso – si sta rivelando l’uomo che non vuole far precipitare le cose. Ed è sempre meno appoggiato nella compagine governativa. Si rifiuta di mandare l’esercito a Gaza. Bolla come «rumore di fondo da non accogliere» le parole del suo (ormai ex) braccio destro Avigdor Lieberman: il ministro degli Esteri, infatti, ha proposto di invadere la Striscia «per farla finita una volta per tutte». Poi caccia dalla compagine di governo Danny Danon, viceministro della Difesa, uno degli uomini di punta del Likud, lo stesso partito del premier. Danon aveva pubblicamente criticato Netanyahu per aver accettato il piano egiziano per la tregua con Hamas: «La decisione del premier è uno schiaffo in faccia agl’israeliani», ha detto Danon.

Le scie di fumo lasciate dai razzi sparati da Gaza City verso Israele dal braccio armato di Hamas, martedì 15 luglio (foto di Thomas Coex/Afp)

Le scie di fumo lasciate dai razzi sparati da Gaza City verso Israele dal braccio armato di Hamas, martedì 15 luglio (foto di Thomas Coex/Afp)

Il comunicato sul «licenziamento» la dice lunga sullo stato di agitazione a Gerusalemme. È delle 20.35 di martedì 15 luglio. E bisogna ricordarsela l’ora. «In un momento in cui il governo d’Israele e l’esercito sono nel mezzo di una campagna militare contro le organizzazioni terroristiche e proprio quando stanno facendo di tutto per garantire la sicurezza dello Stato ebraico e dei suoi cittadini, non è accettabile che il viceministro della Difesa attacchi il vertice del Paese proprio sulla gestione della situazione. Alla luce delle sue frasi – che esprimono una mancanza di fiducia nel governo e, personalmente, nel primo ministro, ci si sarebbero aspettate le sue dimissioni. Ma visto che questo non è successo, io (Netanyahu, ndr) ho deciso di allontanarlo dal suo incarico».

L'ex viceministro della Difesa, Danny Danon (a sinistra) e il premier israeliano Benjamin Netanyahu in una delle ultime apparizioni insieme (foto di Tomer Neuberg/Flash90)

L’ex viceministro della Difesa, Danny Danon (a sinistra) e il premier israeliano Benjamin Netanyahu in una delle ultime apparizioni insieme (foto di Tomer Neuberg/Flash90)

Danon resta parlamentare, sempre nelle file del Likud. E non si capisce se Netanyahu l’abbia cacciato davvero per le sue frasi o, perché, temeva che proprio Danon avrebbe potuto prendersi la fetta più oltranzista del partito. Fatto sta che la replica dell’ex viceministro non si è fatta attendere. Ed è stata altrettanto dura. Durissima. Parte da lontano. E arriva alle redazioni dei giornali alle 20.36. Un minuto dopo la lettera di Netanyahu.

«Il primo ministro è capitolato di fronte al presidente dell’Autorità palestinese, Mahmoud Abbas, nel momento in cui ha accettato di rilasciare 78 assassini per riprendere i negoziati, quando non ha reagito in modo duro quando i nostri tre ragazzi sono stati uccisi brutalmente e quando stamattina (ieri, ndr) ha accettato il cessate il fuoco con Hamas, rendendo così Israele ancora più debole. Io non potrei accettare l’aria di sconfitta che ormai domina il governo e non tradirei mai i miei valori in cambio della poltrona».

Il ministro israeliano degli Esteri, Avigdor Lieberman, nella conferenza stampa di martedì 15 luglio, dove invita a invadere Gaza (foto di Yonatan Sindel/Flash90)

Il ministro israeliano degli Esteri, Avigdor Lieberman, nella conferenza stampa di martedì 15 luglio, dove invita a invadere Gaza (foto di Yonatan Sindel/Flash90)

La verità è che più passano le ore, più Hamas continua a lanciare razzi, più le sirene continuano a suonare in metà dello Stato ebraico, più la leadership di Netanyahu è messa in discussione dai ministri stessi. Oltre a Lieberman, oltre a Danon, ci sono altre figure di spicco che ormai sono contro le decisioni di Netanyahu. E fanno capire che l’uomo dovrebbe andarsene. Molto critici sono i ministri Yisrael Katz (Likud) e Uzi Landau (Israel Beitenu, il partito di Lieberman).

«Il messaggio che viene dato agl’israeliani dai loro ministri è questo: Netanyahu non sa quello che sta facendo», sintetizzano diversi analisti sui giornali locali e sulle emittenti tv da giorni impegnati con le dirette non stop. «Ma quando la situazione si sarà ristabilita, se si sarà ristabilita, il premier dovrebbe fare i conti una volta per tutte con Lieberman e il suo partito».

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Israele, si allungano i tempi per il nuovo governo: stallo nei negoziati con Yair Lapid

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Yair Lapid, leader di “Yesh Atid” (C’è un futuro), il secondo partito più votato alle elezioni israeliane del 22 gennaio scorso (foto Ariel Schalit / Ap)

«Ma Yair a che gioco sta giocando?». Dicono che Benjamin Netanyahu, premier uscente e prossimo alla conferma, stia perdendo la pazienza. Con una crisi – per ora contenuta – con Siria, Iran e Libano, lo Stato ebraico, a più di una settimana dal voto, non ha ancora un nuovo governo. E a bloccare la formazione del prossimo esecutivo sarebbe, secondo i fedelissimi di Netanyahu, Yair Lapid. Il leader di “Yesh Atid” (C’è un futuro, in ebraico) pare abbia fatto un bel po’ di richieste. «Alcune del tutto inaccettabili», sussurrano dall’ufficio del premier, «il belloccio della tv dovrebbe scendere dal suo cavallo bianco e sporcarsi le mani».

Ed ecco quindi la proposta, estrema: «Fare a meno di Lapid e del suo partito». Formare un governo spostato più a destra. Imbarcare non solo Naftali Bennett con il suo “Jewish Home / National Union”, ma anche gli ultrareligiosi di “Shas”, “United Torah Judaism”. E superare la maggioranza con i centristi di “Kadima” e “Hatnuah”. Totale: 69 seggi su un totale di 120. «Bibi (Netanyahu, nda) non può lasciare il controllo della coalizione a Lapid», spiega un alto rappresentante del “Likud”, il partito del premier. Che aggiunge: «L’obiettivo del leader di “Yesh Atid” è quello di trovare il momento opportuno per far cadere Bibi. L’ha sempre detto prima e confermato in campagna elettorale».

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Un poster elettorale con il volto del premier uscente (e confermato) Benjamin Netanyahu (foto Ariel Schalit / Ap)

I colloqui per il nuovo esecutivo intanto vanno avanti. Mercoledì David Shimron, alto rappresentante del “Likud” ha incontrato Uri Ariel, deputato di “Jewish Home / National Union”, per mettere a punto gli accordi di governo. Il giorno dopo – giovedì – il numero uno di “Israel Beitenu” (il partito che si è presentato insieme al “Likud”), Avigdor Lieberman, ha incontrato direttamente Naftali Bennett. Ma gli analisti avvertono: «Senza i voti di Yair Lapid il premier Netanyahu difficilmente potrà mettere in piedi un governo stabile. Non solo per i partiti che dovrebbero comporlo, ma anche perché la volontà popolare è stata chiara e ha chiesto una tregua dalle politiche di estrema destra».

Sul fronte mediorientale, il settimanale americano Time ha confermato quanto raccontato in esclusiva da Falafel Cafè: il raid notturno israeliano sulla Siria, tra martedì e mercoledì scorso, ha colpito più di un obiettivo. Non soltanto un convoglio in viaggio verso il Libano e un laboratorio chimico alla periferia di Damasco, ma anche un laboratorio chimico. Time aggiunge – citando fonti d’intelligence occidentali – che gli Usa avrebbero dato luce verde allo Stato ebraico non solo a quelle incursioni aeree, ma anche alle prossime.

© Leonard Berberi

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DIRETTA BLOG / Le elezioni in Israele

ore 02.30 – Domani Israele si sveglierà con tante certezze in meno. A partire dalla forma e dal colore che prenderà il nuovo esecutivo che guiderà il Paese per i prossimi quattro anni. Tante le sfide, tante le liste che – a seconda delle combinazioni – potranno spostare il baricentro del nuovo governo più a destra o più verso il centro. La più grande responsabilità tocca al giornalista tv Yair Lapid, leader di uno Yesh Atid (trad. C’è un futuro) che ha sorpreso tutti, sondaggisti compresi. Da lui passerà il futuro della Knesset. Termina qui la lunga ed entusiasmante diretta blog di Falafel Cafè. Grazie a tutti (leonard berberi)

ore 02.20 – A metà dei voti scrutinati, questa sarebbe la distribuzione parziale dei seggi alla Knesset: Likud-Beitenu 33, Yesh Atid 19, Labor 16, Shas 12, Jewish Home – National Union 11, United Torah Joudaism 8, Hatnua (Tzipi Livni) 7, Meretz 6

ore 02.15 – Città per città, ecco i partiti più votati (a metà dei voti scrutinati):
– Gerusalemme: United Torah Judaism (27,6%), Likud-Beitenu, Shas
– Tel Aviv: Yesh Atid (19,6%), Likud-Beitenu, Labor
– Haifa: Likud-Beitenu (26,6%), Yesh Atid, Labor
– Be’er Sheva: Likud-Beitenu (37,9%), Shas, Jewish Home – National Union

ore 01.10 – Distribuzione seggi su risultati parziali forniti da Canale 2: Likud-Yisrael Beiteinu 33, Yesh Atid 18, Labor 16, Shas 12, Habayit Hayehudi 11, United Torah Judaism 7, Hatnuah 7, Meretz 6, Hadash 4, United Arab List – Ta’al 3, Balad 3

ore 00.35 – Parla il premier uscente Benjamin Netanyahu: “Sono davvero orgoglioso di essere il vostro primo ministro e vi ringrazio per avermi dato la possibilità di farlo per la terza volta. Ho iniziato da questa sera a lavorare alla formazione di una coalizione vasta e stabile”

ore 00.30 – Parla la vera sorpresa di queste elezioni, il giornalista tv Yair Lapid: “Esattamente 10 anni fa, nel 2003, in una serata come questa, ero seduto a casa dei miei genitori a seguire gli exit poll delle 10 di sera. E proprio come questa sera, i grafici colorati dissero che Shinui, il partito di mio papà, aveva vinto 15 seggi e noi tutti siamo saltati dalla felicità, abbiamo urlato e ci siamo abbracciati. Tutti, tranne uno, mio papà che era rimasto seduto e sembrava quasi triste. Quando gli ho chiesto cos’avesse, mi ha guardato serio e mi ha detto ‘Ho appena capito il peso della responsabilità che è appena ricaduto su di me’. Allora non lo capii affatto. Pensavo fosse giusto essere almeno un po’ felici. Ma ho capito mio papà e quelle parole stasera. Una grossa responsabilità è stata caricata sulle nostre spalle e attraverso queste elezioni c’è una cosa che dobbiamo tutti ricordare e ripetere: non importa dove vai, cerca solo di non essere come quelli che, una volta eletti, dimenticano. Io sono stato appena eletto e non dimenticherò” (sotto, un momento della festa al quartier generale di Yesh Atid, il partito di Lapid)

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ore 00.10 – Il leader del Labor, Shelly Yechimovich ha invitato i partiti di centro e sinistra a mettersi insieme per creare un blocco “e bloccare qualsiasi pretesa di governo di Benjamin Netanyahu”

ore 23.55 – Secondo gli esperti di flussi elettorali a far perdere seggi e voti al ticket Likud-Beitenu sarebbe stata la diserzione delle urne da parte dell’elettorato di origine russa, nocciolo duro dell’elettoralo di Israel Beitenu, il partito dell’ex ministro degli Esteri, Avigdor Lieberman

ore 23.52 – “Il nostro partito è la nuova patria per il popolo ebraico d’Israele”, dice – mentre ringrazia gli elettori – Naftali Bennett, leader di Jewish Home / National Union. “Combattereme per il Popolo d’Israele e per il nostro territorio”

ore 23.20 – Tutti si congratulano con Yair Lapid, a partire dal premier uscente (e forse confermato) Benjamin Netanyahu. E’ chiaro che Yesh Atid diventa l’ago della bilancia per qualsiasi nuova formazione alla Knesset

ore 22.20 – Smith exit poll: Likud 29, Yesh Atid 19, Labor 16, Bayit Yehudi 13, Shas 10, Livni 7, Meretz 6, UTJ 6, 11 Arabs, 3 Kadima or Strong Israel

ore 22.07 – Ricapitolando: secondo le proiezioni di Canale 2 i partiti di destra hanno guadagnato 61 seggi, quelli di centro e sinistra 59. Secondo Canale 10, invece, le formazioni di destra hanno vinto 62 seggi, quelli di centro e sinistra 58. Comunque una Knesset divisa

ore 22.01 – Exit Poll Canale 2: Likud 31, Yesh Atid 19, Labour 17. Parlamento spaccato a metà. Ecco le schermate di Canale 2

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ore 22.00 – Urne chiuse

ore 21.55 – Cinque minuti ancora prima della chiusura dei seggi. Le urne sono state chiuse alle 20 (ora locale, le 19 in Italia) nei paesini dello Stato ebraico, nelle carceri e negli ospedali

ore 21.50 – Al quartier generale del Likud-Beitenu, il partito del premier uscente Netanyahu e dell’ex ministro degli Esteri Lieberman, la soglia “accettabile” sarebbe stata abbassata a 30 seggi. “Al di sotto di quel risultato è un disastro”

ore 21.45 – Ancora quindici minuti, poi i seggi chiuderanno e sarà il tempo degli exit poll

ore 21.40 – Ultimi minuti del programma comico “Eretz Nehederet” (Uno splendido Paese) su Canale 2 e gli incroci con lo studio del tg che si prepara allo scoccare delle 22 (le 21 in Italia), quando chiuderanno i seggi in tutto lo Stato ebraico

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Yonit Levi, conduttrice dell’edizione principale del tg di Canale 2 e Eyal Kitzis, conduttore di “Eretz Nehederet” (fermo immagine Canale 2 / Falafel Cafè)

ore 21.30 – Secondo gli “internal poll” di Jewish Home / National Union della rivelazione Naftali Bennett, al Likud dovrebbero andare 35 seggi, “mentre noi ce la battiamo con Yesh Atid per il secondo partito più votato”, dicono

ore 21.13 – Scrive Haaretz che tra i circa 10 mila detenuti israeliani ha votato il 70,6% degli aventi diritto. Un vero boom, rispetto al 21% del 2009

ore 21.00 – Il Jerusalem Post racconta che secondo il primo exit poll commissionato dal Likud questa sarebbe la prima distribuzione dei seggi assegnati tra un’ora (quando chiuderanno i seggi): Likud 30, Yesh Atid 20, Jewish Home / National Union 15. Non è dato sapere il risultato delle altre liste

ore 20.50 – Traffico sulle strade israeliane: dopo aver votato, migliaia di persone sono andate a trascorrere la giornate fuori casa. Chi in montagna a sciare, chi al mare a fare il barbecue o un bagno, chi a passeggiare tra i boschi

ore 20.25 – Affluenza alle ore 20 (ora locale, le 19 in Italia): ha votato il 63,7% degli aventi diritto. Nel 2009 era il 59,7%

ore 20.22 – L’appello di Netanyahu ai suoi sostenitori: “Il Likud rischia di non essere più al governo, andate a votare per noi”

ore 20.20 – Si fanno sempre più insistenti le voci e le indiscrezioni che riferiscono di litigi e frizioni tra i dirigenti del Likud e di Israel Beitenu (il partito in ticket, guidato dall’ex ministro degli Esteri Avigdor Lieberman) su come è stata gestita la campagna elettorale

ore 20.17 – Intanto è guerra di nervi tra il Likud e Yesh Atid. I dirigenti del partito del premier Netanyahu smentiscono l’exploit della formazione del giornalista tv Yair Lapid: “Abbiamo mandato i nostri volontari a dire in giro che non è vero”, dicono

ore 20.15 – Centinaia di giornalisti, operatori tv, tecnici e addetti agli impianti al quartier generale di Likud-Beitenu due ore prima della chiusura dei seggi (video del Jerusalem Post)

ore 20.10 – Tzipi Livni, leader di Hatnuah, sostiene che cercherà di creare una coalizione tra il suo partito, il Labor di Shelly Yechimovich e Yesh Atid dell’ex giornalista tv Yair Lapid

ore 20.00 – Per par condicio, dopo il quartier generale del Likud per queste elezioni, ecco gli spalti della sala del Labor (via Canale 2)

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ore 19.50 – Tra dieci minuti verranno raccolti i dati sull’affluenza delle ore 20 (ora locale). Da questa rilevazione si saprà se il 70% di votanti – risultato che non si registra da anni – è più vicino o se sarà addirittura superato

ore 19.44 – Alta affluenza anche tra i soldati dell’esercito israeliano. Secondo Haaretz ha votato almeno il 60% dei militari nelle varie basi dello Stato ebraico. Rispetto al 2009 è un +13%. AGGIORNAMENTO: Secondo il Jerusalem Post l’affluenza è del 57%

ore 19.40 – Canale 2 racconta che c’è stata “una tesa riunione di partito” tra Netanyahu e i vertici del Likud. Non sono noti i dettagli, ma secondo i giornalisti della tv israeliana il premier uscente sarebbe molto deluso e arrabbiato per i risultati che arrivano dalle roccaforti del partito di centrodestra

ore 19.35 – Per seguire le dirette video sulle elezioni sui due più grandi canali tv d’Israele – Canale 2 e Canale 10 – cliccate sotto questi due link:
Canale 2 – www.mako.co.il/makolive
Canale 10 – elections.nana10.co.il

ore 19.20 – L’alta affluenza alza l’asticella dei voti necessari per entrare in Parlamento. Se nel 2009 bastavano 67.470 mila voti validi, oggi ai partiti servono almeno 80 mila preferenze per avere un seggio alla Knesset. Intanto a Nazareth – secondo Haaretz – ha votato il 44% degli aventi diritto di voto

ore 19.10 – La giornata elettorale in Israele, a meno di tre ore dalla chiusura dei seggi, in alcuni clic dei fotografi delle più grandi agenzie del mondo. Dalle grandi città ai villaggi beduini, dai seggi arabo-israeliani a quelli ultra-ortodossi

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ore 19.00 – Mancano tre ore alla chiusura dei seggi. Il Likud teme di perdere seggi e di non sfondare oltre quota 30-31 deputati (sui 120 di tutto il Parlamento). La sinistra – con il Labor di Shelly Yechimovich – spera nel risultato contro ogni previsione (e sondaggio). Preoccupazione degli ebrei ultra-ortodossi per l’alta affluenza

ore 18.55 – Si vota pure il giorno di festa: qui una donna appena sposata inserisce la scheda nell’urna con il vestito bianco (foto via Twitter di @bneibraki)

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ore 18.45 – Continua la diretta non-stop delle tv israeliane. Canale 2 e Canale 10 stanno seguendo la giornata elettorale – con analisi e possibili esiti – da questa mattina (nelle foto sotto due fermo immagine degli speciali televisivi)

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ore 18.35 – Il giornale Kikar Shabbat scrive che alcuni dirigenti ebrei ultra-ortodossi sono preoccupati “per la massiccia presenza di israeliani secolarizzati alle urne”. La componente religiosa da anni ha voce in capitolo su molte questioni di politica interna ed estera

Elettro ebreo ultra-ortodosso vota a Bnei Brak, città alle porte di Tel Aviv a maggioranza religiosa (foto Flash90)

Elettro ebreo ultra-ortodosso vota a Bnei Brak, città alle porte di Tel Aviv a maggioranza religiosa (foto Flash90)

ore 18.25 – “Andate a votare!”. E’ l’appello del patriarca latino di Gerusalemme, Michel Sabbah, agli elettori arabo-israeliani. Una dichiarazione, secondo i giornali locali, “senza precedenti”

ore 18.20 – Tutto pronto (o quasi) al quartier generale di Likud-Beitenu dove alle 22 si avranno i primi risultati sulle elezioni in Israele. Secondo i sondaggi il premier uscente dovrebbe essere riconfermato. Resta l’incognita dei seggi che saprà confermare (foto di Emily Baujard)

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ore 18.10 – Affluenza alle 18 (le 17 in Italia); secondo la Commissione elettorale centrale ha votato il 55,5% degli aventi diritto. Nel 2009 erano il 50,3%

ore 17.45 – Esponenti di “Yesh Atid”, il nuovo partito dell’ex volto tv Yair Lapid, hanno detto a Canale 10 che secondo le loro proiezioni di voto la formazione è seconda dopo il ticket Likud-Beitenu

ore 17.40 – Il deputato del Labor, Isaac Herzog, dice che “se alle urne andranno più del 70% degli elettori, la leader laburista Shelly Yechimovich sarà il nuovo primo ministro d’Israele”

ore 17.27 – “Con questo andazzo è già tanto se prendiamo 31 seggi”. Sarebbero le parole pronunciate da un esponente del Likud, il partito del premier Netanyahu, e riportate da Haaretz

ore 17.00 – Google celebra la giornata elettorale nello Stato ebraico con un doodle. Questo:

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ore 16.45 – La Polizia ha comunicato che fino a questo momento ci sono stati circa 350 “incidenti” legati alla giornata elettorale. Si tratta, comunque, di piccole scaramucce ai seggi

ore 16.40 – Il Movimento dei Kibbutz sostiene che alle 14.30 ora locale ha votato il 46% dei residenti nei kibbutz

ore 16.10 – Continua il trend positivo sull’affluenza. Alle 16 ora locale (le 15 in Italia) alle urne s’è recato il 46,6% degli aventi diritto. Alla stessa ora dell’ultima tornata del 2006 aveva votato il 39%. Nel 2009 era il 41,9%

ore 15.40 – Il primo ministro uscente Benjamin Netanyahu preoccupato dall’alta affluenza: “Invito i nostri sostenitori ad andare a votare, soprattutto nelle nostre roccaforti”

ore 15.00 – Il quotidiano Yedioth Ahronoth insieme al sito Ynet ha messo insieme le liste tra le quali possono scegliere gli elettori israeliani (foto sotto)

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ore 14.40 – La Commissione elettorale centrale comunica i dati dell’affluenza alle ore 14 (ora locale, le 13 in Italia): ha votato il 38,3% degli aventi diritto. Dato decisamento superiore al 30,9% del 2006

ore 14.20 – I leader dei partiti arabi in corsa per seggi alla Knesset invitano la popolazione locale ad andare a votare “per non lasciare il Parlamento in mano alla destra estrema”

ore 13.30 – Bassa l’affluenza nelle città arabo-israeliane. Secondo la Commissione elettorale centrale alle 12.30 (ora locale) ha votato l’8% degli aventi diritto a Yafia, il 12% ad Ara, il 9% a Kfar Kara, il 10% a Dir Hana, il 12% ad Ar’ara, l’11% a Daburiyya, il 4% a Maghar, il 15% a Muqeible

ore 13.05 – Il comitato elettorale del Likud – il partito del premier uscente Netanyahu – denuncia la presenza di schede elettorali false a Hadera, Rishon Letzion e Beit Ezra: secondo loro sulle schede non c’è scritto “Benjamin Netanyahu presidente”

ore 12.30 – Secondo i primi dati ufficiali alle 12 ha votato il 26,7% degli aventi diritto. Nel 2006 erano il 21,6%

ore 11.50 – La Commissione elettorale centrale comunica che tutti i seggi sono aperti e che non sono stati registrati incidenti o problemi. Un osservatore a Gerusalemme – scrivono i giornali locali – ha però denunciato che un membro donna della commissione degli osservatori si sarebbe presentata in “abbigliamento immodesto”

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ore 10.50 – A Tel Aviv vota Shelly Yechimovich (foto sopra), leader del Labor, seconda forza politica secondo i sondaggi per quanto riguarda questa tornata elettorale

ore 10.40 – Il presidente Peres invita la popolazione ad andare a votare. “Oggi si celebra la democrazia”, spiega

ore 09.30 – Secondo un giornalista di Haaretz negli insediamenti in Cisgiordania la maggior parte degli elettori avrebbe votato Jewish Home / National Union di Naftali Bennett

ore 09.00 – Ha appena votato anche il rabbino Ovadia Youssef, leader spirituale del partito ultra-religioso Shas

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ore 08.30 – Votano il presidente Simon Peres (a Gerusalemme) e l’ex ministro degli Esteri Avigdor Lieberman (a Nokdim, insediamento ebraico in Cisgiordania)

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ore 08.10 – Naftali Bennett, leader di Jewish Home / National Union, vota a Ra’anana con la moglie (foto sopra)

ore 07.05 – A Gerusalemme, di prima mattina, il premier uscente Benjamin Netanyahu vota insieme alla moglie (foto sotto)

Il premier uscente Benjamin Netanyahu vota di prima mattina insieme alla moglie e ai figli Avner e Yair (foto Flash90)

Il premier uscente Benjamin Netanyahu vota di prima mattina insieme alla moglie e ai figli Avner e Yair (foto Flash90)

ore 07.05 – Qui l’infografica realizzata da Haaretz sulla giornata elettorale nello Stato ebraico

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ore 07.00 – Seggi aperti in tutta Israele fino alle 22 (le 20 nelle piccole località e negli ospedali): 5,6 milioni di aventi diritto sono chiamati a eleggere il 19° Parlamento (Knesset) composto da 120 deputati. Nelle ultime elezioni (2006) l’affluenza è stata del 69,5%. Oltre ventimila i poliziotti attivati per garantire la massima sicurezza

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N.B. Gli orari sono da intendersi ora israeliana (sessanta minuti avanti rispetto a quella italiana)
Fonti: Haaretz, Ynet, Jerusalem Post, Israel haYom, Times of Israel, Commissione elettorale centrale, Channel 2, Channel 10, Radio militare, Reuters, Ap, Afp, Likud-Beitenu, Labor, Jewish Home / National Union

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attualità

Il premier Netanyahu: il futuro d’Israele è dietro le barriere. “Oltre c’è il terrorismo”

Muri. E barriere. E reti. A nord. A est. A sud. Tranne a ovest, ché la protezione c’è già: si chiama mar Mediterraneo. «Ma che razza di Paese lasceremo in eredità ai nostri figli?», si stanno chiedendo in molti ora. A due settimane dalle elezioni. A quindici giorni da un appuntamento decisamente più importante di quanto non si voglia far credere.

Perché, almeno a sentire il probabile vincitore del 22 gennaio prossimo, il futuro non è poi così roseo. Ma, anzi, fatto di cemento, reticolati, divise e congegni elettronici in grado di intercettare oggetti volanti indesiderati e – soprattutto – esplosivi.

Dice il premier uscente Benjamin Netanyahu – candidato con un listone di destra formato dal suo partito (Likud) e da quegli oltranzisti di Yisrael Beitenu (dell’ex ministro degli Esteri Avigdor Lieberman) – ecco, dice Netanyahu che il futuro dello Stato ebraico è ormai segnato: il Paese si deve difendere, si deve isolare dal resto del Medio oriente, deve prevenire le instabilità politiche dei vicini arabi e dei vuoti di potere, del Jihad islamico e dei razzi di Hamas, Hezbollah, Teheran e – chissà – del Cairo, nel caso a quegli inaffidabili dei Fratelli musulmani venisse voglia di incendiare l’area.

Un soldato israeliano di pattuglia lungo il confine con la Siria nelle Alture del Golan, nei pressi del villaggio di Majdal Shams (foto di Ronen Zvulun/Reuters)

Un soldato israeliano di pattuglia lungo il confine con la Siria nelle Alture del Golan, nei pressi del villaggio di Majdal Shams (foto di Ronen Zvulun/Reuters)

E, proprio per evitare tutto questo, c’è una sola opzione, secondo il primo ministro dello Stato ebraico: circondare il Paese di barriere. Perché è il futuro degl’israeliani. Dal Golan al Sinai. Da Rosh HaNikra, al confine con il Libano, a Tsofar, ultimo avamposto prima della Giordania. Tirare su tutto: barriere, blocchi di cemento, torri di controllo, pattugliamenti 24 ore su 24, dispositivi dell’Iron Dome – la cupola d’acciaio – per difendere i cieli israeliani da razzi sparati per errore o per dolo.

«Ma Netanyahu è in preda a visioni messianiche?», s’è chiesto Yuval Diskin. Non un politico. Nemmeno un candidato. Ma l’ex numero uno dello Shin Bet, l’agenzia che si occupa della sicurezza interna. «Sono semplicemente una persona che mantiene i piedi saldamente a terra», gli ha replicato il primo ministro. «E lo dimostra il fatto che due anni fa, quando tutti erano entusiasti, ero tra i pochi a dire che la “Primavera araba” sarebbe stata anche una fonte di problemi per lo Stato ebraico».

Al netto delle dichiarazioni politiche, restano le operazioni sul campo. Pochi giorni fa Netanyahu ha visitato il confine che corre lungo il Sinai egiziano. S’è complimentato per aver trasformato l’area da «deserto aperto e pieno d’insidie» a terra moderna «con una solida barriera di 230 chilometri di lunghezza e 5 d’altezza». La barriera, a dire il vero, era stata progettata per bloccare i migranti in arrivo dall’Africa. Ma ora, dopo la caduta di Mubarak, serve anche a ostacolare eventuali infiltrazioni di terroristi islamici.

La rete alta 5 metri che separa il Sinai egiziano dal territorio israeliano (foto di Moshe Milner  /GPO / FLASH90)

La rete alta 5 metri che separa il Sinai egiziano dal territorio israeliano (foto di Moshe Milner /GPO / FLASH90)

Una realtà tanto consolidata da spingere lo stesso Netanyahu a spiegare che il prossimo passo è quello del Golan. E non solo. «L’obiettivo del nuovo governo – ha detto il premier – sarà quello di proteggere l’intero territorio nazionale con ”Cupole di ferro”, oltre a completare la costruzione della Barriera di sicurezza anche sul Golan». Il perché è presto spiegato. Assad sta perdendo pezzi. Ampie zone della Siria non sono più controllate da Damasco. E il rischio di infiltrazioni e di attacchi terroristici è così cresciuto. Da qui la necessità di sostituire i vecchi reticolati di confine con una nuova e moderna barriera.

Secondo i giornali locali sarebbero stati completati già i primi quattro chilometri. Sarebbero visibili attorno alla città drusa di Majdal Shams, da dove si può chiaramente vedere il confine con la Siria. Se i calcoli della stampa sono giusti, vuol dire che restano da costruire altri 54 chilometri. E poi l’isolamento – volontario o imposto – sarà completato.

© Leonard Berberi

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