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Le ultime parole, i silenzi, i contatti disperati: le otto ore che hanno portato alla ricerca più spettacolare della storia

Nota dell’autore: questo lungo post non c’entra nulla con i temi affrontati di solito da questo blog. Ma dato che per lavoro mi sono dovuto occupare per giorni del mistero dei cieli e della sorte del volo MH 370 mi è sembrato utile poter ricapitolare quello che, penso, sia una delle notizie più rilevanti degli ultimi anni (l.b.)

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«Volo MH 370 mi sentite? Volo MH 370 mi sentite?». Ci hanno provato per decine di minuti. Almeno cinque aerei in cielo tra il Vietnam e la Malesia tra l’una e le tre di notte hanno tentato di mettersi in contatto con il Boeing 777-200 della Malaysia Airlines. Qualche pilota ha anche cercato di rintracciarlo guardando fuori. Ma senza successo. A conferma di questo mistero che dura da giorni. E che già a questo punto non risponde a una delle domande più rilevanti: come può un bolide sparire nel nulla in uno dei punti più trafficati del mondo?

Il Boeing 777-200ER della Malaysia Airlines in pista. E' questo il velivolo - numero di registro 9M-MRO - sparito dai radar l'8 marzo 2014 (foto di RussAvia/Flickr)

Il Boeing 777-200ER della Malaysia Airlines in pista. E’ questo il velivolo – numero di registro 9M-MRO – sparito dai radar l’8 marzo 2014 (foto di RussAvia/Flickr)

A BORDO
Sono le 00.35 dell’8 marzo 2014. L’ora è quella locale. E il giorno è un tranquillo sabato. Il volo MH 370 decolla dallo scalo internazionale di Kuala Lumpur, in Malesia. Destinazione: Pechino, Cina. Arrivo previsto: alle 6.30 del mattino. Il tempo non dà noie. E durante il tragitto non sono previste perturbazioni da tenere d’occhio. A bordo ci sono 227 passeggeri – soprattutto cinesi – e 12 membri dell’equipaggio.

Due viaggiatori, entrambi iraniani, salgono con passaporti rubati e falsificati. Si tratta di Pouria Nour Mohammad Mehrdad, 18 anni, e Delavar Seyedmohammaderza, 29 anni. Si tratta di due profughi, fuga i sospetti l’Interpol, cercano di emigrare in Europa per ottenere asilo politico. Il primo in Germania. Il secondo in Danimarca. Il percorso, dicono le organizzazioni umanitarie, probabilmente sarebbe stato quello già battuto da centinaia di fuggiaschi. Prima l’acquisto di documenti rubati in Thailandia, poi un biglietto comprato a Kuala Lumpur con scalo a Pechino, quindi l’arrivo ad Amsterdam. Da qui ognuno per la sua strada. Pouria a Francoforte, dove lo aspettavano i parenti. Delavar a Copenhagen. Secondo gl’israeliani, invece, sarebbero però proprio questi due giovani da tenere d’occhio. Sono iraniani. Sono musulmani. Sono facilmente influenzabili. Soprattutto se la promessa finale è quella di farli ricongiungere con i propri parenti.

I due giovani iraniani che sono saliti a bordo del volo MH 370 con passaporti rubati a un italiano e a un austriaco. Sono: Pouria Nour Mohammad Mehrdad, 18 anni (a sinistra), e Delavar Seyedmohammaderza, 29 (foto da Facebook)

I due giovani iraniani che sono saliti a bordo del volo MH 370 con passaporti rubati a un italiano e a un austriaco. Sono: Pouria Nour Mohammad Mehrdad, 18 anni (a sinistra), e Delavar Seyedmohammaderza, 29 (foto da Facebook)

IN CABINA
In cabina, il pilota Zaharie Ahmad Shah, 53 anni, si sta preparando e comunica con la torre di controllo dello scalo di Kuala Lumpur. È l’ennesimo volo di una carriera nella compagnia che ormai va avanti da trent’anni. Mai uno sgarro. Mai un problema. Diciottomila ore di volo di esperienza. Un simulatore costruito in casa. Ad Ahmad Shah il volo piace. Non vuole mai smettere. Al suo fianco, in cabina, siede il co-pilota Fariq Abdul Hamid, 27 anni, poca esperienza, una passione per le belle ragazze – soprattutto se straniere – e per i personaggi famosi che immortala nei selfie e poi pubblica sui suoi profili social.

Il co-pilota Fariq Abdul Hamid, 27 anni, e il pilota Zaharie Ahmad Shah, 53

Il co-pilota Fariq Abdul Hamid, 27 anni, e il pilota Zaharie Ahmad Shah, 53

IL DECOLLO
Alle 00.36 e trenta secondi la prima comunicazione della serata tra cabina e torre di controllo. «Questo è MH 370, buongiorno». «Buongiorno a voi, MH 370», rispondono dalla terraferma, «questa è la torre di controllo di Kuala Lumpur, vi invitiamo a restare nella sezione A10, 32R». Alle 00.40 e trentotto secondi arriva l’ok: «Volo MH 370 avete l’autorizzazione a decollare, la pista è sgombra. Buonanotte». Il jet lascia la pista. Pilota e co-pilota aprono il canale di comunicazione con il radar dell’aeroporto che dovrà portarli fino al confine con la zona di competenza del Vietnam.

Uno degli ufficiali addetti al controllo del traffico aereo dell'aeroporto di Kuala Lumpur, Che Zawawi Che Musa (foto di Iqmal Haqim Rosman)

Uno degli ufficiali addetti al controllo del traffico aereo dell’aeroporto di Kuala Lumpur, Che Zawawi Che Musa (foto di Iqmal Haqim Rosman)

IN VOLO
Venti minuti dopo il decollo, all’1.01, il Boeing 777-200 raggiunge l’altezza di crociera a 35 mila piedi, circa 10.700 metri. Procede tutto come pianificato. Velocità e rotta sono quelle solite. Il gigante dei cieli ha appena passato la costa est della Malesia. All’1.07, l’«Acars», il sistema che trasmette via satellite o via radio i dati sul funzionamento del jet, invia tutte le informazioni a terra. Prossimo appuntamento per l’invio del pacchetto di informazioni: all’1.37. Ma a quell’ora qualcuno, a bordo del velivolo, l’ha già spento. L’orologio segna l’1.19 e ventiquattro secondi. È il momento del passaggio di gestione. «Volo MH 370 vi invitiamo a mettervi in contatto con Ho Chi Minh City (Vietnam, ndr) sulla frequenza 120.9, buona notte», dicono dal centro radar di Kuala Lumpur. «Va bene, buona notte», risponde il co-pilota dalla cabina. È l’una, diciannove minuti e ventinove secondi dell’8 marzo 2014 (clicca qui per leggere l’ultima conversazione registrata).

Le ultime comunicazioni tra cabina e torre di controllo di Kuala Lumpur

Le ultime comunicazioni tra cabina e torre di controllo di Kuala Lumpur

L’ULTIMO SEGNALE
All’1.21, in pieno passaggio di consegne, il transponder del volo MH 370 lancia l’ultimo segnale di identificazione. La rotta è ancora quella prevista, ma l’aggeggio smette da quel momento di inviare il suo particolare codice a quattro cifre. Nove minuti dopo, sui monitor della torre di controllo, l’aereo sparisce del tutto. Poco dopo il Boeing sale a quota 45 mila piedi, circa 13.700 metri. Ben al di sopra del limite approvato dalla casa costruttrice per quel tipo di modello. Il jet vira subito dopo a sinistra, verso Ovest. Poi scende a 23 mila piedi, circa 7.000 metri. Quindi viene rintracciato, alle 02.15 dall’altra parte, nello Stretto di Malacca. A 94 minuti dal decollo viaggia a 29.500 piedi (circa 9 mila metri) e a bordo il transponder – rileva il radar militare – non sta funzionando.

La rotta, quella prevista e quella improvvisata, del volo MH 370

La rotta, quella prevista e quella improvvisata, del volo MH 370

IL FANTASMA DEI CIELI
Negli stessi minuti i vietnamiti non vedono segni dell’MH 370 nei loro cieli. Chiamano i colleghi malesi. E nemmeno questi riescono a ripristinare un contatto. Alle 2.30 i centri di controllo telefonano alla Malaysia Airlines e annunciano: «Non riusciamo a collegarci con il vostro velivolo». Cinque minuti e qualche tentativo dopo è la stessa compagnia aerea a confermare: «È impossibile mettersi in contatto con la cabina di pilotaggio». Alle 2.40 il radar militare della Malesia rintraccia il velivolo. È ancora nello Stretto di Malacca, ma si sta allontanando, dirigendosi a nord-ovest. È l’ultima posizione conosciuta.

Le lacrime di una famigliare di uno di uno dei passeggeri sul volo scomparso (foto di Manan Vatsyayana/Afp/Getty Images)

Le lacrime di una famigliare di uno di uno dei passeggeri sul volo scomparso (foto di Manan Vatsyayana/Afp/Getty Images)

IL SILENZIO DEI PASSEGGERI
Resterà una domanda, forse senza risposta. Com’è possibile che nessuno dei 227 passeggeri a bordo abbia mandato il minimo segnale a terra? Com’è possibile che, nell’era di internet, degli sms, di Twitter e Facebook, non c’è traccia, la minima, di una richiesta di aiuto, di un allarme, di un pericolo? Probabilmente quando l’aereo è salito su su, a quota 45 mila piedi, sfondando il limite consentito, ecco forse un motivo il dirottatore – o i dirottatori – l’avevano: se la cabina non è pressurizzata bene, spiegano gli esperti, a quell’altezza si perdono i sensi. Le maschere di ossigeno servono sì, ma hanno un limite di tempo di pochissimi minuti.

A dimostrazione di quanto il tutto sembra pianificato nei minimi dettagli c’è l’ora di partenza. Quel volo è, come si chiama in gergo, un «red eye flight»: in quell’istante la maggiore parte dei passeggeri – o  forse tutti – tendono a dormire. Pochi, pochissimi si metterebbero a guardare un film. O a leggere. Le luci all’interno sono soffuse, i rumori ridotti al minimo. L’ambiente – e il momento – perfetto per chiudere gli occhi. E riaprirli con il sole all’orizzonte.

Izam Fareq Hassan (al centro), capitano dell'Aeronautica militare della Malesia, consulta le mappe durante le operazioni di ricerca e soccorso (foto Afp)

Izam Fareq Hassan (al centro), capitano dell’Aeronautica militare della Malesia, consulta le mappe durante le operazioni di ricerca e soccorso (foto Afp)

L’ALLARME
Intanto si sono fatte ormai le 3.15 di notte. La compagnia chiama cinque suoi jet che si trovano nell’area e chiede di dare un’occhiata fuori dal finestrino e di provare a mettersi in contatto con il Boeing. Ma dopo lunghi minuti nessuno dei cinque velivoli ottiene risposta. E nessun pilota o co-pilota rintraccia in cielo la sagoma dell’MH 370. Un’ora e quarantacinque minuti dopo le autorità locali dichiarano il codice rosso. Vengono allertati anche i centri di controllo di Hong Kong e Pechino.

È ormai l’alba e alle 7.39 l’agenzia stampa cinese Xinhua lancia il flash: «Persi i contatti con il volo della Malaysia Airlines MH370 partito da Kuala Lumpur con destinazione Pechino». Alle 08.15 il governo della Malesia avvia le operazioni di «Sar», ricerca e salvataggio. Quattro minuti prima, alle 08.11 un satellite rintraccia il Boeing in due possibili corridoi. Impossibile fornire una collocazione precisa, manca la triangolazione con altri satelliti. Ma intanto si scopre che 7 ore e 31 minuti dopo il decollo il velivolo era in un’area, a nord, che parte dalla Thailandia e arriva fino a Kazakistan e Turkmenistan. O verso sud, da Jakarta (Indonesia), giù giù fino al fondo dell’Oceano Indiano.

Le aree dove si sono concentrate le ricerche coordinate dall'Australia (foto Governo australiano)

Le aree dove si sono concentrate le ricerche coordinate dall’Australia (foto Governo australiano)

IL BIVIO
Alle 8.40 del mattino l’aereo non ha più carburante. Se ha virato verso Nord, se non s’è schiantato, se aveva un piano deliberato, probabilmente s’è adagiato sulla terraferma. Se ha svoltato di nuovo a sinistra, direzione Australia o Polo Sud, allora 29 minuti dopo l’ultimo segnale satellitare s’è inabissato in acqua, probabilmente al largo di Perth e della costa ovest. Lasciando il mondo pieno di domande. Domande che restano ancora lì. Senza una risposta. Dov’è sono finite quelle 239 persone? Cos’è successo al velivolo? Se l’aereo è caduto in mare perché la scatola nera non ha mandato nessun segnale? O se si è schiantato al suolo come mai il dispositivo di emergenza, realizzato proprio per dire quando un jet precipita a terra, non s’è ancora fatto vivo? Una risposta potrebbe arrivare dai detriti rintracciati via satellite negli ultimi giorni proprio di fronte all’Australia.

C’è chi, anche tra alcune agenzie d’intelligence, ha ipotizzato che il velivolo possa essere atterrato in uno degli aeroporti militari costruiti dai sovietici nell’ex Urss e abbandonati da decenni. A fare cosa? Non si sa. Lo scenario, comunque, è suggestivo. E serve soltanto ad alimentare la confusione su quella che ormai è, a tutti gli effetti, la caccia più grande, importante e spettacolare della storia.

© Leonard Berberi

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LA STORIA / Le operazioni del “Detenuto X” e l’arresto di due spie del Mossad in Libano

Ben Zygier, 34 anni, ex agente del Mossad

Ben Zygier, 34 anni, ex agente del Mossad

Avrebbe «bruciato» almeno due 007 del Mossad in Libano. Li avrebbe fatti scoprire – anche se senza volerlo – agli uomini di Hezbollah. Che, poi, li avrebbero subito arrestati. Il settimanale tedesco «Der Spiegel» torna sulla vicenda di Ben Zygier, l’agente israelo-australiano arrestato, detenuto in una cella di massima sicurezza e morto suicida il 15 dicembre 2010. E rivela nuovi dettagli di una storia che, mese dopo mese, diventa sempre più ingarbugliata.

Corre l’anno 2009. Ben Zygier, secondo il periodico tedesco, avrebbe passato informazioni, senza saperlo, a un operativo di Hezbollah. Quei dati, poi, avrebbero portato al fermo di due uomini – Siad al-Homsi e Mustafa Ali Awadeh – in territorio libanese e alla loro condanna a 15 anni di prigione «per aver spiato per conto d’Israele».

Un errore, l’ennesimo secondo chi segue la vicenda, che ha portato Zygier – conosciuto al mondo con il nome di «Detenuto X» – nella cella super-sicura del carcere Ayalon, nello Stato ebraico. Secondo «Der Spiegel» Zygier sarebbe stato reclutato nel 2003 a Melbourne, in Australia. Due anni dopo sarebbe stato inviato in Europa per entrare nelle compagnie che avevano rapporti commerciali diretti con l’Iran. Ma a cavallo tra il 2007 e il 2008 il Mossad avrebbe deciso di richiamarlo in Israele: troppe poche le informazioni raccolte.

La tomba dell'ex 007 del Mossad, Ben Zygier, nel cimitero ebraico di Melbourne. Zygier è morto suicida nel carcere di massima sicurezza d'Israele, Ayalon, il 15 dicembre 2010 (foto di Brandon Malone / Reuters)

La tomba dell’ex 007 del Mossad, Ben Zygier, nel cimitero ebraico di Melbourne. Zygier è morto suicida nel carcere di massima sicurezza d’Israele, Ayalon, il 15 dicembre 2010 (foto di Brandon Malone / Reuters)

Zygier per qualche mese viene messo a fare lavoro d’ufficio. Ma è lì che, impaziente, avrebbe iniziato a commettere l’errore fatale. «Probabilmente di sua iniziativa», scrive il settimanale tedesco, «il 007 inizia a darsi da fare per ingaggiare possibili spie in Libano contro Hezbollah». E allora si sarebbe messo in contatto con un uomo di Hezbollah nei Balcani. Uomo che, con un doppio gioco, avrebbe di fatto raccolto le informazioni necessarie all’organizzazione terroristica per stanare le spie.

Dopo circa un anno fermo nel suo ufficio del Mossad e a lavorare sui report, Ben Zygier avrebbe chiesto di prendersi un periodo di distacco per proseguire gli studi alla Monash University, in Australia. Qui l’uomo non avrebbe fatto molto per nascondere il suo vero lavoro. Attirando così l’attenzione dell’intelligence australiana e di un giornalista locale. È a quel punto che da Gerusalemme decidono di convocare Zygier. Lo interrogano. Gli chiedono conto delle attività svolte. E solo allora scoprono la sua operazione non autorizzata sulle spie anti-Hezbollah che ha portato all’arresto e alla condanna dei due libanesi.

Siamo ormai nel 2010. Zygier viene arrestato. Portato nella cella di massima sicurezza dell’Ayalon e nascosto al mondo. Accusato di aver commesso «crimini davvero seri», secondo la descrizione del suo avvocato. Quindi condannato a più di 10 anni. Fuori i giornalisti cercano di capire chi sia il «Detenuto X» e cosa abbia fatto di così grave. E mentre il legale cerca di ottenere la grazia, il 15 dicembre 2010 l’agente del Mossad – 34 anni, sposato e padre di due figli piccoli – prende un lenzuolo e si impicca nella doccia del carcere.

© Leonard Berberi

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Lo scandalo sul “detenuto X”, l’appello di Netanyahu alla stampa e i rischi per il Mossad

«Signori, cercate di contenere la notizia il più possibile. Mette in serio imbarazzo una nostra agenzia di sicurezza». Dicono che il premier Benjamin Netanyahu li abbia chiamati tutti i direttori dei giornali e dei tg israeliani. Pochi minuti dopo che uno dei suoi consiglieri più stretti gli ha raccontato cosa stava andando in onda all’altro capo del mondo e in una delle emittenti tv più seguite dell’Oceania. Ovvero la storia-scandalo del “detenuto X”, cittadino australiano, 007 al servizio del Mossad, morto suicida nel carcere di massima sicurezza Ayalon dello Stato ebraico.

Serioso, Netanyahu. Preoccupato. «Angosciato come e forse peggio del 1996», ha raccontato mercoledì sera il tg di Canale 10, «subito dopo aver scoperto che gli agenti del Mossad non erano riusciti ad assassinare ad Amman, in Giordania, Khaled Meshaal, leader di Hamas». Di sicuro anche imbarazzato. Come nel 2010. «Quando, ha spiega sempre Canale 10, scoppiò il putiferio sulla spedizione a Dubai e l’assassinio di Mahmoud al-Mabhouh ripreso praticamente dalle telecamere a circuito chiuso di un albergo».

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu

A Gerusalemme sono molto preoccupati per le conseguenze «operative» del caso del «detenuto X». Soprattutto perché, secondo le ultime informazioni, il cittadino australiano Ben Zygier, insieme ad altri due connazionali, gestiva una società di facciata in Iran per agganciare ed eliminare tutti gli uomini di Teheran coinvolti nel traffico di armi di distruzione di massa.

«Questa vicenda potrebbe avere conseguenze devastanti per gli agenti del Mossad sul terreno, soprattutto in Iran, Siria e Libano», spiegano da Gerusalemme. Il perché è presto detto: «Il caso Zygier rischia di far scoprire tutti gli 007 che lavorano per noi a Teheran, Damasco e Beirut», ha rivelato Canale 10. «Basta fare un’indagine a ritroso e capire chi ha visto, chi ha sentito, con chi è stato nei tre paesi a noi nemici l’agente Zygier». Per questo, al quartier generale del Mossad starebbero già preparando eventuali piani di rimozione urgente degli operativi sul campo.

L'agente del Mossad, Ben Zygier, il giorno del suo matrimonio in Israele

L’agente del Mossad, Ben Zygier, il giorno del suo matrimonio in Israele

Intanto, più passano le ore, più si scoprono dettagli sulla vita misteriosa dell’australiano Zygier. Avvocato di professione, in Israele – dov’è arrivato nel 2000, a 24 anni, l’uomo ha lavorato anche allo studio legale «Herzog, Fox, Neeman» di cui è membro – secondo Canale 2 – Yaakov Neeman, ministro della Giustizia dello Stato ebraico.

L’interesse dell’intelligence australiana per Zygier sorge nel 2009. È in quell’anno che il 007 di Gerusalemme è tornato in Australia per prendersi un master alla Monash University di Merlbourne (dov’è nato). Qui, raccontano, si è messo in contatto con studenti provenienti dai paesi arabi, compresi Arabia Saudita e Iran. Qualcuno l’ha anche assoldato. E sarebbe stato a questo punto che i servizi segreti australiani l’avrebbero convocato, interrogato. Di fatto, scoperto. Secondo qualcuno anche «bruciato», dopo aver spifferato la cosa a un giornalista locale. Da quel momento in poi per Zygier, il «detenuto X», le cose sono peggiorate. Fino a quel mercoledì 15 dicembre 2010.

© Leonard Berberi

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LA STORIA / Il “detenuto X” e l’agente (australiano) del Mossad morto suicida in carcere

Ben Zygiera, l'agente del Mossad rinchiuso nel arcere di massima sicurezza in Israele. Il 15 dicembre 2010 Zygier è morto suicida (foto da Abc Australia)

Ben Zygier, l’agente del Mossad rinchiuso nel carcere di massima sicurezza in Israele. Il 15 dicembre 2010 Zygier è morto suicida (foto da Abc Australia)

Un nome. Finalmente. E un volto. E una storia. Ma anche tanti perché. E, soprattutto, qualche critica. Anzi. Tante critiche. A partire da quella più elementare: com’è stato possibile che un detenuto, rinchiuso nella cella più sicura e sorvegliata del mondo, si sia suicidato senza che nessuno se ne accorgesse?

Questa è una storia che inizia in un’afosa giornata di fine giugno 2010, quando si viene a sapere che c’è una persona, senza nome né volto né capi d’accusa né condanna, detenuta nel carcere di massima sicurezza d’Israele, isolato dal resto del mondo e anche dal resto della struttura. Non può parlare con nessuno. Non può ricevere. L’unica cosa che gli permettono è mangiare e bere. Per il resto, il vuoto assoluto.

La vicenda compare per qualche minuto sul sito di news Ynet, associato al quotidiano più venduto in Israele, lo Yedioth Ahronoth. Poi scompare nel nulla. Gli altri giornali dello Stato ebraico non possono riprenderla. La stessa Ynet è obbligata a cancellarla dal web. Ma non i blogger. Soprattutto quelli che hanno base fuori da Israele. Internet si scatena. C’è chi dice che il detenuto sconosciuto sia Joseph Moshe, microbiologo inseguito per le vie californiane e arrestato perché sospettato di aver prodotto una tossina mortale. C’è chi insinua – come l’informato blogger Richard Silverstein – che si tratti di Ali-Reza Asgari, generale iraniano che si pensava fosse stato rapito dal Mossad.

Ben Zygier con la divisa dell'esercito israeliano

Ben Zygier con la divisa dell’esercito israeliano

Voci. Speculazioni. Interrogazioni parlamentari alla Knesset. Denunce. Le uniche cose certe, nell’estate del 2010, sono che il «detenuto X», come sarà chiamato da quel momento, è rinchiuso nel carcere di massima sicurezza Ayalon, a pochi chilometri da Ramla, nel centro d’Israele. Che è stato portato in una singola cella dell’Unità 15, l’ala distaccata dal resto della struttura da due porte di ferro insonorizzate. Che si trova esattamente dove sono stati detenuti Yigal Amir, l’assassino nel 1995 Yitzhak Rabin, e Mordechai Vanunu, il tecnico nucleare che nel 1986 raccontò al Sunday Times l’esistenza di un piano nucleare israeliano.

Pochi mesi dopo, il 27 dicembre 2010, sempre Ynet scrive che due settimane prima, in una cella dell’Unità 15 un detenuto si era suicidato. Ma, a differenza della prassi, per la prima volta l’autorità carceraria non rilascia nessun rapporto ufficiale. Del detenuto suicida non si conoscono né il nome, né il volto. E, nemmeno, il motivo della vita dietro le sbarre. Anche in questo caso, come nel luglio 2010, la notizia scompare dopo pochi minuti. Qualcuno inizia a pensare che tra il suicidio e il «detenuto X» ci sia un collegamento. Ma si tratta di supposizioni.

Fino ad oggi. Fino a quando un’inchiesta dell’emittente australiana Abc (in fondo il video) non squarcia il velo. E racconta, per la prima volta, chi è il prigioniero senza volto. E cos’è successo. Mezz’ora di trasmissione, di viaggio in Israele per cercare di capire e spiegare. «Tutte le prove in nostro possesso dicono che il “detenuto X” è un cittadino australiano di Melbourne», racconta l’inchiesta della trasmissione “Foreign Correspondent”. «L’uomo si chiamava Ben Zygier, era un agente del Mossad ed era conosciuto in Israele con il nome di Ben Alon. È stato trovato impiccato in cella il 15 dicembre 2010. Una settimana dopo il suo corpo è stato portato a Melbourne per i funerali».

La tomba al cimitero ebraico di Melbourne, in Australia, dell'ex agente del Mossad (foto di Steve Yarrow)

La tomba al cimitero ebraico di Melbourne, in Australia, dell’ex agente del Mossad (foto di Steve Yarrow)

Ben Zygier-Ben Alon aveva 34 anni quand’è morto. A Melbourne aveva studiato al King David e Bialik College. Era membro del movimento sionista Hashomer Hatzair. Nel 2000, a 24 anni, aveva deciso di trasferirsi nello Stato ebraico. Era sposato con una donna israeliana e aveva – ha – due bambini piccoli Romi e Yuli. A un certo punto della sua vita mediorientale era stato contattato dal Mossad. E da quel momento era diventato un loro agente. L’incarico non era passato sotto silenzio. Prima l’intelligence australiana aveva avviato un’inchiesta su Ben Zygier e altri due connazionali. Tutti e tre diventati 007 di Gerusalemme, tutti e tre agenti operativi sul fronte iraniano (gestivano un’azienda-civetta che trafficava armi con le autorità di Teheran). Poi il quotidiano locale The Age aveva cercato di contattare proprio Zygier. Ma invano.

Perché, nel frattempo, l’uomo era già finito in una cella di massima sicurezza dell’Unità 15. Il motivo, ancora oggi, resta un mistero. Un mistero che Ben forse si porterà nella tomba. Lì, sotto a una lapide di marmo scuro al cimitero Chevra Kadisha di Melbourne dov’è stato sepolto il 22 dicembre 2010.

© Leonard Berberi

AGGIORNAMENTO DELLE 22.15 – In serata, mentre in tutto il mondo impazza la storia dell’ex agente del Mossad Ben Zygier, le autorità israeliane hanno confermato che il “prigioniero X” era uno 007 israeliano con passaporto straniero. “E’ stato portato in carcere sotto falsa identità – hanno detto – ed è in carcere che s’è suicidato. Nonostante sia stato registrato con un altro nome nel centro di detenzione per motivi di sicurezza, i famigliari sono stati avvertiti subito”. Sulla morte dell’uomo è in corso ancora un’indagine.

Sul fronte australiano – l’altra nazionalità di Ben Zygier – un portavoce di Bob Carr, ministro degli Affari esteri dell’isola, ha spiegato che nel 2010 le autorità israeliane hanno informato correttamente gli uffici diplomatici australiani a Tel Aviv sulla detenzione di un loro connazionale. Ma da quell’ambasciata l’informazione non è mai arrivata a Canberra. (l.b.)

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Israele, un grande campo nel deserto del Negev per i clandestini africani

Un grande campo in mezzo al deserto del Negev. Più che un campo, un centro profughi. Dove far confluire i circa diecimila immigrati africani che sono entrati illegalmente dal confine egiziano. Per ora è solo una bozza. Ma domenica pomeriggio potrebbe diventare realtà, se il governo dovesse approvarlo. Insieme all’inasprimento delle pene per i datori di lavoro che reclutano manovali clandestini.

Il campo, secondo i quotidiani israeliano, sarà gestito dall’Autorità per le prigioni. I clandestini riceveranno vitto, alloggio e assistenza sanitaria, ma non potranno lavorare. L’ufficio del premier Benyamin Netanyahu ha detto che «La struttura ospiterà persone che sono entrate nel Paese illegalmente e che non possono essere espulse, come cittadini del Sudan e dell’Eritrea», hanno precisato dall’ufficio del premier Netanyahu. Ricordando anche che «impianti simili esistono anche in altri Stati occidentali come Olanda, Australia e Italia». Pazienza se in Italia, i vari Cie (centri di identificazione ed espulsione) e Cara (centri di assistenza per i rifugiati) sono in subbuglio per le condizioni poco umane.

Israele è preoccupata dal crescente numero di clandestini africani che ogni anno passa il confine. La barriera che stanno costruendo al confine con l’Egitto pare non stia funzionando più di tanto. Per questo i vertici politici e religiosi temono che possa essere messo a rischio il carattere ebraico del Paese. L’Autorità per la popolazione e l’immigrazione ha comunicato che in Israele ci sono 34.556 clandestini.

Leonard Berberi

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