attualità

L’attentato agli israeliani, i morti, il dito puntato contro l’Iran e lo spettro di un conflitto

Fumo. Tanto fumo. E nero, anche. E fiamme. E metallo che brucia. E carne che arrostisce. E gente che urla, piange, chiede aiuto, soccombe, cerca parenti e amici, fugge, tossisce. Alla fine il bilancio, quello utile alle cronache giornalistiche, ma che nasconde la vera portata del fatto, ecco, il bilancio parla di sette morti (5 sono israeliani, gli altri due l’autista e l’assistente), due feriti gravi e altri 33 con escoriazioni e bruciature. Gli obiettivi erano, sono, tutti israeliani. Tutti ebrei. Il tutto, poi, a 18 anni esatti dall’esplosione di un kamikaze dentro il quartier generale della principale organizzazione ebraica in Argentina. Lì, i morti furono 85.

L’inferno va in scena in un anonimo aeroporto bulgaro – il «Sarafovo» di Burgas, 400 chilometri dalla capitale Sofia – verso le 17.30, ora locale. Il volo, partito da Tel Aviv, è atterrato da poco. I passeggeri sbarcano, lasciano lo scalo e salgono a bordo di un gruppo di bus (tre, in tutto) arrivato lì apposta per loro. Poi l’esplosione. Non è ancora chiaro se a) si sia trattato di un kamikaze, b) di una bomba dentro una valigia o c) di un esplosivo attaccato al vano portaoggetti del bus. Quello che si sa è che uno dei tre mezzi va a fuoco. Le fiamme divampano presto. Lambiscono gli altri due pullman. È il fuggi fuggi generale.

I soccorsi non arrivano subito. Devono passare almeno dieci minuti prima che qualcuno si presenti con un estintore. Intanto la notizia inizia a fare il giro del mondo. Le autorità locali decidono di chiudere l’aeroporto di Burgas. Lo Shin Bet, la sicurezza interna israeliana, ordina la sospensione immediata di tutti i voli verso Bulgaria, Croazia, Serbia, Grecia, Sudafrica, Tailandia, Turchia e Azerbaigian. Chiude per qualche ora anche lo scalo internazionale «Ben Gurion» di Tel Aviv, l’unica finestra aerea verso e dal mondo d’Israele. In attesa di capire cosa stia succedendo a migliaia di chilometri di distanza.

Dopo tanto tempo i notiziari israeliani tornano a un decennio fa. A quando, quasi una volta alla settimana, dovevano andare in onda con edizioni straordinarie per raccontare dell’ennesimo attentato contro gli ebrei. Ma con Twitter e Facebook stavolta le notizie girano molto più in fretta. E le testimonianze pure. «Ci sono decine di passeggeri israeliani bloccati all’aeroporto di Burgas», racconta Itzik Levi, proprietario di un ristorante del posto, al quotidiano Haaretz a tarda sera.

Intanto a Gerusalemme compare il premier Netanyahu. Dice, Netanyahu, che dietro l’attentato «c’è la mano iraniana. Sappiano loro e i complici che sentiranno nel profondo la rappresaglia israeliana». L’attribuzione della matrice stupisce molti giornalisti. Poi parla il ministro della Difesa, Ehud Barak. E anche lui punta il dito contro Teheran. E fa intuire un supporto logistico di Hezbollah. Intanto in tutto il mondo è un coro di cordoglio, dolore, proteste e sgomento.

Poco prima un portavoce di Hezbollah nega qualsiasi coinvolgimento. «Noi non colpiamo turisti inermi e senza alcuna responsabilità», dicono da Beirut. Ma non sono molto convincenti. Se non altro, è il ragionamento che fanno al quartier generale dello Shin Bet, «la join venture tra Hezbollah e l’Iran è andata in scena negli attentati – realizzati o sventati – in Tailandia, in Kenia, in Georgia, in India, in Azerbaigian».

Fonti bene informate raccontano di un Netanyahu non solo colpito dall’attacco, ma anche dal luogo e, soprattutto, dall’incapacità dei servizi di sicurezza israeliani di prevedere il pericolo. Anche se, a dire il vero, sia lo Shin Bet che il Mossad poco più di un mese fa avevano già avvertito della possibilità di attentati terroristici contro cittadini dello Stato ebraico proprio contro i bus, proprio con esplosivi e proprio nella zona bulgara di Burgas. Ma lo scenario non sarebbe poi stato inserito tra quelli più realistici. E quindi l’allarme sarebbe rimasto semplicemente un codice giallo.

Ora a Gerusalemme gira con insistenza il nome del generale Qassem Suleimani, dal 1998 capo della «Brigata Gerusalemme», l’unità delle Guardie Rivoluzionarie che ha il compito di diffondere l’ideologia khomeinista fuori dalla Repubblica Islamica. Proprio Suleimani viene indicato come l’uomo che comanda le operazioni all’estero, aiutato – fanno filtrare i servizi segreti israeliani – da miliziani di Hezbollah presenti in Turchia.

Se nei prossimi giorni dovesse essere provato un qualche collegamento dell’asse Hezbollah-Teheran – almeno questa è la voce che ha preso a circolare in serata – il governo Netanyahu non esiterebbe un secondo a riunire il gabinetto di guerra per rispondere ai due Paesi. Non è ancora chiaro, anche a tarda notte, in cosa consisterebbe la «risposta» israeliana. Ma da Washington – e dalle Nazioni Unite – sono molto preoccupati. E continuano a chiamare Netanyahu.

© Leonard Berberi

Annunci
Standard
attualità

E in Israele scatta l’allarme attentato

I dettagli sono così tanti e minuziosi che sembra di stare dentro “Minority Report”, il film nel quale venivano previsti i delitti. Ecco, è quel che sta succedendo in Israele in queste ore. Da quando, venerdì mattina, è stato lanciato il primo allarme attentati contro lo Stato ebraico per mano dei miliziani libanesi di Hezbollah. (clicca qui per continuare a leggere)

Standard
attualità

Gerusalemme, bomba alla fermata del bus: un morto e 39 feriti. In Israele torna il terrore

Il bus della linea "74" che si trovava alla fermata dove è esploso l'ordigno, a nord di Gerusalemme (foto Gil Yohanan)

Certe scene, a Gerusalemme, non le vedevano dal 2008. In quel quartiere, poi, non era mai successo nulla. Fino alle tre di mercoledì pomeriggio. Quando da un borsone abbandonato a una fermata dei bus di trasporto pubblico a pochi passi dalla Stazione centrale è partita un’esplosione violentissima. Tanto da mandare in frantumi le vetrate di auto, case e uffici. E da far ripiombare Israele negli anni più bui della sua esistenza.

LE VITTIME – Il bilancio, ancora provvisorio, registra una vittima – una donna di 59 anni arrivata agonizzante in ospedale – e 39 feriti. Tra questi tre versano in gravi condizioni, ma non rischierebbero comunque la vita, e due sarebbero partorienti. La maggior parte ha tra i 15 e i 30 anni, hanno fatto sapere dal Shaare Zedek Medical Center, uno dei centri ospedalieri dove sono stati medicati i civili.

Parcheggiato vicino alla pensilina della deflagrazione è rimasto solo il bus della Egged Lines, numero 74. Quello che porta in direzione Maale Adumim, uno dei cinque insediamenti ebraici più grandi in Cisgiordania. Un caso?

Quel che resta dopo l'esplosione (foto Associated Press)

I SOCCORSI – Le emittenti tv israeliane, ormai concentrate tutte sull’attentato, non indicano presunti responsabili. Per ora si limitano a mostrare il luogo dell’esplosione, i feriti, il sangue versato sull’asfalto, i soccorsi. Già, i soccorsi. È tornata, nelle facce di chi sta dando una mano, quell’espressione di smarrimento, paura e orrore che non si vedeva da mesi. Nonostante questo, hanno dato una mano tutti: medici, paramedici, soldati, volontari, gente comune. Guanti alle mani – per non inquinare la scena del delitto soprattutto – hanno retto barelle, coperto le ferite, trasportato le vittime negli ospedali della città.

LE INDAGINI – Secondo i primi rilevamenti, la bomba, nascosta in un borsone abbandonato tra una cabina del telefono e la pensilina dei bus, pesava circa due chili e pare fosse collegata a un cellulare per l’esplosione a distanza. Il dispositivo era imbottito anche di chiodi, così da renderla ancora più pericolosa. «Purtroppo non abbiamo avuto nessun allarme prima dell’attentato», ha detto Yitzhak Aharonovitch, della sicurezza interna, al quotidiano online Ynet. Per prudenza la polizia ha elevato lo stato di allerta in tutto il Paese.

I soccorsi subito dopo l'attentato (foto Associated Press)

I TESTIMONI – «Ero seduto all’interno del bus numero 75», racconta uno dei feriti, Yair Zimerman, di 29 anni. «Quando c’è stata l’esplosione ho chiesto all’autista di avvicinarsi il più possibile alla fermata dell’attentato». Yair, un volontario, ha iniziato a soccorrere i più gravi. «Ho visto una colonna di fumo levarsi in cielo, subito dopo lo scoppio», ha detto Shlomo Steiner, uno dei dipendenti alla stazione centrale dei pullman di Gerusalemme. «C’erano persone che correvano ovunque, tra cui questo ragazzo di una yeshiva (scuola religiosa ebraica) che aveva le gambe in fiamme».

LE REAZIONI – Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, si stava preparando a partire per un viaggio diplomatico in Russia. Ma ha deciso di posticipare la partenza e ha riunito il cabinetto d’emergenza. Mentre il sindaco di Gerusalemme, Nir Barkat, ha lanciato un appello alla cittadinanza a «elevare il livello di attenzione» di fronte a eventuali pacchi sospetti per prevenire il rischio di attentati. Da Gaza, il Comitato di resistenza popolare ha esultato e ha dichiarato che tutto questo è successo per «rispondere ai crimini d’Israele». Ma da Ramallah, il quartier generale dell’Autorità nazionale palestinese, il presidente Mahmoud Abbas ha condannato l’attentato. Così come il primo ministro Salam Fayyad. Anche se Abbas non ha mancato di criticare Israele per il blitz su Gaza, in risposta ai razzi di Hamas.

Dagli Usa, il presidente Barack Obama ha espresso cordoglio per le vittime e per le vittime palestinesi di ieri a Gaza. Ma ha anche sottolineato che Israele, «così come tutti gli altri Paesi, ha diritto ad auto-difendersi». «Non vi è mai alcuna possibile giustificazione per il terrorismo», ha proseguito Obama nella dichiarazione diffusa dalla Casa Bianca. «Gli Stati Uniti chiedono ai gruppi responsabili di mettere fine a questi attacchi una volta per tutte».

© Leonard Berberi

Guarda il video (da YouTube)

Standard