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Il matrimonio dello scandalo e l’allarme sul tentativo di destabilizzare Israele

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L’istantanea dei balli e dei canti a Gerusalemme in cui si celebra la morte della famiglia palestinese (fermo immagine da Canale 10)

Il proprietario lo ha ammesso al quotidiano Yedioth Ahronoth: «Non è una novità. Ogni mese qui in decine di matrimoni si canta e si balla contro i palestinesi e ci si esalta per la loro morte. E la polizia ne è al corrente». Ma quel che il proprietario non poteva prevedere è la reazione, dai livelli più alti del Paese, insieme di sdegno e di orrore. Tanto che c’è chi parla, apertamente, di «tentativo di destabilizzare lo Stato d’Israele», di «cacciare il premier Netanyahu per mettere al suo posto un estremista di destra».

Non si è spenta la polemica, due giorni dopo la messa in onda sulla tv Canale 10, sul filmato – girato durante un matrimonio a Gerusalemme – che mostra gli invitati ebrei ultraortodossi mentre festeggiano per il rogo di luglio a Duma, un villaggio in Cisgiordania, in cui è stata uccisa una famiglia palestinese, compreso un bambino di 18 mesi, Ali Dawabsheh. Gli ospiti – decine di giovani, dal momento che i più anziani se n’erano andati – si vedono cantare e ballare brandendo ora un fucile (vero), ora dei coltelli (veri), ora pugnalando una foto in cui c’è proprio il piccolo Ali. L’istantanea passa di mano in mano poi viene distrutta. A un certo punto sembra di intravvedere pure una molotov, o qualcosa di simile.

La polizia israeliana ha annunciato di avere aperto un’indagine sul caso. La classe politica non è rimasta in silenzio, dal presidente Reuven Rivlin al primo ministro Benjamin Netanyahu. Non è rimasto in silenzio nemmeno Naftali Bennett, ministro dell’Educazione e leader del partito nazionalista religioso «Casa Ebraica», favorevole alla colonizzazione: «Questi sono terroristi il cui obiettivo è distruggere lo Stato d’Israele», ha scritto sulla pagina Facebook.

«Le immagini scioccanti che sono state trasmesse mostrano la vera faccia di un gruppo che costituisce un pericolo per la società israeliana e per la sicurezza di Israele – ha detto Netanyahu – ed evidenziano quanto sia importante per la nostra salvaguardia che lo Shin Bet sia forte». Il premier ha così voluto difendere i metodi usati dallo Shin Bet, il servizio di sicurezza interno, con alcuni degli arrestati in relazione all’attacco di Duma, in Cisgiordania. Attacco che le autorità hanno bollato come «terrorismo ebraico», mentre gli avvocati dei giovani sotto accusa – tutti estremisti religiosi – hanno accusato gli agenti dello Shin Bet di aver torturato i loro clienti per estorcere confessioni. Negli ultimi giorni diversi ragazzi hanno inscenato le presunte torture proprio davanti alla sede dello Shin Bet, costringendo l’agenzia a respingere – per ben due volte in poche ore, cosa mai successa – ogni accusa nei loro confronti.

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Le foto della casa a Duma, villaggio palestinese, dove è stata uccisa la famiglia Dawabsheh, compreso il figlio più piccolo, Ali, 18 mesi. L’altro figlio è in riabilitazione in Israele (foto Reuters)

A preoccupare i vertici del Paese non è il video. Ma – come spiegano diversi esperti – «il numero sempre più alto di giovani e giovanissimi, tutti dell’estrema destra religiosa, diventati così radicali nelle loro idee e nelle loro azioni che sono ormai disposti anche a uccidere, a passare il resto della loro vita in prigione e addirittura anche a sacrificare la loro esistenza solo per rivendicare un pezzo di terra o potere in Cisgiordania e a Gerusalemme Est». Una generazione che potrebbe sfornare anche il futuro Yigal Amir, l’estremista di destra che nel 1995 uccise a Tel Aviv il primo ministro Yitzhak Rabin.

Una generazione le cui idee, accusano, avrebbe le sue ramificazioni anche nel governo. Canale 2, la più seguita tv privata d’Israele, ha infatti raccontato di un messaggio particolare inviato via WhatsApp da Uri Ariel: «La sezione ebraica dello Shin Bet (quella che si occupa dell’estremismo nazionalista, nda) deve essere chiusa. Prima succede meglio è per tutti». Solo che Uri Ariel non è uno qualsiasi, ma il ministro dell’Agricoltura del governo Netanyahu e il collega di partito di Naftali Bennett.

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La protesta a Tel Aviv di alcuni estremisti religiosi contro lo Shin Bet, la sicurezza interna d’Israele, accusata di aver torturato gli arrestati per l’attacco incendiario a Duma (foto di Tomer Neuberg / Flash90)

Parole alle quali lo Shin Bet ha voluto replicare in modo esplicito. E netto. Come mai era successo e forse mai succederà. «C’è un tentativo, da parte delle organizzazioni terroristiche, di stravolgere lo Stato per stabilire una sorta di monarchia la cui prima azione sarebbe quella di cacciare dal Paese tutti i non ebrei», recita il comunicato. «L’obiettivo è quello di danneggiare le minoranze presenti nel territorio, di rovinare le relazioni diplomatiche tra Israele e il resto del mondo».

© Leonard Berberi

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L’attacco visto dal vignettista Latuff

Una piovra che avvolge tutta la nave dei pacifisti al largo della Striscia di Gaza. Gli occhi rossi di rabbia e una bandiera israeliana attaccata in fronte. Carlos Latuff, vignettista politico freelance nato in Brasile e molto impegnato nel denunciaro gli orrori del conflitto israelo-palestinese, sintetizza così quanto è successo alle 5 del mattino di lunedì 31 maggio.

(Carlos Latuff)

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Gli investigatori israeliani: almeno cento pacifisti hanno legami con la Jihad

Un frammento del video del blitz girato dalla marina israeliana

Legami – diretti e indiretti – con la Jihad globale. Secondo le rivelazioni dei cronisti del quotidiano Yedioth Ahronoth – domani in edicola – almeno cento persone a bordo della nave turca assaltata sarebbero legate a formazioni terroristiche.

Le prime conclusioni sarebbero emerse dopo gli interrogatori fiume che la polizia israeliana sta effettuando soprattutto in un capannone allestito appositamente nel porto di Ashdod, dov’è stata portata la Mavi Marmara. Gli investigatori avrebbero in mano le prove necessarie per dimostrare che un centinaio di persone si sono infiltrate nel movimento pacifista per poi attaccare deliberatamente i soldati israeliani.

La maggior parte dei sospettati sarebbe di origine turca. Ma sarebbero tanti anche i “pacifisti” yemeniti e indonesiani sospettati dall’antiterrorismo israeliano di avere rapporti con Al Qaeda. A bordo della nave sono stati trovati migliaia di dollari in contanti, maschere anti-gas. La maggior parte di questi uomini sarebbe senza documenti d’identità e non starebbe collaborando alle indagini.

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La rabbia di Bibi Netanyahu e il timore della trappola

Benjamin Netanyahu, primo ministro israeliano (The Canadian Press)

Dicono che Netanyahu sia infuriato come mai s’è visto. Così arrabbiato e seccato da annullare una visita importantissima, quella alla Casa Bianca, che doveva ricucire lo strappo di febbraio. Quando, in un corto circuito comunicativo, Israele annunciava la costruzione di nuove abitazioni nella West Bank proprio nel giorno in cui il vice-presidente Usa, Biden, arrivava a Gerusalemme chiedendo lo stop a nuovi insediamenti.

Dicono a Gerusalemme che Netanyahu abbia detto esplicitamente di essere stato tradito. Da chi non è dato saperlo. Anche se si può intuire. Quel che si sa è che il primo ministro israeliano teme di essere caduto in una trappola. Una trappola scattata qualche giorno fa. Quando, seduti in un tavolo, il capo di stato maggiore israeliano, Gaby Ashkenazi, aveva assicurato al premier che un blitz sulle navi dei pacifisti non avrebbe comportato rischi né per i soldati, né per i civili a bordo.

Poi Netanyahu è partito per il Canada. Tranquillo di poter assistere da lontano all’ennesima dimostrazione di tattica perfetta dell’esercito israeliano. Ma qualcosa è andato storto. E verso le undici di sera – orario canadese – il premier ha ricevuto la chiamata che mai s’aspettava. «Ci sono dei civili morti».

Ora si attende la resa dei conti. Ashkenazi sembra avere le ore contate. Ma anche Barak, ministro della Difesa, traballa. Così come lo stesso Netanyahu. Il rischio di una delegittimazione internazionale resta alto. E qualora dovesse arrivare, magari dall’Europa, lascerebbe una sola via percorribile a Bibi: le dimissioni.

L.B. (Milano) / S.N. (Tel Aviv)
© Falafel Cafè

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Striscia di Gaza, ecco i video dell’assalto

La difesa – o il contrattacco – mediatica israliana passa attraverso YouTube. E’ sulla piattaforma di video più grande al mondo che l’Idf, l’esercito israeliano conta di giustificare le vittime a bordo della Mavi Marmara, la nave dei pacifisti battente bandiera turca assaltata lunedì mattina.

Due, in particolare, sono i video. Nel primo c’è l’abbordaggio dei soldati sulla Mavi Marmara. Nel secondo, quello che i soldati dell’Idf sono riusciti a recuperare dopo l’assalto.

L’assalto

L'”arsenale” dei “pacifisti”

Basterà a giustificare le violenze dei soldati israeliani? All’Idf ne sono convinti.

© Falafel Cafè

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La notte dei falchi e un Paese che ora rischia l’isolamento

La notte non ha portato consiglio. Né all’esercito israeliano. E nemmeno ai pacifisti delle navi che portavano aiuti alla Striscia di Gaza. Ora che ci sono 9 morti da una parte e 7 soldati feriti – di cui uno grave – dall’altra, è facile cadere nell’errore del dare giudizi. Troppo facile dare la colpa al governo Netanyahu e ai falchi – tanti falchi – che hanno potere all’interno dell’Idf, l’esercito di Gerusalemme. Perché c’è stato un divieto israeliano di attraccare a Gaza per le navi della Pace. Perché questo divieto non è stato rispettato. Anche se, a dirla tutta, la sensazione è che la reazione dei soldati sia stata eccessiva. Forse immotivata. Di sicuro controproducente. Nel breve, medio e lungo periodo.

Proteste a Istanbul, Turchia, contro l'attacco israeliano (Reuters)

Nel breve, perché isola ancora di più lo Stato ebraico. E crea un cordone territoriale ostile a Gerusalemme che parte dalla Turchia (sua la nave attaccata dall’Idf), passa attraverso Siria, Libano, Giordania, Arabia Saudito, Egitto. Per non parlare dell’Iran. O della reazione – che ci sarà – dell’amministrazione Obama.

Nel medio, perché oltre a costringere il governo Netanyahu a rivedere la sua politica estera e interna, obbligherà Israele a darsi da fare per risolvere la questione degli insediamenti in territorio palestinese. E l’unica strada percorribile – agli occhi dell’Occidente – sarà quella di abbattere le case costruite nella West Bank e obbligare i coloni a trasferirsi in territorio israeliano. Ma questo comporterà un prezzo altissimo in termini di sicurezza interna e stabilità sociale per lo Stato ebraico.

Nel lungo periodo, questo gesto impone una revisione delle relazioni diplomatiche di molti paesi con Israele. Perché se da un lato ci saranno sempre i governi filo-israeliani, dall’altro si allargherà sempre più il gruppo degli scettici e di quelli che decideranno il tipo di rapporti soltanto in base a quello che farà, di volta in volta, Gerusalemme. Ma questo vuol dire essere condannati a non avere una diplomazia stabile, ma a brevissima scadenza.

Comunque sia, la Comunità internazionale farebbe l’errore più grande della storia se dovesse risolvere la questione punendo Israele e promuovendo le politiche palestinesi. Perché punire Gerusalemme significherebbe dare linfa vitale a Hamas. E quindi dare il via alla tanto temuta Terza Intifada.

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Meglio del previsto

Nonostante tutto, gli attacchi diminuiscono. Solo 53 a febbraio contro gli 80 del mese prima. I valori, più o meno, sono simili al dicembre 2009, quando di azioni contri gli interessi israeliani da parte degli arabi ce ne sono state 51.

Il dossier aggiornato mensilmente dallo Shabak, il servizio di sicurezza interno, sottolinea come nonostate il periodo teso di queste ultime settimane, il fragile equilibrio per il momento regge.

Anche se, rispetto agli altri mesi, c’è da registrare l’uccisione di un soldato israeliano del’Idf nella contea di Giudea e Samaria e il ferimento di un altro in prossimità della Striscia di Gaza. Qui, il calo degli attacchi è stato più decisivo (13 a febbraio contro i 32 di gennaio). Così come nell’area di Gerusalemme (3 contro 11).

Qui, il dossier completo in formato pdf.

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