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Uno studioso accusa: “Un pezzo di Palestina annesso a un kibbutz in Israele”. Ma fioccano le smentite

E così, tutto d’un tratto, si scopre che nemmeno loro, il simbolo del socialismo israeliano, sono poi così “immacolati”? Oppure no, è tutta una finzione? Peggio: «una propaganda antisemita»? La notizia-bomba – con tanto di planimetrie, ricerche orografiche e quant’altro si richiede in questi casi – ecco, la notizia bomba l’ha sparata Dror Etkes, un ricercatore israeliano e attivista contro gl’insediamenti ebraici in Cisgiordania. Dice Etkes, per farla breve, che una striscia di terreno palestinese della West Bank sarebbe stata annessa a un kibbutz che si trova in Israele. Per la prima volta nella storia.

Il pezzetto di terra – grande 148 ettari – sarebbe stato sottratto al villaggio di Bardaleh. E i «ladri» di terra sarebbero quelli del kibbutz Meirav, a pochi metri di distanza. «Per decenni – dice Etkes – le autorità israeliane hanno preso il controllo di aree da destinare ai coloni dello Stato ebraico, ma si trovavano tutte dentro i confini della Cisgiordania». Il ricercatore aggiunge anche che negli anni scorsi sarebbe stata costruita pure una barriera a protezione del terreno per tenere alla larga i palestinesi.

La notizia non è da poco. «È vero, l’area adesso appartiene al kibbutz», ha detto Guy Inbar, il portavoce dell’esercito israeliano. «Ma questo caso non vuole essere un precedente», ha poi concluso. Altri dettagli il militare non ne ha aggiunti. Anzi, ha chiuso abbastanza seccato qualsiasi comunicazione con i cronisti.

Dice Etkes che, in questo modo, si incoraggiano tutti i paesi al di qua della Linea Verde (fissata nel 1967, tracciata dagl’israeliani – più o meno correttamente – con tanto di muro in cemento), a prendere un pezzetto di terra al di là, in piena Cisgiordania. «Sembra quasi una cosa inevitabile», continua il ricercatore.

«Sì, gran parte di quella terra apparteneva alla nostra famiglia», confermano all’Associated Press quelli del clan Sawafta di Bardaleh. «Hanno iniziato a minacciarci agli inizi degli anni Ottanta», racconta Mohammed Sawafta. «Poi è arrivato l’esercito israeliano a sbarrarci qualsiasi ingresso, visto che ormai lo stavano usando quelli del kibbutz».

Dai documenti non è che si capisca proprio tutto, a dire il vero. I palestinesi, per reclamare la proprietà su migliaia di ettari, continuano a usare – e a far ricorso – documenti protocollati durante l’Impero Ottomano, registri catastali giordani e fogli scritti a mano – ma firmati tra i palestinesi – dove ci si è accordati sui confini degli appezzamenti di terreno.

«Ma quale annessione? Quale occupazione?», ha però replicato Judy Singer, portavoce del kibbutz Meirav. «Quel pezzo di terra non solo non l’abbiamo occupato abusivamente, ma non è nemmeno dei palestinesi!». Spiega la Singer a quelli del quotidiano elettronico israeliano Arutz Sheva che il terreno in questione è stato concesso – in leasing – da quelli del kibbutz Maaleh Gilboa per 25 anni. Mentre da Maaleh Gilboa un funzionario aggiunge che «nessun palestinese ha mai rivendicato ufficialmente quel pezzo di terra». Insomma, il giallo continua.

© Leonard Berberi

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Il giornalista Dan Rather accusa la sicurezza israeliana: “Ha umiliato la mia troupe”

«In vita mia non è mai capitato di venire perquisito e spogliato dalla polizia di uno Stato prima di fare un’intervista. Non mi è successo nemmeno con l’amministrazione di Saddam Hussein in Iraq».

Non è andata proprio giù a Dan Rather, uno degli anchorman più famosi al mondo, la serie di controlli a cui è stata sottoposta la sua troupe prima di registrare l’intervista al vice primo ministro Dan Meridor. E in una lettera – resa pubblica dall’agenzia Associated Press – si è lamentato direttamente con il primo ministro Benjamin Netanyahu.

Secondo l’accusa, scritta da Andrew Glanzer, produttore storico del giornalista e vincitore di un Emmy, il gruppo doveva seguire Rather in Israele e Palestina per realizzare un documentario sul difficile processo di Pace, soprattutto dopo l’arrivo di Avigdor Lieberman (destra nazionalista) al ministero degli Esteri. Ma una volta arrivato ai controlli del Parlamento, la polizia avrebbe portato la troupe in una stanza, dove – dopo diverse ore – avrebbe costretto i componenti a «calarsi i pantaloni per un’ispezione completa».

Dan Rather, 79 anni, storico giornalista ed ex conduttore dei programmi della Cbs americana "60 Minutes" e "Cbs Evening News"

Non solo. L’esercito avrebbe bloccato anche l’accesso a un villaggio cisgiordano a uno dei cameraman, di origine palestinese, ma residente a Gerusalemme.

Glanzer ha confermato di aver inviato la stessa lettera a più persone del governo israeliano, ma ha anche preferito non rivelare né il contenuto, né quando sarebbero successe queste cose. Ha però ricordato che sono anni che quella troupe fa interviste in Israele e Palestina e mai le era successo qualcosa.

Non è il primo incidente con i media stranieri, questo. Basti ricordare l’imbarazzante vicenda della corrispondente di Al Jazeera, costretta a togliersi anche il reggiseno durante i controlli, prima di andare a registrare una conferenza stampa del premier Netanyahu.

Incidenti che hanno quasi sempre costretto lo Stato ebraico a chiedere scusa. Ma anche a ricordare che si tratta di un Paese sempre esposto agli attentati. Intanto il nuovo direttore dell’ufficio stampa del governo, Oren Helman, ha promesso una nuova era fatta di rapporti cordiali con le centinaia di giornalisti stranieri che lavorano in Israele.

© Leonard Berberi

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Torna la violenza di Hamas: decine di razzi contro Israele e botte ai giornalisti stranieri

Gli effetti di uno dei razzi sparati dai miliziani di Hamas sul suolo israeliano (foto Roee Idan)

È stata una giornata di guerra. Non solo in Libia. Ma anche a Gaza. Un sabato di mortai, attacchi aerei, vittime e minacce ai giornalisti. Dopo giorni di proclami ieri dalla Striscia è partita una lunga serie di attacchi contro il fronte israeliano. Almeno cinquanta proiettili di mortaio sono stati sparati dai miliziani di Hamas verso la parte meridionale del deserto del Negev. Colpi quasi tutti andati a vuoto. Tranne uno, finito sulla comunità agricola di Pithat Shalom: due persone sono rimaste ferite e una casa ha subito danni.

A quel punto la replica dell’esercito israeliano non s’è fatta attendere. Carri armati e artiglieria di terra sono entrati in azione sul confine sud-orientale della Striscia di Gaza. Poi è stata la volta di un paio di incursioni aeree. Secondo fonti mediche, cinque miliziani e un bambino palestinese sarebbero rimasti feriti. L’esercito israeliano ha anche comunicato di aver ucciso due terroristi posizionati lungo la frontiera.

Il premier Benjamin Netanyahu ha definito «molto grave» quest’ultima violazione della tregua di fatto in vigore teoricamente dalla fine dell’offensiva “Piombo Fuso” di due anni fa e ha fatto intendere ulteriori ritorsioni, ribadendo di essere deciso a «proteggere i cittadini israeliani con tutti i mezzi necessari».

Uno dei palestinesi feriti dal raid israeliano di sabato mattina viene portato in ospedale per le prime cure (foto Associated Press)

Meno diplomatico il ministro degli Esteri Avigdor Lieberman, leader di Israel Beitenu (partito di estrema destra). Da sempre contrario a qualunque concessione negoziale nei confronti dei palestinesi, ha inviato una protesta formale alle Nazioni Unite e ha scritto che «gli attacchi odierni, avvenuti mentre si discute di riconciliazione fra l’Autorità nazionale palestinese e Hamas, dimostrano come il sostegno internazionale che i palestinesi chiedono sarebbe nei fatti sostegno a uno Stato terrorista».

Miliziani di Hamas (foto Reuters)

Le tensioni continuano anche all’interno della parte politica palestinese. Come confermano la parole di Sami Abu Zuhri. Il portavoce dell’ala dura di Gaza è tornato ieri a scagliarsi contro Fatah, il partito di Abu Mazen rimasto in sella nella sola Cisgiordania dopo la sanguinosa presa del potere di Hamas nella Striscia nel 2007. Zuhri ha avvertito che l’annunciata visita conciliatoria di Abu Mazen a Gaza non potrà esserci prima del rilascio di «tutti i prigionieri politici» detenuti in Cisgiordania. E ha accusato Fatah d’aver «sobillato da Ramallah» i giovani protagonisti di alcuni insoliti raduni “non autorizzati” promossi in settimana a Gaza per invocare l’unità nazionale e protestare contro la divisione tra fazioni.

Raduni che la forza pubblica di Hamas ha disperso con la violenza. E dei quali i miliziani islamici non hanno gradito neppure la copertura mediatica, come testimoniano le irruzioni compiute sabato mattina nelle sedi di Gaza City della tv dell’agenzia internazionale Reuters e d’un service locale che fornisce assistenza video all’agenzia americana Associated Press. I miliziani – una decina in tutto – hanno sequestrato le telecamere, hanno picchiato un giornalista, minacciato gli altri e hanno finito il loro raid con il pestaggio di due operatori palestinesi.

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Betlemme, record di visite alla basilica della Natività

Il patriarca latino Fouad Twal durante la messa notturna alla basilica della Natività (AP Photo/Fadi Arouri)

Una folla così, giurano in molti, non s’era mai vista. I più sicuri, invece, dicono che non succedeva da almeno dieci anni. Basilica della Natività, Betlemme, 25 dicembre 2010: oltre centomila fedeli hanno affollato l’edificio, hanno pregato e hanno intonato le canzoni natalizie. L’anno scorso – stesso giorno, stesso luogo – di persone se n’erano presentate a malapena la metà. La fonte non desta sospetti: l’esercito israeliano, responsabile della gestione del flusso umano in uscita ed entrata.

Che i tempi siano cambiati? È presto per dirlo. Anche se padre Juan Maria Solana, di stanza – pardon: di chiesa – a Gerusalemme, ha detto ai cronisti dell’Associated Press che quella di ieri «è stata una bellissima giornata, una di quelle che ridà serenità e speranza ai due popoli».

Il presidente palestinese Abu Mazen in prima fila alla messa natalizia di Betlemme (AP Photo/Fadi Arouri)

Al di là delle frasi ottimistiche – e da queste parti ce n’è sempre bisogno –, un altro segno che quest’anno qualcosa è cambiato si trova anche nelle prenotazioni alberghiere: tutte e 2.750 stanze presenti a Betlemme sono state occupate da tempo. Il tutto in una città che, in sessant’anni, ha dimezzato la popolazione di religione cristiana: erano il 75% del totale nel 1950, si sono ridotti al 33% nel 2010.

«Possano le campane delle nostre chiese abbassare il rumore delle armi nel nostro ammaccato Medio Oriente», ha detto nella messa notturna il patriarca latino Fouad Twal, il capo dei religiosi cattolici per la Terra Santa. In prima fila il presidente palestinese Abu Mazen annuiva. E pregava.

© Leonard Berberi

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Sempre più israeliani si trasferiscono in Germania. Berlino è la loro preferita

Sessantacinque anni dopo, la Storia ha preso tutta un’altra piega. Ed è così che a Berlino, da dove partirono gli ordini per l’avvio della “Soluzione finale”, non è raro ascoltare i saluti in lingua ebraica. Nemmeno nelle radio. Ne sa qualcosa la 32enne Nirit Bialer, una conduttrice radiofonica del programma “La voce di Berlino” (titolo originale in ebraico: “Kol Berlin”), ma soprattutto nipote di una sopravvissuta all’Olocausto. Nirit intrattiene per un’ora – ogni venerdì – gli ascoltatori berlinesi con musica e interviste. Soprattutto: è diventata il simbolo di tutti gl’israeliani che negli ultimi anni hanno deciso di farsi una vita in Germania.

Le cifre, non definitive, parlano di circa 15mila israeliani di religione ebraica che si sono trasferiti solo nella città di Berlino. Certo, una cifra ancora lontana dai 120mila residenti ebrei che abitavano nella capitale fino al 1933. Ma è indubbio che le cose sono cambiate. La Storia è cambiata.

«Berlino è diventata una vera attrazione per molti israeliani», spiega Nirit Bialer all’Associated Press. «Tutti vogliono vivere qui». Un’inversione rispetto a quello che succedeva pochi anni fa. Quando trasferirsi in Germania – da Israele – rappresentava per gli ebrei il massimo grado di tradimento dei valori del Sionismo.

Gl’israeliani visitano Berlino per molte ragioni: per lavorare, per studiare, per fare festa, per sviluppare le loro doti artistiche e per dare vita alle loro passioni. A loro poco importa del passato nazista della città e della nazione in cui si trovano. «Qui c’è più libertà e molto più spazio di manovra», spiega Lea Fabrikant, 26 anni, studentessa di fotografia cresciuta a Gerusalemme.

In tutto questo, c’è anche chi è andato a Berlino per ritrovare le sue radici. Come Asaf Leshem, 36 anni: ha passeggiato nel quartiere di Schoeneberg, dove vivevano i suoi nonni, e ha fatto visita al cimitero di famiglia.

«In Israele uno non pensa a cosa significhi essere ebreo», analizza Nirit, la conduttrice radiofonica. «Di fatto tutti nello Stato ebraico festeggiano le ricorrenze religiose, dallo Shabbat al Rosh haShanah. È solo in Germania che uno realizza all’improvviso cosa voglia dire essere un ebreo e cosa ti rende differente da tutto quello che ti circonda».

Leonard Berberi

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Da edificio-simbolo a oggetto di sciacallaggio. La triste fine dell’aeroporto di Gaza

(foto AP)

Per anni non ci aveva messo piede nessuno. Dopo i bombardamenti israeliani non restava più niente, se non lo scheletro di quello che un tempo era la struttura principale. E una pista asfaltata. Che accoglieva gli aerei provenienti dai paesi arabi. O dava lo spazio giusto ai velivoli per decollare. Perché in meno di dieci secondi dalla partenza, i bolidi volanti erano già in territorio egiziano.

Ora, dell’Aeroporto internazionale “Yasser Arafat”, dodici anni dopo la sua inaugurazione, non resta più niente. Né i voli, né il padre spirituale. Ma se quest’ultimo sono in tanti a rimpiangerlo, nessuno si dispera per quell’unica finestra verso il mondo esterno che ora non c’è più. Perché a vederlo com’è ridotto oggi, l’aeroporto, sembra di stare in un mondo post-apocalittico o su Marte.

Opera delle bombe, certo. Ma anche dei palestinesi stessi. Che, senza lavoro e senza soldi, hanno iniziato da qualche mese a spolpare quel che resta di quel gioiello. La pista ormai è ridotta in brandelli che in alcuni tratti sembrano colline. Gli edifici reggono a malapena. E prima o poi cadranno giù. Il ferro contenuto al loro interno è troppo prezioso per le nuove costruzioni. Ed è un materiale che Israele non fa passare attraverso i suoi valichi. Insieme al bitume, al petrolio, al cemento e a tutto quello che serve per costruire case, palazzi, strade e ponti.

(foto AP)

«Non ho un lavoro e in qualche modo devo sfamare i miei figli», dice all’Associated Press Hilmi Izawied, 34 anni, uno dei “saccheggiatori” dell’aeroporto e padre di sei figli. «Qui prendo quello che mi serve per rivenderlo al mercato nero. Riesco a portarmi a casa 15-30 dollari al giorno».

Ogni mattina, per ore intere sotto al sole, centinaia tra uomini, donne e bambini si presentano sulla pista. Scavano, prendono quello che si trova sotto all’asfalto, caricano su carrozze trainate da un asino o da un cavallo e cercano di vendere il tutto. Quelli che vanno per la maggiore sono le barre di ferro e la ghiaia speciale che si trova poco sotto il bitume. Da lontano, i miliziani di Hamas stanno a guardare. O non si fanno proprio vedere.

Tempo qualche mese e del glorioso aeroporto non resterà più niente. E pensare che, proprio su quell’asfalto, Arafat aveva salutato la costruzione come il primo atto concreto verso la creazione e la proclamazione dello Stato palestinese.

Leonard Berberi

Il video di Al Jazeera English

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