attualità

Pronti i piani di guerra contro Gaza. Netanyahu spera nell’ok di Usa e Europa

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu parla a 50 ambasciatori ad Ashqelon. A fianco, un razzo Grad palestinese (foto GPO)

S’incontreranno ancora stamattina, i vertici del governo e dell’esercito. L’hanno fatto la notte prima. E lo faranno per tutto il giorno fino a quando non si decideranno a decidere. A scegliere tra il bastone e lo schiaffo. Tra i carr’armati e i proiettili. In tutta questa storia una cosa, a Gerusalemme, è certa: non c’è spazio per la carota.

«I 160 razzi sparati da Gaza e piovuti sul suolo israeliano non resteranno impuniti», spiega un analista. «Sul tavolo ci sono diverse opzioni, compresa quella militare. Quest’ultima è la più accreditata. Ma il premier Benjamin Netanyahu vuole essere sicuro, stavolta, che il mondo abbia capito cosa sta succedendo qui da noi. Così da rendere comprensibile l’offensiva su Gaza con migliaia di uomini, centinaia di tank e la caccia ai terroristi casa per casa».

Il primo ministro – forte dei sondaggi a due mesi dalle elezioni del 22 gennaio – preme per la risposta più dura, insomma: «invasione della Striscia, azzeramento di Hamas, avvio di una fase di democratizzazione di Gaza». Il tutto con l’aiuto – confermato in questi giorni – degli Stati Uniti. Con l’appoggio del ministro della Difesa, Ehud Barak. E di buona parte della comunità ebrea ultraortodossa.

Il ministro israeliano della Difesa, Ehud Barak, nella situation room durante le esercitazioni congiunte con l’esercito americano (foto Ministero della difesa israeliano)

Ma nel Likud, la formazione di Netanyahu, più di un parlamentare gli fa notare i rischi di una guerra contro Hamas, ma anche Hezbollah e la frazione di Al Qaeda che si trova nel Sinai. Un conflitto alla vigilia delle elezioni, se vinta, fa benissimo alle urne. Ma rischia di portarsi via le vite di decine di soldati israeliani. E quindi anche una vittoria che nello Stato ebraico danno ormai in mano al duo Likud-Israel Beitenu.

«Non tollereremo più altri razzi su Israele», ha tuonato ieri il premier ad Ashqelon, a pochi chilometri dal confine con Gaza. Davanti a lui più di 50 ambasciatori – compreso quello italiano – che, per la prima volta, hanno capito che Netanyahu stava facendo sul serio. A rendere ancora più tesa la conferenza, il razzo, lungo più di tre metri, alla sinistra del primo ministro israeliano. Un razzo palestinese.

«Il mondo deve capire che Israele ha il diritto e il dovere di difendere i suoi cittadini», ha tuonato Netanyahu davanti ai rappresentanti delle cancellerie di mezzo mondo. «Non staremo più fermi contro le minacce quotidiane, non sopporteremo ancora che mettano a rischio le vite delle nostre donne, dei nostri bambini, dei nostri uomini».

Uno dei razzi sparati da Gaza e caduto sulle campagne di Netivot (foto di Tsafrir Abayov/Flash90)

Da tre giorni e fino a lunedì sera – 12 novembre – i miliziani di Hamas hanno sparato più di 160 razzi. Più di quaranta gl’israeliani feriti. Città continuamente assillate dalle sirene d’emergenza: Beersheba, Netivot, Ofakim, Sderot. Tanto che la notte, Netanyahu s’è incontrato con il capo dell’esercito, Benny Gantz, il ministro della Difesa, Ehud Barak, e un paio di analisti. Gantz gli avrebbe assicurato che l’esercito è pronto a entrare nella Striscia. «Del resto – avrebbe spiegato – sono giorni che i nostri uomini si esercitano su questo scenario».

Una nuova missione «Piombo fuso» è alle porte? Difficile dirlo. In molto ci scommettono. In tanti lo sperano. Ma per ora potrebbe entrare in gioco una tregua con Hamas. L’ennesima fragile cessazione delle violenze. Sperando che, nel frattempo, lassù, al Nord, non succeda e non si muova qualcosa. Che gli uomini di Assad stiano buoni e non sparino più contro il Golan israeliano. Che Hezbollah prosegua nelle sue faide interne. Che Ahmadinejad continui a non arricchire ulteriormente l’uranio.

A Gerusalemme, intanto, non hanno mancato di esaltare gli ottimi risultati dell’esercitazione congiunta con gli americani. Migliaia di soldati israeliani, 2.500 marines, decine di missili Patriot sparati dalle basi militari dello Stato ebraico verso il Mediterraneo. «Un successo», ha esclamato il ministro della Difesa Ehud Barak. E aveva il sorriso di chi, in realtà, voleva dire ben altro: che dopo la rielezione di Obama, Israele non si sente più sola. Quasi quasi, si sente pronta a scendere in campo.

© Leonard Berberi

Standard
attualità, economia

Israele. In breve / 2

Principe saudita: 900mila dollari per chi cattura soldato israeliano
Un membro della famiglia reale saudita, il principe Khaled bin Talal, ha aggiunto 900 mila dollari ai 100 mila già offerti da un religioso suo connazionale a chiunque sequestri un soldato israeliano. Lo riferisce la tv privata Daleel, secondo cui il principe – che è un fratello dei miliardario Al Walid bin Talal – in una telefonata ha annunciato alla stessa emittente di aver deciso di aumentare fino a un milione di dollari la taglia per il sequestro di un militare israeliano, dopo che il religioso Awad al Qarni ha ricevuto minacce di morte per averne offerti centomila a qualsiasi palestinese catturi un soldato israeliano.

Condannata ex soldatessa per aver passato documenti alla stampa
Quattro anni e mezzo di carcere: questa la condanna inflitta sabato dal tribunale distrettuale di Tel Aviv alla ex soldatessa Anat Kam (nella foto sopra), giudicata colpevole di aver prelevato duemila documenti delle forze armate (in parte segreti) e di averli in seguito passati al quotidiano Haaretz. La Kam, secondo i giudici, ha agito sulla spinta di motivazioni ideologiche, nell’intento di mettere in cattiva luce il comportamento delle forze armate in Cisgiordania. Kam – che nel frattempo si è congedata dalle forze armate e ha intrapreso a sua volta una carriera giornalistica – è stata riconosciuta colpevole di aver Copiato segretamente migliaia di documenti negli anni 2005-2007, quando fungeva da segretaria nell’ufficio del comandante delle forze armate israeliane in Cisgiordania, gen. Yair Naveh.

Gli “indignados” tornano in strada a Tel Aviv
È tornata di nuovo in strada sabato sera in Israele la protesta contro il carovita e la sperequazione sociale. Trentamila persone, secondo una stima degli organizzatori dell’evento, hanno manifestato a Tel Aviv nella piazza che porta il nome del premier assassinato Yitzhak Rabin. Manifestazioni analoghe sono state indette anche in altri tre centri del paese, nel nord, nel sud e nel centro. Quella in programma a Beersheva, nel sud, è stata invece annullata per motivi di sicurezza in seguito ai tiri di razzi provenienti dalla striscia di Gaza.

Calma (precaria) tra Israele e Gaza dopo le bombe di ieri
Una calma precaria è tornata nel sud di Israele – dopo la pioggia di razzi palestinesi della scorsa notte – mentre da Gaza la Jihad islamica ha fatto sapere di essere disposta a una sospensione delle ostilità, sulla base di reciprocità con Israele. Il bilancio di queste ostilità è di nove miliziani palestinesi uccisi, assieme con un civile israeliano (ad Ashqelon). Fonti israeliane affermano che gli ultimi attacchi palestinesi sono avvenuti alle ore 7 locali (la stessa ora in Italia). Da Gaza fonti locali riferiscono che gli ultimi raid della aviazione israeliana si sono avuti nella nottata, mentre ora i velivoli di Israele di limitano a voli di ricognizione sulla Striscia. Radio Gerusalemme riferisce da parte sua che la diplomazia egiziana è intervenuta per mettere fine alle ostilità, rivolgendosi fra l’altro ai dirigenti della Jihad islamica non solo a Gaza ma anche a Damasco. A quanto risulta, anche Hamas ha fatto opera di convincimento sulla Jihad islamica affinché cessi gli attacchi sul Negev.

(a cura di Leonard Berberi)

Standard
attualità

Verso Eilat, a bordo del “392” (e prima degli attentati)

I terroristi non hanno colpito solo dei civili. Hanno anche scelto di farlo contro i bolidi verdi della Egged, la compagnia di trasporti pubblici più grande del Paese. E non solo. Perché la Egged, in Israele, è quasi un’istituzione. I bus, alcuni vecchi, altri nuovi di zecca, ma tutti con l’aria condizionata, li vedi ovunque. Anche nelle zone colpite spesso dai razzi sparati dai palestinesi di Gaza. Sfrecciano verso Ashqelon, dove ad attenderli c’è una stazione come se ne vedono in quei film ambientati in mezzo al deserto. Viaggiano con solerzia verso Ashdod e Sderot, dove l’asfalto e qualche albero lasciano lo spazio al deserto del Negev. Fanno attenzione quando si avvicinano a Gerusalemme: il muro, per uno strano senso della geografia mediorientale, si vede chilometri prima di entrare nella città santa e contesa.

La Egged, per chi non ha una macchina propria, è un punto di riferimento per muoversi in Israele. E a costi contenuti. Ma il tragitto verso Eilat è un’altra cosa. Lasciata Beersheba, una delle più grandi città dello Stato ebraico, i bus – a volte pieni, a volte no, ma sempre frequentati dai soldati in libera uscita – ecco, i bolidi si infilano in questa strada ad alta velocità in mezzo al deserto rossiccio e roccioso.

Il «392» è una delle linee che porta alla località turistica per eccellenza. Parte da Beersheba, dal Central bus station. Un viaggio di sola andata costa 55 shekel (poco meno di undici euro). Tre ore e cinquanta minuti di percorrenza, cinquantaquattro fermate intermedie, 257 chilometri di strada ben asfaltata e con indicazioni stradali che ricordano le superstrade americane. E alla fine ci si trova nel punto più a sud e in quello più stretto d’Israele. In un soffio si passa da Taba (Egitto) ad Aqaba (Giordania). In mezzo, Eilat.

Nella maggior parte dei casi, il «392» percorre la Highway 12 senza intoppi. Il peggio che può capitare è di affrontare un viaggio in mezzo al nulla senz’aria condizionata o acqua. Perché, per il resto, è anche un percorso abbastanza monotono a furia di vedere sempre il deserto – sia a destra, che a sinistra – oppure qualche paesino abitato da poche migliaia di persone.

Qua e là spuntano queste fermate. Spesso hanno forme strane, qualche volta sono fatte di cemento armato. Seduti, anche a 50 gradi centigradi, ci trovi quasi sempre dei giovani in servizio di leva con il fucile in «stato di riposo», in mano uno smartphone connesso a Internet e cuffie alle orecchie che sparano musica ad alto volume. Sono tutti giovanissimi, molti sono Falash Mura, gli “ebrei neri”, quelli che arrivano dall’Etiopia.

Un po’ di brivido lo si prova solo nel tratto finale. Dove un pezzo della «12» passa a poche centinaia di metri dal confine con l’Egitto. Il punto più vicino? A pochi chilometri da Eilat: l’asfalto è a 20 metri di distanza dalle recinzioni. In situazioni normali – quando al potere c’era ancora Mubarak – nessuno se n’è mai dovuto preoccupare.

Ma poi qualcuno ha iniziato a raccontare delle cose. Per esempio: che la recinzione di frontiera messa su copre solo il 10% del confine israelo-egiziano. Che il punto in cui sono stati attaccati i bus israeliani oggi – tra Netafim e Carmit – è quello più vulnerabile: non c’è una recinzione, non ci sono pattuglie fisse. Ma solo telecamere di sorveglianza e qualche jeep dell’esercito che passa ogni tanto a dare un’occhiata.

Per non parlare dei fondi: 28 milioni di dollari già consegnati nel gennaio 2010 all’autorità che dovrà costruire il confine e un piano che prevede la recinzione lungo i 230 chilometri con l’Egitto entro il 2012. Ma in più di un anno e mezzo di chilometri ne sono stati fatti solo 20.

L’attentato multiplo non cambierà le abitudini degl’israeliani. Ma inizia a porre più di un interrogativo sulla sicurezza delle frontiere dello Stato ebraico.

Standard
cartoline

Postcards from Middle East / 60

A volte ritornano. Dalle parti di Ashqelon, a pochi chilometri da Gaza City, sono tornati a piovere i razzi. Ieri militanti islamici ne hanno lanciati due. Per fortuna non hanno colpito nessun civile, ma hanno provocato danni materiali. Tra cui i vetri di un'automobile. Per i servizi di sicurezza israeliana non dovrebbe trattarsi dell'inizio di un'escalation di razzi, ma solo di un modo per far capire allo Stato ebraico quanto sono forti (foto Tsafrir Abayov)

Standard
attualità

Francia, immobiliarista ebreo paga la ricostruzione di una moschea

Da un punto di vista economico non è stato un grande affare. Ma l’immobiliarista Robert Harush aveva un altro obiettivo: dare una mano al dialogo israelo-palestinese. Come? Pagando i lavori di ricostruzione di una moschea in Francia.

Nato ad Ashqelon, città israeliana spesso colpita dai razzi di Hamas, Robert è un 58enne di religione ebraica che ha fatto affari nel settore immobiliare europeo. Nel 2006, mentre Israele lanciava l’operazione “Piombo Fuso” su Gaza, lui era lì, ad Ashqelon. E ci è rimasto anche quando un razzo gli è caduto a poche decine di metri da casa.

Ma quando il sindaco del paesino di Montereau (a cento chilometri da Parigi), gli ha detto di non avere i soldi per la ristrutturazione di una moschea, Robert Harush non ha esitato un attimo e ha pagato tutti i lavori. «La gente era sbalordita – ricorda l’immobiliarista –. Si chiedeva cosa c’entrasse un ebreo con la moschea. La realtà è che dobbiamo smetterla con l’odio. È venuto il tempo di costruire la Pace».

Leonard Berberi

Standard
attualità

Segnali

Un razzo lanciato dalla Striscia di Gaza sul territorio israeliano

Peggio di dicembre. E di novembre. Quasi come ottobre. Gennaio 2010 non sarà ricordato come uno dei mesi più tranquilli nel suolo israeliano. Perchè, scrive l’ultimo report sulla sicurezza, gli attacchi contro Israele sono aumentati in tutte le zone. E adesso, storia degli ultimi giorni, ci si mettono pure gli esplosivi galleggianti. Che partono da Gaza, sfruttano le correnti marine e si avvicinano ad Ashdod e Ashkelon. A sud di Tel Aviv.

Piove di tutto dal cielo israeliano: razzi, mortai, miscele esplosive, bottiglie incendiarie. E se a dicembre 2009 gli attacchi erano stati 51 in tutto, un mese dopo questi sono balzati a 80. Un aumento del 57 per cento. Striscia di Gaza: 32 attacchi (contro i 19 dell’ultimo mese del 2009). Giudea e Samaria: 37 (contro i 28). Gerusalemme: 11 (+7 su dicembre). E la West Bank – che lo Shabak, la sicurezza interna, ormai considera persa – che registra 37 azioni anti-israeliane sulle 28 del mese prima.

Standard
reportage

Appunti di viaggio / 2

ASHQELON – Arida e deserta. Con edifici chiari, strade vuote e il ronzìo dell’aria condizionata sempre presente. A vederla così uno non direbbe mai che è stata la causa dell’attacco a Gaza dello scorso inverno. Perché questa è stata Ashqelon, insieme alla «compagna di sventure» Sderot. Entrambe le città sono state colpite dai razzi Qassam di Hamas. I buchi sui tetti delle case, l’asfalto di una piazza squarciato e alcuni cartelli di avviso lo testimoniano. E per questo – almeno in via ufficiale – migliaia di soldati, centinaia di carri armati e munizioni (poco) convenzionali hanno fatto capire ai militanti di Hamas chi è che comanda nell’area.

Ashqelon, 110mila abitanti, dista una cinquantina di chilometri da Tel Aviv. La strada, asfaltata a nuovo e piena di cartelli in perfetto stile americano, alterna complessi industriali a zone desertiche. A volte è sabbia rossa. A volte terriccio. All’orizzonte il deserto del Negev. Qua e là cumuli di case basse. Bianche e nuove. Ogni tanto, ai bordi della strada, c’è qualche cantiere aperto. La manodopera – tutta di origine centrafricana – resiste e lavora sotto al sole quasi a picco.

Nel bus che porta all’ultima città prima della Striscia di Gaza la metà dei passeggeri indossa una divisa militare (in Israele la leva è obbligatoria dai 18 anni in su: 3 anni per i maschi, 2 per le donne). Ragazzi dall’aria stanca, annoiata. Alcuni dormono. Altri non si staccano un attimo dal proprio telefonino. A fianco, i fucili d’assalto con i caricatori attaccati con l’adesivo al corpo dell’arma. «Quest’anno finisco – mi dice un ragazzo sulla ventina – e poi potrò girare il mondo. Fare quello che fate voi europei: dormire in ostello a Barcellona, fare le ore piccole a Ibiza, bere un sacco di birra. Insomma, divertirmi». Ha i capelli cortissimi, gli occhiali Ray Ban sulla testa e le cuffie del lettore mp3 che pendono sulla giacca verde.

Il ragazzo non smette un secondo di scrivere messaggini. Anche quando risponde alle domande. Cosa va a fare ad Ashqelon? «Torno alla base – risponde – poi insieme agli altri andremo a Gerusalemme a vedere la città». Perché il servizio di leva in Israele è anche questo. Soprattutto questo. Gite – rigorosamente in divisa – nei luoghi simbolo di Israele.

«Un lavaggio del cervello», mi racconterà un’ex riservista sul lungomare di Tel Aviv. «Per due, tre anni non fanno altro che dirti che il Paese rischia l’estinzione, che bisogna difenderlo sempre. Che bisogna essere pronti ad imbracciare un fucile e ad uccide il nemico senza esitazione. Altrimenti ci sarà un altro Olocausto. E a quel punto sarà solo colpa nostra, perché non saremo stati in grado di difendere il nostro popolo». «La leva è il migliore modo di insegnare l’educazione civica», replicano i sostenitori della naja a questo tipo di interventi. Il dibattito, in Israele, è aperto. A tratti acceso. Ma di questo, i ragazzi con destinazione Ashqelon, non si interessano.

Il bus, intanto, si ferma in posti dove non c’è anima viva. Se non quella di altri soldatini in attesa di salire sui mezzi pubblici. Le divise verdi spuntano dal nulla e si riparano dal sole nascondendosi in pensiline di cemento e dalle forme improbabili.

La strada che porta al cuore di Ashqelon è un vialone pulito e con molto verde ai bordi. La città si estende per molto e spesso il cielo domina la visuale. Ma la stazione dei bus è un posto abbastanza squallido. Vicino, un supermercato con un agente della sicurezza all’ingresso che controlla qualsiasi zaino o contenitore prima di fare entrare i clienti.

Kippah e crocs. È l’abbigliamento di buona parte degli abitanti di Ashqelon. Copricapo spesso ricamato o di stoffa. Ai piedi, invece, questi sandali-zoccoli molto alla moda e molto venduti in Israele. Se chiedi com’è la vita, rispondono: «normale».

Ed è vero. Almeno a vedere quello che si fa ad Ashqelon: le persone vanno in Posta, fanno la spesa, bagnano le piante, passeggiano lungo i portici. «Anche se lo sguardo è sempre rivolto verso l’alto», dice – con un perfetto inglese – una ragazza che gestisce un fast food in HaGvura Rd, vicino al Municipio. Lei il sistema per difendersi l’ha trovato: «Se i razzi vengono da sud, basta camminare in modo tale da avere un edificio tra te e la posizione di Gaza». Sorride mentre prepara il falafel per due ragazzi. «È anche vero, però, che i razzi colpiscono soprattutto la parte meno abitata della città, non il centro», ci tiene a precisare. L’ultimo razzo? «A giugno, se non ricordo male. Ma ormai non ci faccio più caso».

Un po’ per abitudine. Perché ci si abitua a tutto, anche a oggetti di morte che piovono dal cielo senza che ci si possa fare qualcosa. Un po’ perché – a detta di alcuni – tra loro e la Striscia di Gaza c’è ormai un ammasso tale di soldati dell’esercito israeliano da costituire una garanzia.

Forze di sicurezza e abitanti di Ashqelon sembrano la stessa cosa. Ogni volta che passa una macchina della polizia o dell’esercito si percepisce un’aria di complicità e di ammirazione. Un po’ meno quando a incrociarsi sono arabo-israeliani e macchine verdi. I soldati li perquisiscono con gli occhi. I musulmani li sfidano. Via così, per metri e metri. Fino a quando non spariscono dalla visuale.

Quando il sole cala su Ashqelon la terra brucia ancora e l’aria condizionata continua a rappresentare l’unico sollievo. A pochi chilometri da qui c’è Gaza. Vista da lontano è un pasticcio di costruzioni. Un ammasso informe e silenzioso. Ma sempre pronto ad esplodere.

© Leonard Berberi

Standard