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Gaza, gli 007 europei: “Armi e uomini dalla Libia alla Striscia”

Altro che Iran. Ora il vero problema, per Israele, è la Striscia di Gaza. E l’Egitto. E quei missili, di tipo Grad, arrivati negli ultimi cinque mesi a bordo di pickup giapponesi dalla Libia e fatti passare attraverso il confine – poroso – con il Sinai. Quasi cento razzi sono stati sparati nelle ultime 40 ore sulle città israeliane di Beersheba, Ashdod e la regione di Eshkol dal pezzetto di terra amministrato dai miliziani di Hamas. Tutti missili in grado di raggiungere obiettivi anche a 20 chilometri di distanza come case, palazzi, scuole, luoghi pubblici frequentati dagl’israeliani.

IL RAID ISRAELIANO – «Iron Dome», il sistema costruito da Gerusalemme per intercettare i razzi in arrivo da Gaza non avrebbe funzionato come dovuto. Soprattutto perché i Grad sarebbero stati sparati da più postazioni. E così, lo Stato ebraico ha ripiegato sulla più classica delle risposte: il raid aereo. Da ieri sulla Striscia piovono bombe. Il bilancio, ancora provvisorio, parla di almeno 14 vittime (17, secondo altri calcoli), tra i quali il leader dei Comitati di Resistenza Popolare Zuhir al-Qaisi. Altre incursioni ci sono state anche sabato pomeriggio, più verso la frontiera egiziana, nei pressi di Rafah.

LE ARMI DALLA LIBIA – Secondo fonti bene informate – le cui voci sono state fatte filtrare senza nessuna resistenza dall’intelligence dello Stato ebraico – ecco, secondo i bene informati la conferma dell’accresciuto potenziale militare delle Brigate Ezzedin al-Qassam (il braccio armato di Hamas) arriverebbe direttamente dagli 007 francesi, tedeschi e italiani, i quali avrebbero seguito dalla Libia fino alla dogana di Rafah (tra Egitto e Striscia) i convogli pieni zeppi d’armi e di piattaforme da installare sui pickup e dalle quali montare i lanciarazzi.

L’intelligence occidentale avrebbe calcolato anche che una cinquantina di libici, membri del movimento anti-Gheddafi, avrebbero messo piede nella Striscia. Solo che, dicono sempre le stesse fonti, una volta a Gaza, gli uomini dei servizi segreti europei sarebbero stati costretti a ripiegare in Egitto, tanto sarebbe stato insormontabile il muro (umano) di protezione attorno agli uomini che lanciano i razzi.

LE TENSIONI CON L’EGITTO – E proprio l’Egitto è un altro fronte critico. Le autorità centrali del Cairo hanno attaccato duramente l’esecutivo di Netanyahu per i raid aerei. «Il nostro Paese è sconvolto dal bombardamento israeliano», ha detto Mohammed Kamel Amr, ministro egiziano della Difesa. «Chiediamo a Gerusalemme di fermare subito il bagno di sangue nella Striscia di Gaza». Il timore del Mossad è che le frizioni con gli egiziani possano spingere Il Cairo a chiudere più di un occhio sul passaggio di uomini e armi dal Nordafrica, dalla Somalia, dal Kenya.

© Leonard Berberi

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La denuncia della “Rosa Parks” israeliana: mi hanno minacciata di morte

Tanya Rosenblit, la “Rosa Parks” israeliana (foto di Tzvika Tishler / Ynet)

E ora le minacce. Via sms. Via telefono. Via Facebook. Tanya Rosenblit, la «Rosa Parks» israeliana che ha rifiutato di obbedire agli ordini di un ultraortodosso su un autobus pubblico, ha denunciato di aver  ricevuto diverse minacce di morte. La donna, diventata uno dei simboli dello scontro fra laici e ultrareligiosi in Israele, ha presentato denuncia alla polizia e ha poi riferito delle minacce durante un’audizione del comitato interministeriale sull’esclusione delle donne nello Stato ebraico.

La Rosenblit è stata il mese scorso protagonista di un episodio simile a quello della signora afroamericana che nel 1955 rifiutò di cedere il posto ad un bianco, in uno degli eventi centrali della lotta contro la segregazione razziale negli Stati Uniti.

La donna era salita a bordo di un autobus pubblico in viaggio da Ashdod a Gerusalemme e si era seduta vicino all’autista per avere da lui indicazioni dove scendere. Un ebreo ultraortodosso ha però preteso che si sedesse in fondo, così da mantenere la separazione fra uomini e donne. Lei si è rifiutata e l’uomo ha aperto la porta del mezzo, bloccandolo per mezz’ora, mentre altri suoi amici venivano a dargli manforte. Il conducente ha allora chiamato la polizia. L’agente giunto sul posto ha chiesto alla Rosenblit di obbedire alla richiesta, ma lei ha ancora rifiutato e alla fine gli ultraortodossi sono stati allontanati (uno è stato in seguito arrestato).

© L.B.

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LA STORIA / La “Rosa Parks” del 2011 che sfida la segregazione sessuale

Cinquantasei anni dopo, la storia è sempre la stessa. C’è una donna giovane. C’è un bus. C’è un tragitto da percorrere. Degli uomini accecati dal loro credo di vita. E un muro – mentale – da abbattere. Ieri l’Alabama. Oggi Israele. Ieri Rosa Parks. Oggi Tanja Rosenblit. Ieri la segregazione razziale. Oggi la segregazione sessuale. Corsi e ricorsi d’una storia – anzi: della Storia – che si ripete. Nonostante mezzo secolo di battaglie per i diritti civili. Nonostante la parità – almeno costituzionale – tra uomini e donne. Nonostante Internet.

E allora, veniamo a oggi. Anzi: a venerdì 16 dicembre 2011. Quando la 28enne israeliana Tanja Rosenblit decide di salire sul bus n. 451 della compagnia “Egged” ad Ashdod, direzione Gerusalemme. Quel pullman lei lo deve prendere perché una delle fermate dista a cinque minuti dal suo punto d’arrivo. Sul mezzo – tutto colorato di verde e con i sedili consumati dalle migliaia di persone che viaggiano ogni giorno – ecco, sul mezzo c’è un po’ di tutto: riservisti, soldati in libera uscita, pendolari di ritorno a casa prima del riposo settimanale. Eppoi ci sono anche loro, uomini ebrei ultraortodossi. Religiosi. Religiosissimi. Così tanto che quando la Rosenblit si siede là, davanti, vicino all’autista, iniziano a borbottare.

Le chiedono – anzi: le urlano – di spostarsi indietro, ché è là che deve sedersi una donna, non qui, tra gli uomini. Le dicono un po’ di tutto. La sfottono. La offendono. Ma lei, Tanja, non si schioda dal suo posto. Anche perché si era piazzata dietro all’autista solo per chiedergli il momento giusto quando scendere. E certo non nasconde un po’ di sorpresa. «Che storia è mai questa?», si chiede. «Siamo nel 2011!». Ma loro, uomini zeloti e devoti alla religione non vogliono sentire ragioni. Si spingono anche a chiederle di scendere dal bus. E così l’autista, vedendo l’ostinazione della «Rosa Parks» d’Israele, inizia a fare da mediatore. Chiede agli ultraortodossi di darsi una calmata. Ma loro niente.

Rosa Parks (1955) e Tanja Rosenblit (2011)

In pochi minuti arriva la polizia. Che, con garbo, chiede a Tanja se non sia il caso di spostarsi in un altro posto. Ma lei non arretra. Mentre nel frattempo arrivano anche altri ultraortodossi. Che circondano il mezzo. Si fanno minacciosi. E siccome non sono giorni di cortesia tra iper-religiosi israeliani e forze dell’ordine, allora si decide di fare un po’ la faccia cattiva. Di mostrare – è il caso di dirlo – il volto duro della legge. Non quella di Dio, ma quella dello Stato. Gli ebrei ultraortodossi allora si calmano. Il capo dei rivoltosi viene fatto scendere. Il bus parte con mezz’ora di ritardo. Arriva a Gerusalemme. Dove, intanto, la notizia è volata quasi in tempo reale. Tanja Rosenblit, quando il pullman si ferma alla sua piazzola, è sempre lì, seduta al suo posto. Nella prima fila, dietro all’autista.

«Fino a ieri ero convinta di vivere in un Paese libero», dice lei dopo essere scesa. «Ero sicura che la libertà e la dignità della persona fossero i valori supremi della nostra società così eterogenea. Ma dopo quello che è successo sul bus n. 451 non ne sono più così certa». Una cosa ci tiene a chiarirla Tanja: «Non sono contro la religione e nemmeno contro gli ultraortodossi». Però, ecco il succo del discorso, «non dobbiamo comportarci come se le libertà acquisite in questo Paese fossero una maledizione!».

Il dibattito, inutile dirlo, s’è fatto rovente. Soprattutto in certa parte dell’anima liberal degl’israeliani. Perché è vero che negli ultimi anni gli ebrei ultraortodossi sono riusciti a imporre la segregazione per sessi nei bus che collegano gl’insediamenti, ma è anche vero che mai era successa una cosa del genere a bordo di un normale pullman di linea. Per non parlare, poi, di certi marciapiedi del quartiere Mea Shearim di Gerusalemme. Ma questa è un’altra storia.

«Oggi ho saputo della richiesta a una donna di spostarsi, su un bus. Mi oppongo categoricamente», ha commentato duro il premier Benjamin Netanyahu. «Alle frange non deve essere permesso di distruggere le nostre posizioni comuni. Dobbiamo difendere gli spazi pubblici in modo che siano aperti e sicuri per tutti i cittadini di Israele».

Ma la sensazione, fuori dai circoli politici e intellettuali, è che nello Stato ebraico avanza un nuovo grattacapo per le istituzioni: la chiusura degli ebrei ultraortodossi. Non una minoranza. Nemmeno in politica, dove sostengono – anzi: reggono – il governo Netanyahu.

© Leonard Berberi

(ultimo aggiornamento: lunedì 19 dicembre, ore 00.23)

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Verso Eilat, a bordo del “392” (e prima degli attentati)

I terroristi non hanno colpito solo dei civili. Hanno anche scelto di farlo contro i bolidi verdi della Egged, la compagnia di trasporti pubblici più grande del Paese. E non solo. Perché la Egged, in Israele, è quasi un’istituzione. I bus, alcuni vecchi, altri nuovi di zecca, ma tutti con l’aria condizionata, li vedi ovunque. Anche nelle zone colpite spesso dai razzi sparati dai palestinesi di Gaza. Sfrecciano verso Ashqelon, dove ad attenderli c’è una stazione come se ne vedono in quei film ambientati in mezzo al deserto. Viaggiano con solerzia verso Ashdod e Sderot, dove l’asfalto e qualche albero lasciano lo spazio al deserto del Negev. Fanno attenzione quando si avvicinano a Gerusalemme: il muro, per uno strano senso della geografia mediorientale, si vede chilometri prima di entrare nella città santa e contesa.

La Egged, per chi non ha una macchina propria, è un punto di riferimento per muoversi in Israele. E a costi contenuti. Ma il tragitto verso Eilat è un’altra cosa. Lasciata Beersheba, una delle più grandi città dello Stato ebraico, i bus – a volte pieni, a volte no, ma sempre frequentati dai soldati in libera uscita – ecco, i bolidi si infilano in questa strada ad alta velocità in mezzo al deserto rossiccio e roccioso.

Il «392» è una delle linee che porta alla località turistica per eccellenza. Parte da Beersheba, dal Central bus station. Un viaggio di sola andata costa 55 shekel (poco meno di undici euro). Tre ore e cinquanta minuti di percorrenza, cinquantaquattro fermate intermedie, 257 chilometri di strada ben asfaltata e con indicazioni stradali che ricordano le superstrade americane. E alla fine ci si trova nel punto più a sud e in quello più stretto d’Israele. In un soffio si passa da Taba (Egitto) ad Aqaba (Giordania). In mezzo, Eilat.

Nella maggior parte dei casi, il «392» percorre la Highway 12 senza intoppi. Il peggio che può capitare è di affrontare un viaggio in mezzo al nulla senz’aria condizionata o acqua. Perché, per il resto, è anche un percorso abbastanza monotono a furia di vedere sempre il deserto – sia a destra, che a sinistra – oppure qualche paesino abitato da poche migliaia di persone.

Qua e là spuntano queste fermate. Spesso hanno forme strane, qualche volta sono fatte di cemento armato. Seduti, anche a 50 gradi centigradi, ci trovi quasi sempre dei giovani in servizio di leva con il fucile in «stato di riposo», in mano uno smartphone connesso a Internet e cuffie alle orecchie che sparano musica ad alto volume. Sono tutti giovanissimi, molti sono Falash Mura, gli “ebrei neri”, quelli che arrivano dall’Etiopia.

Un po’ di brivido lo si prova solo nel tratto finale. Dove un pezzo della «12» passa a poche centinaia di metri dal confine con l’Egitto. Il punto più vicino? A pochi chilometri da Eilat: l’asfalto è a 20 metri di distanza dalle recinzioni. In situazioni normali – quando al potere c’era ancora Mubarak – nessuno se n’è mai dovuto preoccupare.

Ma poi qualcuno ha iniziato a raccontare delle cose. Per esempio: che la recinzione di frontiera messa su copre solo il 10% del confine israelo-egiziano. Che il punto in cui sono stati attaccati i bus israeliani oggi – tra Netafim e Carmit – è quello più vulnerabile: non c’è una recinzione, non ci sono pattuglie fisse. Ma solo telecamere di sorveglianza e qualche jeep dell’esercito che passa ogni tanto a dare un’occhiata.

Per non parlare dei fondi: 28 milioni di dollari già consegnati nel gennaio 2010 all’autorità che dovrà costruire il confine e un piano che prevede la recinzione lungo i 230 chilometri con l’Egitto entro il 2012. Ma in più di un anno e mezzo di chilometri ne sono stati fatti solo 20.

L’attentato multiplo non cambierà le abitudini degl’israeliani. Ma inizia a porre più di un interrogativo sulla sicurezza delle frontiere dello Stato ebraico.

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In Israele va di scena l’estate del malcontento

Prima i latticini. Poi i gelati. Quindi gli immobili. E alla fine i passeggini. Il premier israeliano rischia di essere travolto dallo yogurt. E dal cornetto. E dal mattone. E dai bambini. Perché mai come in quest’ultimo mese, le esigenze di tutte le classi sociali dello Stato ebraico si sono succedute, sovrapposte e rinforzate.

Chiedetelo agli oltre trentamila consumatori che, grazie anche a Facebook, hanno sconfitto – per ora – i grandi produttori di latticini costringendoli a ridurre i prezzi della loro merce. Chiedetelo a quei cittadini gerosolimitani che per protesta (e un po’ per risparmiare) attraversano ogni giorno la linea che porta a Gerusalemme Est (a maggioranza araba) solo per comprare il gelato a un prezzo «più ragionevole». Chiedetelo ai giovani che a Tel Aviv e Haifa da giorni stanno dormendo in delle tendopoli allestite nei quartieri più ricchi del Paese per protestare contro il caro-affitti e il caro-mattone. Chiedetelo, poi, a quei genitori che, stanchi di pagare rette per gli asili fuori mercato e pannolini «manco fosse caviale», sono scesi in strada ieri a Tel Aviv, Rehovot, Kfar Saba, Haifa, Ashdod e Beersheba per far sentire la loro voce. Bambini dentro, palloncini gialli svolazzanti da ogni carrozzina.

È l’estate del malcontento. L’estate del «chi se ne importa del mare, abbiamo problemi grossi da risolvere». L’estate del «riprendiamoci in mano il presente e il futuro di questo Paese». E al diavolo i commenti, le analisi, gli approfondimenti. Al diavolo pure le promesse di «Bibi» Netanyahu. Qui urge prender provvedimenti. Oggi. Non domani.

Ecco, a proposito delle proteste di ieri (foto sopra). Ci hanno pensato poco a trovare un nome: l’hanno chiamata «protesta dei passeggini». Dopo gli «Indignados» made-in-Israel, la «rivoluzione» popolare e pacifica viaggia su quattro piccole ruote. «Non possiamo più permetterci di spendere così tanto per crescere un figlio», hanno urlato migliaia di persone per le vie di Tel Aviv e di metà di Paese. E ancora: «Non possiamo mica indebitarci per comprare i pannolini per il nostro piccolo o per farlo andare all’asilo».

«Bibi go home!», hanno urlato in tanti. «Bibi vai a casa!», hanno detto all’uomo coi capelli tutti bianchi. E lui lì a studiare. A prendere provvedimenti. A promettere. Il fatto è che, «Bibi» o non «Bibi» la situazione, a livello sociale, è un po’ sfuggita di controllo. E dietro l’angolo – anzi: domani – c’è quella richiesta palestinese che incombe al Consiglio di sicurezza dell’Onu, quella che chiede di riconoscere subito lo Stato della Palestina. Richiesta di sfuggire, anche quella, di mano.

«Vogliamo tutti vivere in una casa. Vogliamo tutti crescere dei bambini. Non vogliamo stare in un Paese che ti obblighi ad accendere un secondo o un terzo mutuo per vivere bene». Slogan. Slogan. E ancora slogan. Per quella che sarà ricordata come l’estate delle manifestazioni. E della previsione (azzeccata) del rabbino cabalista Mordechai Ganot. Correva l’ottobre 2010 e Ganot vaticinava: «Nel mese di luglio ci sarà un’invasione di meduse». Ecco, invasione è stata. Basta vedere come sono ridotte certe spiagge dalle parti di Ashdod e alcuni settori delle centrali idroelettriche.

Leonard Berberi

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Hamas continua a colpire Israele. E Gerusalemme pensa all’intervento militare

«È chiaro che vogliono la guerra». Il commento, brevissimo, i più alti ufficiali dell’esercito l’hanno sentito dalla bocca del ministro della Difesa, Ehud Barak. Il quale, in calo di consensi, come il suo capo, il premier Benjamin Netanyahu, sta pensando a un blitz militare in stile operazione “Piombo fuso”. Quello, tanto per intenderci, che ha portato al criticato e poi corretto “Rapporto Goldstone”. Un modo, per Barak, di fermare una volta per tutte il lancio dei razzi. E, perché no, di guadagnare voti.

E’ stata l’ennesima giornata calda in suolo israeliano. Quel suolo che, a ridosso della Striscia di Gaza, sta diventando una groviera. A furia di essere bersagliata da razzi Qassam, mortai, colpi di fucile e ogni altra diavoleria militare passi per la testa – e le mani – dei miliziani islamici di Hamas.

Un razzo palestinese ha appena colpito il suolo israeliano (foto Epa)

Il copione si ripete, immutato, da giorni. I palestinesi sparano. Gl’israeliani replicano. Di qua i danni materiali (per ora). Di là quelli umani. Con morti, feriti, mutilati. Sabato mattina – a Shabat ancora in corso – sono esplosi tre missili Grad a Ofakim. Un altro è caduto vicino a una scuola, nella zona di Merchavim. Un altro ancora ha colpito un campo aperto, lontano dalle abitazioni. Ci sarebbe pure un quarto missile. Di cui però s’è perso traccia. Poco più lontano, un mortaio è esploso in un kibbutz, nei pressi di Eshkol, e ha danneggiato un edificio. Per fortuna nessuno è rimasto ferito. In tutto, in mezza giornata, nell’area di Eshkol si sono abbattuti 24 colpi di mortaio.

Durante la notte sono stati sparati altri missili contro Beersheba, due dei quali intercettati dal sistema di difesa “Iron Dome”, Ofakim e aree a nord di Ashdod e Nitsanim. Un volantino mandato via fax ai giornalisti dalle Brigate al Qassam, ala militare di Hamas, ha rivendicato l’intenso lancio di missili contro Israele di sabato mattina.

L'attacco sulla Striscia di Gaza da parte dell'aviazione israeliana

Quindi è stata la volta dell’esercito israeliano. Che in un blitz durato pochi minuti, ha colpito edifici e persone ritenute responsabili degli attacchi di questi giorni. Secondo un primo, provvisorio, bilancio quattro militanti palestinesi sarebbero stati uccisi.

Nella notte tra venerdì e sabato un comandante di Hamas e due suoi uomini sono stati uccisi in un raid israeliano. Poi, qualche ora dopo, quando ormai sulla Strisca s’era alzato il sole, un quarto militante del movimento islamico è morto dopo essere stato colpito in un raid israeliano presso Jabaliya. Secondo i portavoce di Hamas, sono 17 i palestinesi uccisi e 60 i feriti da giovedì scorso.

Gaza è in subbuglio. Chiede l’aiuto internazionale. «Quanti ne dovranno morire ancora prima che le organizzazioni di governance internazionale condannino Israele?», si sono chiesti i ragazzi via Facebook e Twitter. La sensazione è che Hamas abbia perso il controllo delle ali più estremiste dell’organizzazione. Altrimenti non si spiegherebbe la moratoria di razzi anti-israeliani annunciata dai vertici, ma smentita nemmeno dodici ore dopo. E questo, stando a molti analisti militari, non potrà che costringere lo Stato ebraico a punire Hamas & Co. per far smettere la pioggia di razzi, missili e mortai che piovono dalla Striscia sul suolo israeliano.

© Leonard Berberi

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Hamas lancia i razzi e ad Ashdod torna la paura. Aspettando la “Cupola di ferro”

Chissà se la “Cupola di ferro”, il sistema difensivo antirazzi, servirà a qualcosa. Se riuscirà a fermare, soprattutto, le urla di terrore dei bambini israeliani che si sentono per le vie di Ashdod, come ha fatto notare la giornalista Claire Ben-Ari.

La quinta città più grande dello Stato ebraico è da giorni sotto attacco di Hamas. Dal cielo non piovono gocce d’acqua, ma razzi Qassam che distruggono edifici e mettono in crisi una tranquillità raggiunta a fatica negli ultimi due anni.

Intanto si fanno i conti con il presente. Altri due razzi Qassam, sparati dalla striscia di Gaza, sono caduti la scorsa notte, causando seri danni a un’abitazione. Per fortuna nessuno è rimasto ferito. Un altro giorno di sirene d’allarme impazzite e di genitori ansiosi, di poliziotti smarriti e soldati più determinati che mai a difendere il Paese.

Un pezzo di ferro proveniente dal razzo lanciato da Hamas su Ashdod (foto di Eliad Levy)

La novità, ora, è che i razzi non atterrano soltanto nel deserto del Negev. Percorrono molti più chilometri. Minacciano Tel Aviv. Colano a picco su case, edifici pubblici, centri commerciali affollati come non mai prima del riposo settimanale. E qualche secondo dopo inizia il solito rito a cui gli abitanti di Ashdod e di Ashkelon sono ormai abituati: le forze di sicurezza transennano l’area, le ambulanze medicano i feriti, gli altri abitanti vengono a vedere con gli occhi il pericolo scampato. L’ennesimo pericolo.

Poi ci sono i cronisti. Amati e odiati. A seconda della circostanza. Trattati benissimo quando si tratta di coprire gli eventi contingenti. Ma anche criticati quando – tornata la calma – «non si occupano più di noi, così il mondo finisce per dimenticarsi di questo pezzo di terra sempre sotto minaccia», come raccontano i vertici politici della città da 200mila abitanti.

Dicono gli studenti di una yeshiva, una scuola religiosa ebraica: «Non si può vivere così. Non si può nemmeno studiare. Siamo troppo ansiosi per concentrarci sui libri. A volte non riusciamo nemmeno a sederci, perché non sappiamo quando e dove cadrà il prossimo razzo. Siamo tornati indietro di due anni, quando ci nascondevamo nei rifugi sotterranei».

Per le vie di Ashdod, ha fatto notare l’agenzia cinese Xinhua, sono pochissimi i negozi aperti. Quasi tutti sono incollati davanti alle tv a vedere i servizi dei telegiornali in cui si parla dei razzi lanciati da Hamas.

Il sindaco Yehiel Lasri non nasconde una certa abitudine a queste cose. Appena piovono bombe dal cielo, lui chiude scuole, edifici pubblici e attività commerciali. Se qualche venditore si rifiuta, gli manda la polizia e l’esercito. «Lo facciamo per l’incolumità di tutti», si giustifica. Dietro di lui scorre la vita in stato d’emergenza di questa città a venti chilometri dalla periferia sud di Tel Aviv. Niente in confronto alla potenza dei razzi di Hamas.

© Leonard Berberi

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