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L’ex premier Sharon diventa un’opera d’arte. Ma i suoi fedelissimi non apprezzano

Quello vero tra poco andrà nel ranch dei Sicomori, in mezzo al deserto del Negev. In ospedale non potranno più occupare – solo per lui, per i familiari e per la sicurezza – tre stanze. Quello finto, invece, fa bella mostra in una galleria d’arte di Tel Aviv. Se ne sta sdraiato – sempre quello posticcio – su un letto d’ospedale. Con una flebo a fianco, una coperta leggera e un pigiama azzurrino. Lo sguardo non dice nulla. Il volto è pieno di rughe. Il petto si alza e si abbassa, quasi il manichino respirasse per davvero. E una luce – un faro – gli arriva sparato sulla testa.

Ariel Sharon, il falco poi diventato colomba, è piombato sulla scena israeliana. Ma stavolta per motivi artistici. Perché una sorta di scultura dell’ex primo ministro israeliano sta facendo molto discutere per la violenza dell’immagine. E per le emozioni che sta suscitando nel Paese la visione di un uomo – un ex generale dell’esercito – che ha guidato Israele nei suoi momenti più difficili e che il 4 gennaio 2006 è stato colpito da un ictus che l’ha trascinato in un coma profondo.

Un finto Ariel Sharon nel letto d'ospedale (foto di Oz Meron)

«Non si tratta di arte. Qui ci troviamo di fronte ad un voyerismo nauseante», ha detto Yoel Hasson, parlamentare del partito Kadima, fondato proprio da Sharon (e ora guidato dall’ex premier Tzipi Livni). «Questo non è il modo in cui mi piace ricordare Ariel», aggiunge Raanan Gissin, ex consigliere e confidente di Sharon.

«È un modo per ricordare un politico come Sharon», ha spiegato Noam Braslavsky, autore dell’opera contestata. «In questo modo ho anche dimostrato che la malattia dell’ex premier israeliano è ancora un nervo scoperto». Ma l’opera che senso ha? «Vuole essere un’allegoria del nostro Paese», ha risposto l’artista. «Così come Sharon, anche il nostro Stato è sospeso tra cielo e terra». E perché gli occhi sono aperti? «Perché è la condizione del nostro governo: completamente cieco di fronte alla realtà».

I due figli – stando ai bene informati – non avrebbero detto una sola parola sulla mostra. Stanno organizzando il viaggio – l’ultimo – di loro padre nella grande casa nel Negev. Dove, al momento giusto, potranno seppellirlo vicino alla moglie.

Leonard Berberi

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A Ramat Gan la mostra delle polemiche: Israele come la Germania nazista

Yossi Even Kama (al centro) di fronte a uno dei quattro cilindri che costituiscono la sua tesi di laurea e una mostra molto criticata

C’è Baruch Goldstein sulla banconota da 20 shekel. C’è una festa nazionale che celebra il rabbino Meir Kahane quale padre spirituale d’Israele. E ancora: ci sono leggi che vietano la guida degli autoveicoli durante lo Shabbath e le festività ebraiche. C’è l’ordinanza che impone alle donne di far il bagno nel mar Mediterraneo solo per poche ore alla settimana.

Se non è un incubo, poco ci manca. Per ora, è solo una tesi di laurea diventata una mostra. E una denuncia. Se continua così, nel 2023 Israele sarà identica alla Germania nazista. Di questo ne è convinto l’autore dei quadri, il giovane Yossi Even Kama. E gliene frega poco delle polemiche che ha scatenato. Anzi, forse voleva fare proprio questo: provocare. Altrimenti non si spiegherebbe la stella di Davide che sostituisce la svastica nella bandiera nazionalsocialistica come simbolo costante del suo lavoro intitolato “Fascist State of Judea – 2022”.

Il palazzo del Shenkar College of Engineering and Design di Ramat Gan è diventato un luogo molto affollato in questi giorni. Le tesi di laurea sono finite in una grande mostra. Anche quella di Yossi Even Kama. E tutti vogliono vedere gli «oggetti della vergogna» come hanno scritto in molti sui giornali israeliani.

Il progetto di Yossi è semplice: quattro grandi cilindri, di quelli che si usano per attaccare gli annunci pubblici. Ogni struttura costituisce un anno, dal 2020 al 2023. Nel primo si possono vedere gli annunci dove il governo di Gerusalemme celebra la firma degli accordi di Pace con i palestinesi, l’immediato ritiro dalla Cisgiordania e il controllo congiunto della città Santa.

Ma nel cilindro successivo lo scenario cambia: convinti di aver assistito all’alto tradimento dei valori ebraici e della supremazia jewish, gli ultraortodossi riescono a mobilitare migliaia di israeliani e a portare a termine un colpo di Stato. Il risultato è la creazione della Giudea dove non c’è più nessuna libertà, nessun rispetto per le donne e nessun divertimento. C’è solo il Fascismo.

«Sono rimasto scioccato dal sondaggio dove la maggioranza degl’israeliani credeva che qui da noi ci fosse fin troppa libertà di espressione», spiega Yossi. «Con questi cilindri vorrei dire ai miei connazionali cosa potrebbe in dieci anni – continua l’artista –. Non andrà esattamente così, ma qualcosa di simile sta già accadendo: la legge che impone il giuramenti di fedeltà allo Stato ebraico in caso di acquisto della cittadinanza israeliana, il divieto di commemorare la Nakba, la legge di conversione religiosa. Quando si abbattono i mattoni fondamentali della democrazia, per forza il vuoto che lasciano sarà riempito dal Fascismo».

Israele si è spaccata esattamente a metà. Il portale di riferimento degli ebrei ultraortodossi – Srugim.com – da giorni ospita qualsiasi offesa o diffamazione nei confronti non solo di Yossi, ma anche dell’Istituto Shenkar per avergli fornito lo spazio di espressione. Sullo stesso sito, però, ci sono anche molti altri internauti che esprimono un grande apprezzamento. Ma non per l’opera in sé, quanto per il fatto che loro lo Stato ebraico lo vorrebbero esattamente com’è raffigurato nei grandi cilindri.

Scrive David Sheen su Haaretz, il giornale progressista israeliano, che una cosa è certa: «Se le paure di Yossi racchiuse nei cilindri dovessero concretizzarsi, il primo a morire bruciato sul rogo sarà proprio lui, l’artista».

Leonard Berberi

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