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Dopo gli artisti, anche i professori boicottano Ariel

Il centro universitario della Samaria di Ariel (foto di Meir Fartush)

«Noi, laggiù, non ci andremo mai». Primo, «perché non è territorio israeliano». Secondo, «perché non possiamo fare lezione in luoghi che hanno tutto l’interesse a far fallire il tavolo delle trattative con i palestinesi».

La lettera dei Centocinquanta, come l’hanno chiamata in tanti, sta tutta in poche righe. È stata scritta e firmata da centinaia di docenti israeliani per dire no alle lezioni accademiche al centro universitario della Samaria, nell’insediamento di Ariel. Alcune settimane dopo l’analoga iniziativa di attori e registi israeliani.

«Non prenderemo parte all’attività accademica per nessuna ragione», hanno scritto i firmatari. «Ariel non è sotto amministrazione israeliana e per questo nessuno ci obbliga ad andare lì», continua la lettera. E ancora: «La nostra coscienza e la nostra responsabilità nei confronti del pubblico ci obbligano a stare fermi, soprattutto in questo momento delicato per i colloqui di Pace che, gl’insediamenti, evidentemente vogliono far fallire».

Molto contrariato il professore Rivka Carmi, alla guida della conferenza dei rettori israeliani. «Il boicottaggio delle istituzioni accademiche avrà gravi ripercussioni sulla libertà d’insegnamento», ha replicato ai Centocinquanta. Anche perché, è il ragionamento del docente, «l’attività universitaria non dovrebbe avere nessun legame politico o ideologico».

Leonard Berberi

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Israele, squadra di coloni ingaggia attaccante arabo

Non è la prima volta che dei coloni ingaggiano palestinesi. Da anni le imprese edili arabe costruiscono nei nuovi insediamenti ebraici. I palestinesi lavorano. I coloni pagano. E nessuno ha nulla da reclamare. Solo che non s’era mai vista una partecipazione così attiva di un musulmano in una realtà ebraica.

Ne sa qualcosa Jad Sarsur. È un calciatore, un attaccante per la precisione, e ieri ha deciso di indossare la maglia del “Betar Ariel” (campionato di serie C), la formazione di una città-colonia israeliana (20mila abitanti) nel cuore della Cisgiordania. «Il calcio avvicina le persone in tutto il mondo», ha esordito Sarsur.

Scrive lo “Yedioth Ahronoth” che Jad è un arabo israeliano che adesso farà la spola fra la sua città di Kfar Kassem e l’insediamento nei Territori occupati. Sarsur – che ha già giocato in diverse squadre arabo-israeliane – assicura di essere stato accolto a braccia aperte ad Ariel e di aver indossato con orgoglio la nuova maglia. Maglia che mette in evidenza un candelabro a sette bracci, il simbolo del movimento nazionalista ebraico “Betar”. «L’attaccante è già parte della nostra famiglia», hanno dichiarato i dirigenti del “Betar Ariel”. «Jad parteciperà non solo agli allenamenti e alle partite, ma sarà anche invitato alle feste private».

Il calciatore, poi, ha avuto da ridire anche su cose non calcistiche. Ad esempio sugli attori teatrali israeliani che da settimane rifiutano di esibirsi nel nuovo Palazzo della cultura di Ariel, perché si trova in zone occupate militarmente. «I boicottaggi sono sbagliati e negativi», ha detto il ragazzo. Ma più di qualcuno gli ha consigliato di pensare al pallone e non alla cultura.

Leonard Berberi

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Cisgiordania, dopo la fine della moratoria i coloni tornano a costruire a pieno regime

Si torna a costruire in Cisgiordania (foto Ap)

Tu chiamale se vuoi costruzioni. Intanto loro, i coloni israeliani, non hanno esitato nemmeno un secondo. A moratoria (dieci mesi) scaduta hanno iniziato a posare le prime pietre, ad accendere le ruspe, a far rumoreggiare le cazzuole. E a far tintinnare sempre di più le lancette di un orologio – quello dei colloqui di pace – che ora sembra il timer di un esplosivo.

E comunque. Scrivono i giornalisti di Haaretz, Yedioth Ahronoth, Ma’ariv e Jerusalem Post che in tutta la Cisgiordania è un costruire senza sosta. Chissà, forse perché i coloni stavolta temono – nonostante il silenzio-assenso – che Netanyahu possa imporre un’altra moratoria. Più per far tacere gli Usa che per dare un’accelerata al dialogo con il palestinese Abu Mazen.

Ruspe in azione nei pressi di Ariel (foto Ido Erez)

I più attivi sembrano gli abitanti dell’insediamento di Ariel, uno dei più grandi in tutta la Cisgiordania. Il suono degli attrezzi da lavoro e delle ruspe ha dominato tutta la giornata di lunedì. Dalle otto del mattino il paesaggio s’è trasformato in quello di dieci mesi fa. Polvere spinta dal vento, echi sinistri di bulldozer che scavano grandi buche e uomini al lavoro. Per ora – ad Ariel – hanno solo raddrizzato il terreno. Costruiranno una cinquantina di abitazioni. Quelle che servono per ospitare le decine di famiglie evacuate nel 2005 dall’insediamento Netzarim, nei pressi di Gaza. Per cinque anni hanno vissuto in roulotte o prefabbricati di metallo, di quelli che fanno impazzire di caldo d’estate e di freddo d’inverno.

«È un nostro diritto vivere qui», dice allo Yedioth Ahronoth Itzik Vazan, un ex residente della colonia di Netzarim. «La Linea Verde, il confine del 1967, è una cosa virtuale e politica. E questi colloqui sono solo uno spettacolo che si sta avvicinando al fallimento».

Si costruisce comunque. Si costruisce ovunque. Duemila abitazioni in tutta la West Bank. Non solo ad Ariel. Ma anche a Ravava, Yakir, Kochav a Hashachar, Shavei Shomron, Adam, Oranit, Sha’arei Tikva, Kedumim, Karmei Tzur. Costruzioni legali, soprattutto, perché tutti i progetti hanno avuto l’ok di Gerusalemme prima del congelamento di dieci mesi. Anche se – fa notare il progressista Haaretz«il numero di abitazioni tirate su in Cisgiordania durante questo governo Netanyahu resta ancora lontano dal picco massimo raggiunto ai tempi del primo esecutivo di Yitzhak Rabin». Correva l’anno 1977.

Leonard Berberi

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