attualità

L’esercito, il massacro, la politica e il coma: vita (e foto) di Ariel Sharon

Ariel Sharon, nel 2001, appena diventato primo ministro (foto di Menahem Kahana/Afp/Getty Images)

Ariel Sharon, nel 2001, appena diventato primo ministro (foto di Menahem Kahana/Afp/Getty Images)

Tra le figure più controverse della politica israeliana, Ariel Sharon ha segnato profondamente la storia del Paese. Fu per decenni il volto duro di una politica ostile ai palestinesi per poi, inaspettatamente, cambiare rotta, decidendo il ritiro dalla Striscia di Gaza e fondando un partito di centro. Una parabola che fu bruscamente interrotta dal coma, dal quale non si riprese più.

DA GENERALE A MINISTRO – La storia politica di Sharon inizia quando si guadagna la fama come generale durante la guerra arabo-israeliana del 1973. Fu lui a guidare le forze israeliane lungo il Canale di Suez bloccando parte dell’esercito egiziano e capovolgendo in favore di Israele l’esito del conflitto. Guadagnata la fama, viene eletto quello stesso anno deputato nel Likud, il principale partito di centrodestra del Paese.

Sharon, durante la guerra del 1967, controlla la frontiera con il Sinai egiziano. In quel periodo era il comandante di una divisione che vinse una battaglia strategica per le sorti del conflitto (foto di Yossi Greenberg/Gpo)

Sharon, durante la guerra del 1967, controlla la frontiera con il Sinai egiziano. In quel periodo era il comandante di una divisione che vinse una battaglia strategica per le sorti del conflitto (foto di Yossi Greenberg/Gpo)

SABRA E SHATILA – Ministro dell’Agricoltura prima e della Difesa poi, è il protagonista dell’invasione del Libano del 1982, segnato dal massacro dei campi profughi palestinesi a opera delle milizie cristiane maronite, alle quali le forze isaeliane lasciarono mano libera. Da allora il nome di Sharon è stato sempre legato in particolare alla strage del campo di Sabra e Shatila, nel quale furono uccise centinaia o migliaia di persone, a seconda delle fonti. Per quella strage Sharon fu accusato di crimini di guerra ma il suo principale accusatore, Elie Hobeika, capo delle milizie maronite, fu ucciso in un attentato.

Durante l'offensiva in Libano e con una Beirut sotto il controllo dell'esercito isrealiano, centinaia di palestinesi che vivevano nei campi profughi di Sabra e Shatila vennero massacrati dalle milizie dei falangisti (alleati dello Stato ebraico) il 16 settembre 1982 (foto di Ramzi Haidar / Afp / Getty Images)

Durante l’offensiva in Libano e con una Beirut sotto il controllo dell’esercito isrealiano, centinaia di palestinesi che vivevano nei campi profughi di Sabra e Shatila vennero massacrati dalle milizie dei falangisti (alleati dello Stato ebraico) il 16 settembre 1982 (foto di Ramzi Haidar/Afp/Getty Images)

LA PASSEGGIATA NELLA SPIANATA DELLE MOSCHEE – Nel 2000 Sharon si distinse per un drammatico gesto dimostrativo, che innescò per reazione la seconda Intifada palestinese: il 28 settembre, accompagnato da un migliaio di militanti, entra nella Spianata delle moschee di Gerusalemme, luogo sacro ai musulmani e tradizionalmente controllato dai palestinesi.

Nel settembre del 2000, Sharon - scortato da centinaia di agenti e poliziotti - decide di visitare il Monte del Tempio, conosciuto dai musulmani come Moschea di Al Aqsa. Una scelta che scatenò la collera dei palestinesi e, secondo molti, portò alla Seconda Intifada (Awad Awad/Afp/Getty Images)

Nel settembre del 2000, Sharon – scortato da centinaia di agenti e poliziotti – decide di visitare il Monte del Tempio, conosciuto dai musulmani come Moschea di Al Aqsa. Una scelta che scatenò la collera dei palestinesi e, secondo molti, portò alla Seconda Intifada (Awad Awad/Afp/Getty Images)

LA CAMPAGNA CONTRO GLI ACCORDI DI OSLO – Fece una dura campagna contro gli accordi di Oslo del 1993 (quelli che portarono alla storica foto della stretta di mano tra il leader Olp Yasser Arafat e il premier israeliano Yitzhak Rabin, tra le braccia del presidente Usa Bill Clinton), che prevedevano il ritiro delle forze israeliane da alcune aree della Striscia di Gaza e della Cisgiordania, e affermavano il diritto palestinese all’autogoverno attraverso la creazione dell’Autorità nazionale palestinese.

IL CONFINO DI ARAFAT E LA COSTRUZIONE DEL MURO  Sharon vinse le elezioni nel 2001 e divenne primo ministro. Fu lui a confinare Arafat a Ramallah, città della Cisgiordania dalla quale il leader palestinese non potè più muoversi fino al ricovero a Parigi, dove morì. Sulla stessa morte di Arafat pesano tuttora sospetti di avvelenamento. E fu sempre Sharon a volere la costruzione del muro, una barriera che circondava tutta la Cisgiordania.

Uno dei tanti incontri e dei tanti colloqui di pace tra israeliani e palestinesi: sopra l'appuntamento del 2003 ad Aqaba, in Giordania, tra l'allora presidente Usa George W. Bush (al centro), Ariel Sharon (a sinistra) e il primo ministro palestinese Mahmoud Abbas (Avi Ohayon/Afp/Getty Images)

Uno dei tanti incontri e dei tanti colloqui di pace tra israeliani e palestinesi: sopra l’appuntamento del 2003 ad Aqaba, in Giordania, tra l’allora presidente Usa George W. Bush (al centro), Ariel Sharon (a sinistra) e il primo ministro palestinese Mahmoud Abbas (Avi Ohayon/Afp/Getty Images)

IL RITIRO DA GAZA – Nel 2003 però qualcosa cambiò. Sharon avviò il dialogo con Mahmoud Abbas (più noto col soprannome di Abu Mazen), primo ministro dell’Autorità nazionale palestinese. In seguito annunciò l’intenzione di ritirare i soldati israeliani da Gaza, cosa che fece nel 2005, pur mantenendo il controllo del suo spazio aereo e dello specchio di mare antistante (ragione per la quale i movimenti filo-palestinesi la definiscono una «prigione a cielo aperto»).

E' il 2005: l'allora premier Sharon decide di ritirare i soldati israeliani dalla Striscia di Gaza e spingendo i coloni residenti ad abbandonare la zona. Una decisione che non venne gradita tanto che ci furono molte proteste, come questa a Gush Katif (foto Roberto Schmidt/Afp/Getty Images)

E’ il 2005: l’allora premier Sharon decide di ritirare i soldati israeliani dalla Striscia di Gaza e spingendo i coloni residenti ad abbandonare la zona. Una decisione che non venne gradita tanto che ci furono molte proteste, come questa a Gush Katif (foto Roberto Schmidt/Afp/Getty Images)

LA NASCITA DI KADIMA – Nello stesso anno Sharon lasciò il Likud per fondare un proprio partito moderato di centro, Kadima, in cui confluì anche Shimon Peres. Pochi mesi dopo però fu colpito da una grave emorragia cerebrale e andò in coma. Nel frattempo aveva vinto le elezioni ed era stato nominato nuovamente primo ministro. L’11 aprile 2006, visto il permanere del coma, fu destituito e sostituito da Ehud Olmert. (LaPresse)

Annunci
Standard
attualità

Ariel Sharon e i colloqui di pace: le prime pagine dei giornali israeliani

Ariel Sharon nel suo ranch dei Sicomori nel 1993 (foto Gideon Markowicz / Flash90)

Ariel Sharon nel suo ranch dei Sicomori nel 1993 (foto Gideon Markowicz / Flash90)

Tanti articoli sui migranti, certo, ma a dominare le prime pagine dei giornali israeliani – ancora una volta – è lui: Ariel Sharon. Le condizioni dell’ex premier, in coma da otto anni, sono peggiorate nelle ultime ore. C’è chi pensa che il politico che ha dominato per anni la scena pubblica mediorientale se ne andrà a breve. E chi, come i figli, sperano in un miglioramento.

La prima pagina dello Yedioth Ahronoth

La prima pagina dello Yedioth Ahronoth

«Dire addio ad Arik», titola in apertura lo Yedioth Ahronoth, il più venduto quotidiano israeliano. «Arik» è il soprannome con cui viene chiamato Sharon. «Le condizioni dell’ex premier – continua l’articolo – sono passate da “critiche” a “in fase terminale” e in molti, dai figli agli autisti passando per i consiglieri, sono andati in ospedale per dirgli addio».

Stesso titolo in prima pagina per Israel Hayom, giornale gratuito e anche il più letto dello Stato ebraico. All’interno, quattro pagine speciali. Tra queste spicca l’analisi di Matti Tochfeld, editorialista del free press, che riepiloga un po’ la vita militare e politica di Sharon – tra alti e bassi – dalla guerra dello Yom Kippur al suo arrivo alla guida del governo. Senza dimenticare il ruolo dell’ex premier nel massacro di Sabra e Shatila o lo scandalo corruzione che ha coinvolto uno dei figli, Omri.

jerusalem_postAnche il Jerusalem Post decide di aprire sulle condizioni di salute di Ariel Sharon. «Sta lottando per la vita – racconta il figlio Omri – e noi saremo con lui tutto il tempo necessario». «Reni e polmoni hanno ceduto del tutto – scrive il quotidiano in lingue inglese –, il sangue e il battito cardiaco, dopo essere tornati ai livelli normali lunedì scorso, hanno mostrato valori anomali il giovedì successivo».

In controtendenza Maariv. Il secondo quotidiano più venduto dedica poco spazio a Sharon, in prima pagina, mettendolo comunque nella parte più alta, appena sotto la testata. Il giornale preferisce dare più risalto allo stato dei lavori sui colloqui di pace tra israeliani e palestinesi: qui, una vignetta mostra esplicitamente il segretario di Stato Usa e mediatore tra le due parti, John Kerry, che procede di fatto verso un burrone. A spiegare meglio l’illustrazione c’è un retroscena che illustra le profonde divisioni tra Gerusalemme e Washington. All’interno c’è anche un ampio sondaggio con dati poco incoraggianti: otto israeliani su dieci si dicono pessimisti sull’esito di questo giro di negoziati e il 73 per cento non vuole che l’esercito se ne vada dalla Valle del Giordano.

La prima pagina di Israel Hayom

La prima pagina di Israel Hayom

Si parla di colloqui anche nella prima pagina di Haaretz dove si mette in risalto il «no» del premier Benjamin Netanyahu a inserire lo status di Gerusalemme all’interno dei negoziati. «Sono disposto a far fallire tutto», avrebbe detto il primo ministro ai suoi uomini di partito, «se americani e palestinesi vogliono trattare anche la nostra capitale». Una «chiusura» però, fa notare il quotidiano progressista, «che non c’è stata, sempre su Gerusalemme, durante il faccia a faccia tra Netanyahu e Kerry. Anzi, nell’incontro il premier si sarebbe mostrato più flessibile e possibilista di quanto poi ha detto nella riunione del Likud».

La prima pagina di Haaretz

La prima pagina di Haaretz

Ampio spazio, all’interno di tutti i giornali, è dedicato poi alle richieste dei migranti che chiedono di non finire nei centri di detenzione e di non essere espulsi. Maariv però fa notare che gli scioperi e le manifestazioni di chi è scappato dall’Africa «stanno creando problemi ai commercianti, tanto che molti palestinesi clandestini si sono offerti di rimpiazzare i migranti anche agli esercenti del centralissimo mercato Carmel di Tel Aviv».

Approccio diverso, sul tema, di Haaretz che fa partire in prima pagina un commento di uno dei manifestanti – Mutasim – che racconta anche la storia, dalla fuga in Darfur nel 2009 all’arrivo nello Stato ebraico. «Una delle ragioni per cui ho deciso di venire qui (in Israele, ndr) è perché credo davvero che gli ebrei siano gli unici ad avere idea delle difficoltà che passa un profugo, del resto ci sono passati anche loro quando sono scappati dal genocidio».

La prima pagina di Maariv

La prima pagina di Maariv

Altro argomento delicato, per Israele, è il taglio al budget della Difesa. Secondo Yedioth Ahronoth «c’è un buco nei cieli del nostro Paese»: «i risparmi di fatto obbligano le forze armate ad aspettare prima di mettere a punto i due Iron Dome (gli scudi anti-missile) che, nei piani, si dovevano aggiungere alle altre sei batterie». I due dispositivi  – chiarisce lo Yedioth – sono stati già comprati, in realtà, ma non potranno essere messi a punto e dislocati sul territorio perché i tagli di fatto bloccano tutte le operazioni logistiche. Iron Dome non è un aggeggio qualsiasi: durante l’operazione militare su Gaza “Pilastro della Difesa” (correva il novembre 2012), gli scudi anti-missile hanno intercettato circa l’80 per cento dei razzi sparati dagli esponenti di Hamas sul suolo israeliano.

© Leonard Berberi

CORREZIONE: Nella prima versione di questo articolo, parlando della prima pagina del Jerusalem Post, ho scritto: «Reni e fegato hanno ceduto del tutto». In realtà la versione corretta è «reni e polmoni hanno ceduto del tutto»

Standard
politica

Elezioni in Israele / Da Lapid a Netanyahu, le pagelle dei protagonisti

Vincitori e vinti. Eccoli. Mentre in queste ore il premier uscente Benjamin Netanyahu cerca di attirare a sé Yair Lapid. E mentre un Paese si chiede ancora cosa sia successo, martedì 22 gennaio, in questo pezzo di terra che tutti davano drammaticamente schierato alla destra della destra. E che, invece, s’è scoperto uno Stato più moderato. Forse più razionale di quanto si sia scritto e detto, filmato e dipinto in queste settimane. I voti, allora.

Voto 10 – Al popolo israeliano. Andato a votare in massa, nonostante i sondaggi – tutti, nessuno escluso – davano per stravincente la destra e l’estrema destra. «Oggi si celebra la democrazia», ha detto il presidente Simon Peres di prima mattina, mentre inseriva nell’urna il suo voto. Un messaggio che la popolazione ha recepito. E messo in pratica

Voto 9 – A Yair Lapid (foto sotto), 49 anni, ex conduttore di tg. Perché in pochi mesi ha tirato su un partito moderato. Con le idee chiare su alcune cose (un po’ confuse su altre). E con l’obiettivo, dichiarato, di scardinare il sistema. Cosa che ha confermato nel discorso di ringraziamento martedì notte. Discorso che, va detto, si merita un 8,5 per il parallelo con la carriera (politica) del padre. E per quel continuo ripetere «Io non dimenticherò il peso sulle spalle che questo voto mi ha dato». Parole vere o semplice demagogia. Lo vedremo nei prossimi mesi

Yair Lapid

Yair Lapid

Voto 8 – Ai cronisti israeliani. Perché già alle 5 del pomeriggio, cinque ore prima della chiusura dei seggi, avevano capito e intuito che ci sarebbe stata una grande sorpresa. Aiutati, bisogna dirlo, dallo staff di Yesh Atid (voto 7,5) che per prima ha detto «Siamo il secondo partito». Non solo. Giornalisti di radio e tv, siti web e giornali hanno coperto l’evento in tutti i modi possibili: dai taccuini alle videocassette, dagli smartphone ai social network

Voto 7,5 – A Naftali Bennett (foto sotto). Il leader – religioso e milionario – di Jewish Home / National Union s’è scrollato di dosso l’aria del ricco che non ha nulla da perdere. Ha mobilitato migliaia di persone. Soprattutto, è stato chiaro si una cosa: «niente processo di Pace con i palestinesi. Comunque la si pensi – e qui, in questo blog, si preferisce la sana convivenza tra popoli – un segno di chiarezza su un argomento lasciato per troppi anni alle ambiguità e agli interessi di brevissimo termine

Naftali Bennett, leader di "Jewish Home Party" (foto Flash 90)

Naftali Bennett, leader di “Jewish Home Party” (foto Flash 90)

Voto 7 – A Shelly Yechimovich. Passata indenne tra le sabbie mobili delle primarie del partito laburista, ha portato la formazione ad aumentare i seggi alla Knesset. Più forte di tutti, la Yechimovich. Anche di quei suoi compagni di partito che negli ultimi mesi hanno passato più tempo a cercare di destabilizzarla che a darle una mano in campagna elettorale

Voto 6 – A United Torah Judaism e Shas. Le due formazioni ultraortodosse da tre appuntamenti elettorali di fatto non perdono seggi. Nonostante l’altissima concorrenza, soprattutto quest’anno, di formazioni che hanno pescato nel settore ultrareligioso. Se UTJ aveva conquistati 6 seggi nel 2006 e 5 nel 2009, il 22 gennaio ne ha guadagnati 7. Destino simile anche per Shas: 12 parlamentari nel 2006, 11 quattro anni fa e anche oggi

Haredim - pashkevilim

Voto 5 – A Tzipi Livni. Non ha ancora ritrovato sé stessa. Quella grinta che tutti hanno visto, che l’ex premier Ariel Sharon aveva apprezzato e valorizzato, che le donne hanno sostenuto. Non solo per affinità di genere. Ma anche perché, pochi anni fa e per la seconda volta, una donna poteva davvero aspirare a (ri)fare la storia d’Israele. Esattamente come un’altra grande donna: Golda Meir. E invece, la Livni s’è persa. Prima nelle primarie di Kadima (voto 2, come i seggi che è riuscita ad agguantare per pochi centinaia di voti), sconfitta da Shaul Mofaz. Poi in queste elezioni, con i soli 6 seggi presi con il movimento Hatnuah. Messi insieme – Kadima e Hatnuah – racimolano 8 seggi. In tre anni ne hanno persi 20

livni_netanyahu

Voto 4 – Al nuovo volto della Knesset. Spaccata a metà. Sessanta seggi ai partiti religiosi e di destra. Sessanta seggi a quelli di centro, sinistra e arabi. Una situazione complicata. E delicata. Che può portare a lunghe consultazioni, a trattative al ribasso e degradanti pur di arrivare a formare un governo

Voto 3 – Alle formazioni arabo-israeliane. Incapaci di fare «sistema». Di mettersi insieme in un unico listone. Di creare reti e connessioni con le formazioni di centro e sinistra. Segno di poca lungimiranza politica e sociale. Ma anche simbolo di una fascia della popolazione israeliana – il 20% circa del totale – frammentata, dilaniata, con interessi e scopi diversi. Eppure, insieme, i tre partiti contano 11 seggi

Voto 2 – Agli istituti di sondaggio. Hanno azzeccato il primo partito. Cosa che, va detto, non era molto difficile. Hanno sbagliato – molto – sul resto. Soprattutto, hanno quasi dimezzato i seggi poi vinti da Yesh Atid. Segno che nemmeno loro, gli esperti, hanno colto il grande cambiamento nella mentalità di centinaia di migliaia di elettori

Benjamin Netanyahu (seduto) e, dietro, Avigdor Lieberman, numero uno di Israel Beitenu

Benjamin Netanyahu (seduto) e, dietro, Avigdor Lieberman, numero uno di Israel Beitenu

Voto 1 – A Benjamin Netanyahu e ai suoi consiglieri più stretti. Non solo per come hanno gestito la «campagna di Gaza», tanto che la popolazione continua a chiedersi a cosa sia servita. Ma anche perché non sono stati in grado di intercettare il malcontento della popolazione per l’andamento economico del Paese, per lo stallo dei negoziati, per la mancanza di entusiasmo e riforme incisive. Per non parlare del ticket con gli estremisti di Israel Beitenu di Avigdor Lieberman (voto 1 anche per loro): doveva strizzare l’occhio agli ultraortodossi. Ha finito con lo spaventare gli elettori di sinistra astenuti e a portarli alle urne

© Leonard Berberi

Standard
attualità, cultura

Esce la biografia “controversa” di Ariel Sharon

Non è ancora uscito in libreria, è stato visionato solo da un paio di giornalisti, ma fa già discutere. Tanto che qualcuno ha iniziato a mettere in dubbio gli anni al comando dell’esercito e del Paese. La biografia di Ariel Scheinermann (più famoso con il cognome successivo, Sharon), l’ex premier israeliano in coma da gennaio 2006, uscirà nelle librerie dello Stato ebraico tra qualche giorno. Ma al suo interno ci sono notizie che rischiano di mettere in difficoltà anche i massimi dirigenti palestinesi.

Il libro (“Sharon – La vita di un leader”), iniziato da Ariel quand’era ancora in forze, è stato ultimato dal figlio Gilad «dopo aver affondato le mani in scatoloni di cartone pieni di appunti» del padre. Ci sono anche interviste a dirigenti politici – come l’ex presidente Usa George W. Bush e l’ex premier britannico Tony Blair – che cercano di contestualizzare meglio ogni momento storico.

Ed è proprio la contestualizzazione a creare imbarazzi. Il principale quotidiano del Paese, lo Yedioth Ahronoth, è stato l’unico a visionare la biografia in anteprima. E ha scritto che ci sono alcune «sorprese». Come un documento – o meglio: uno stenogramma – relativo a un incontro segreto (verso gli inizi del Duemila) fra Simon Peres, allora ministro degli esteri (ora presidente del Paese), e Abu Mazen, il leader palestinese in corsa per il ruolo di primo ministro e stretto collaboratore di Yasser Arafat, presidente dell’Anp.

Ecco, c’è scritto nel documento, che «se si sapesse di questo incontro, sarei un uomo morto»: sono le parole dette da Abu Mazen a Peres. E ancora: Abu Mazen avrebbe anche aggiunto che «Arafat non è una persona realistica». Gilad Sharon scrive che Peres aveva parlato con il leader palestinese di un vero e proprio piano per estromettere politicamente Arafat. Aggiunge anche che il padre ne era stato informato.

Il libro ripercorre anche le polemiche dell’estate del 2005. Quando Sharon decise di sgomberare gli insediamenti ebraici dalla Striscia di Gaza. Gilad racconta di essere stato lui stesso – già nell’ottobre del 2003 –, a consigliare al padre di mettere al sicuro i circa ottomila coloni che vivevano nell’area «perché nella Striscia non avrebbero avuto nessun futuro circondati com’erano da un milione e mezzo di palestinesi ostili».

C’è spazio anche per il massacro dei libanesi nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila. Correva l’anno 1982 e in piena guerra del Libano, Ariel Sharon si sarebbe opposto alla costituzione della Commissione ufficiale di inchiesta sulle stragi. Lo stesso organismo che poi, alla fine, chiese e ottenne la sua rimozione dalla guida del ministero della Difesa per aver fatto entrare nei campi i falangisti e «per non aver previsto e impedito le stragi».

Dall’entourage di Abu Mazen hanno smentito le anticipazioni sul libro di Gilad Sharon. Ma da Gaza qualcuno ha iniziato a far notare che in quegli anni i rapporti tra l’attuale presidente dell’Anp e Gerusalemme erano fin troppo cordiali. Intanto sulla stampa israeliana sono comparse anche i primi commenti. «Se la versione di Gilad Sharon è vera, costituisce una macchia nella biografia di Sharon», è stato scritto in un editoriale pubblicato sul free press nazionalista “Israel ha-Yom” (Israele Oggi). «Viene fuori l’immagine di un premier populista flaccido, non di uno statista alla Ben Gurion, come invece amava presentarsi». Il diretto interessato non può ovviamente rispondere. Bloccato com’è da un letto d’ospedale e dai tubi che lo tengono in vita per non si sa ancora quanto.

Leonard Berberi

[Nella foto in alto, Ariel Sharon nel 1982 durante il conflitto con il Libano; più in basso la copertina del libro e il figlio Gilad, autore dell’ultima parte della biografia]

Standard
attualità

Il figlio di Sharon contro i palestinesi: “Sono delle bestie feroci pronte a uccidere”

Gilad Sharon

Nemmeno suo papà, noto “falco” della politica nazionale, si era spinto a tanto. Non in pubblico, almeno. Gilad Sharon, il figlio di Ariel, l’ex primo ministro in coma da anni, ecco Gilad ha scritto un commento sul massacro di Itamar apparso su “Yedioth Ahronoth” e che molti hanno considerato a dir poco razzista. E che ha messo in imbarazzo Kadima, il partito guidato da Tzipi Livni e del quale Gilad Sharon è entrato a far parte. A farlo notare per primo è stato Noam Sheizaf, un noto blogger israeliano che da anni si occupa della politica del Paese.

«Non dimentichiamo con chi abbiamo a che fare», scrive Gilad nel commento. «Puoi prendere la bestia feroce palestinese e mettergli una maschera, sotto forma di qualche portavoce dall’ottimo inglese. Puoi anche fargli indossare un abito a tre pezzi e una cravatta di seta. Ma ogni volta che ci sarà la luna nuova – o quanto lo sterco di una cornacchia cadrà su uno sciacallo ululante o quando il pane azzimo non verrà bene – la bestia feroce sente che questa è la sua notte e, guidata dal vecchio istinto, inizierà a cacciare la sua preda».

Il commento del figlio di Ariel Sharon apparso sulle colonne dello "Yedioth Ahronoth"

E ancora. «Loro (i palestinesi, nda) guardano a noi. Siamo tutto quello che loro non sono mai stati e che non saranno mai. Noi abbiamo una storia e una cultura millenarie, abbiamo una società che funziona e cresce, mentre loro sono solo il derivato del nostro sionismo. Più abbiamo successo e progrediamo, più il loro odio aumenta».

Frasi pesanti. Che hanno creato qualche malumore in un partito moderato come quello della Livni. Un partito che – come dice il nome – vuole andare avanti e non restare indietro. È anche per questo che molti esponenti di Kadima non solo non hanno gradito il commento, ma hanno chiesto al figlio di Ariel Sharon di andarsene dal partito.

© Leonard Berberi

Standard
attualità, cultura

L’ex premier Sharon diventa un’opera d’arte. Ma i suoi fedelissimi non apprezzano

Quello vero tra poco andrà nel ranch dei Sicomori, in mezzo al deserto del Negev. In ospedale non potranno più occupare – solo per lui, per i familiari e per la sicurezza – tre stanze. Quello finto, invece, fa bella mostra in una galleria d’arte di Tel Aviv. Se ne sta sdraiato – sempre quello posticcio – su un letto d’ospedale. Con una flebo a fianco, una coperta leggera e un pigiama azzurrino. Lo sguardo non dice nulla. Il volto è pieno di rughe. Il petto si alza e si abbassa, quasi il manichino respirasse per davvero. E una luce – un faro – gli arriva sparato sulla testa.

Ariel Sharon, il falco poi diventato colomba, è piombato sulla scena israeliana. Ma stavolta per motivi artistici. Perché una sorta di scultura dell’ex primo ministro israeliano sta facendo molto discutere per la violenza dell’immagine. E per le emozioni che sta suscitando nel Paese la visione di un uomo – un ex generale dell’esercito – che ha guidato Israele nei suoi momenti più difficili e che il 4 gennaio 2006 è stato colpito da un ictus che l’ha trascinato in un coma profondo.

Un finto Ariel Sharon nel letto d'ospedale (foto di Oz Meron)

«Non si tratta di arte. Qui ci troviamo di fronte ad un voyerismo nauseante», ha detto Yoel Hasson, parlamentare del partito Kadima, fondato proprio da Sharon (e ora guidato dall’ex premier Tzipi Livni). «Questo non è il modo in cui mi piace ricordare Ariel», aggiunge Raanan Gissin, ex consigliere e confidente di Sharon.

«È un modo per ricordare un politico come Sharon», ha spiegato Noam Braslavsky, autore dell’opera contestata. «In questo modo ho anche dimostrato che la malattia dell’ex premier israeliano è ancora un nervo scoperto». Ma l’opera che senso ha? «Vuole essere un’allegoria del nostro Paese», ha risposto l’artista. «Così come Sharon, anche il nostro Stato è sospeso tra cielo e terra». E perché gli occhi sono aperti? «Perché è la condizione del nostro governo: completamente cieco di fronte alla realtà».

I due figli – stando ai bene informati – non avrebbero detto una sola parola sulla mostra. Stanno organizzando il viaggio – l’ultimo – di loro padre nella grande casa nel Negev. Dove, al momento giusto, potranno seppellirlo vicino alla moglie.

Leonard Berberi

Standard
attualità, politica

Israele, i sondaggi premiano il partito dell’ex premier Livni

I risultati delle elezioni del 10 febbraio 2009 proiettati sui grattacieli del complesso Azrieli di Tel Aviv (foto di Amir Cohen / Reuters)

Nomen omen. Kadima (avanti, in ebraico) il partito dell’ex premier Tzipi Livni, rafforza il suo primato nello Stato ebraico. Almeno a leggere gli ultimi sondaggi che, in sintesi, dicono che la formazione di centro fondata da Ariel Sharon continua ad essere – virtualmente – la più votata. Anche se non quanto servirebbe per formare un nuovo governo. Perché, in parallelo, è aumentato il peso dei partiti nazionalisti e confessionali.

Secondo l’ultimo rilevamento, se si votasse oggi Kadima conquisterebbe 34-36 seggi dei 120 della Knesset, il parlamento israeliano. Il Likud, il partito del premier Benjamin Netanyahu non supererebbe i 27 deputati. E dovrebbe fare i conti – in prospettiva futura – con il crollo dei laburisti di Ehud Barak (ministro della Difesa in un governo di destra): dagli attuali tredici seggi, la formazione di centro-sinistra dovrebbe precipitare a sei.

Stabili i partiti di destra del governo Netanyahu. Che, per effetto dell’indebolimento del Labour, avrebbero un peso maggiore negli equilibri dell’esecutivo. Israel Beitenu (destra radicale), il partito del ministro degli Esteri Avigdor Lieberman, manterrebbe i suoi 14 seggi, così come lo Shas (religioso-ultraortodosso) conserverebbe i suoi 11 deputati. Se si votasse oggi, la coalizione governativa Labour-Likud-Israel Beitenu-Shas non otterrebbe la maggioranza dei seggi richiesti per costituire un esecutivo.

Risultati, questi, che hanno ringalluzzito i vertici di Kadima. A partire da Tzipi Livni. La leader, rimasta in silenzio (mediatico) per molte settimane, ha deciso di tornare in tv con una lunga intervista che sarà trasmessa dall’emittente privata Canale 2. Anche se, per ora, il governo Netanyahu resta saldo al potere.

Leonard Berberi

Leggi anche: In Israele un voto di “guerra” (La Sestina)

Standard