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Addio a Yonah e Mietak, protagonisti (buoni) dell’Olocausto

Se ne sono andati entrambi nel giro di dieci giorni. Non uomini qualunque. Ma persone che hanno scritto – ciascuno – pagine di storia. D’Israele. E del mondo. Loro sono Yonah Elian e Mietak Pemper. Ottantotto anni il primo, novantuno il secondo. Divisi dalla geografia, dai percorsi di vita, dal contesto sociale. Ma uniti da un’unica vicenda: l’Olocausto. (continua QUI)

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Anche il Cile riconosce lo Stato palestinese. Ora Israele teme l’effetto domino

L’effetto domino sembra dietro l’angolo. E a nulla sono servite le frasi che minimizzavano gli eventi. Ora, ammettono gli stessi diplomatici, la questione si fa seria. E rischia di mettere nell’angolino lo Stato ebraico.

Succede che dopo Brasile e Argentina, Uruguay, Ecuador e Bolivia, un altro Paese – il Cile – ha riconosciuto formalmente lo Stato della Palestina come entità «libera, indipendente e sovrana». A dirlo a tutto il mondo è stato il presidente in persona, Sebastian Pinera (centro-destra).

«Malgrado l’ostentata minimizzazione di quello che è successo nelle ultime ore – scrive il quotidiano Yedioth Ahronoth –, l’amministrazione israeliana è seriamente preoccupata per la piega che può prendere questo continuo riconoscimento dell’Anp».

Riconoscimenti, questi, che secondo un portavoce ministeriale, «sono inutili e privi di senso». La realtà è che solo il negoziato bilaterale con Israele potrà condurre a un eventuale accordo di pace tale da modificare la situazione reale.

Ma il timore di un «effetto domino di riconoscimenti anticipati dello Stato palestinese» esiste e rischia di accentuare la pressione diplomatica su Israele dopo lo stallo dei colloqui diretti con l’Anp promossi nei mesi scorsi da Barack Obama.

L’adesione del Cile – guidato da un’amministrazione moderata e filo-americana – viene ritenuta in particolare una svolta in grado di trascinare anche altri Paesi fuori dall’orbita «sinistrorsa», come ad esempio il Messico. E pensare che poche settimane fa, di ritorno dall’America Latina, il ministro degli Esteri Lieberman aveva detto che «tutto il Sudamerica è con Israele».

Leonard Berberi

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politica

Fenomenologia di Avigdor Lieberman / Part 2

Quello che preoccupa di più di Lieberman è il suo ruolo nel Paese e nel mondo. «Molti esperti sono preoccupati per la sua gestione degli Esteri», continua Eldar. «Il capo di “Israel Beitenu” non ha mai partecipato a un incontro con la controparte palestinese per risolvere la questione decennale tra i due popoli. Una cosa che hanno sempre fatto tutti i precedenti di Lieberman da un quarto di secolo a questa parte».

Certo, qualche missione Lieberman l’ha pure fatta. Negli ultimi mesi è stato spesso in America Latina. Ha incontrato i massimi rappresentanti di Brasile e Argentina. Da questi paesi, con una voce trionfante, ha sempre dichiarato che «L’America del Sud è con lo Stato ebraico d’Israele».

Solo che, sarà pure un caso, ma qualche settimana fa proprio Brasile e Argentina sono stati i primi paesi sudamericani a riconoscere l’esistenza di uno Stato palestinese con i confini – che Israele nega – del 1967. Dopo di loro, è stato il turno di Bolivia ed Ecuador. Mentre venerdì e sabato, a cavallo tra il 2010 e il 2011, il presidente palestinese Abu Mazen poserà la prima pietra della prima ambasciata dell’Anp in Brasile.

«Lieberman dovrà andare fino alle Isole Fiji per trovare qualcuno d’accordo, tra le altre cose, con il suo piano di organizzazione dei confini israelo-palestinese», ha scritto ancora il commentatore di Haaretz.

Un’altra questione scottante è quella della rappresentanza israeliana alle Nazioni Unite. Dall’estate scorsa lo Stato ebraico è senza un vero e proprio ambasciatore. Lieberman e Netanyahu non riescono a mettersi d’accordo sulla nomina. Il primo vorrebbe mandare uno dei suoi, così da preservare la linea della fermezza in ambito internazionale. Il secondo, invece, vorrebbe nominare un personaggio di spicco della diplomazia mondiale e, possibilmente, lungimirante. Da allora, a New York, c’è un diplomatico pro tempore che, scrive Haaretz, «non ha le competenze per svolgere alla perfezione quel lavoro».

E lui, Lieberman, come si giustifica? Il ministro non lo fa. Anzi, fa orecchie da mercante di fronte alle critiche che gli arrivano da destra e da sinistra (e anche dal suo stesso partito). Ma ci tiene a ricordare ai commentatori (e all’elettorato) che da quando c’è lui a occupare il posto di ministro degli Esteri, «il sistema delle relazioni con il mondo è cambiato». «Abbiamo nuovi e più affidabili alleati», ha sempre detto Lieberman, «paesi come la Russia e l’India, continenti come l’Africa e regioni come l’Europa dell’Est. Paesi che non ci volteranno le spalle, come hanno fatto alcuni nostri alleati storici». (seconda e ultima parte; la puntata precedente la trovate nel post del 29 dicembre 2010)

Leonard Berberi

Leggi la puntata precedente: Fenomenologia di Avigdor Lieberman / Part 1

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Faccia a faccia con Ricardo Eichmann, il figlio del gerarca nazista

Adolf Eichmann, durante quello che è stato definito il "Processo del Secolo"

Le colpe dei padri non devono ricadere sui figli. Ma ci sono certi figli, il cui semplice cognome, li proietta dritti nelle colpe dei padri. E se già non è facile avere un cognome scomodo, perché è uno di quelli che rimanda subito all’orrore dei tempi recenti, figurarsi se uno dei fautori di quell’orrore è anche tuo papà.

Il figlio in questione si chiama Ricardo. Oggi ha 55 anni e lavora a Berlino, all’Istituto archeologico tedesco. Il papà si chiama Adolf. Come il leader che adorava e di cui era succube (pare). Ma di cognome fa Eichmann.

Ed è, forse, più famoso del leader indiscusso del Nazifascismo. Perché è riuscito a fuggire in Argentina. Perché l’hanno beccato nottetempo gl’israeliani. E perché, dopo un processo pubblico e mediatico nel cuore d’Israele, è stato condannato a morte.

Da allora sono passati cinquant’anni. Eichmann – l’incarnazione della «banalità del Male» secondo la Arendt – risulta essere l’unico civile condannato a morte nel suolo israeliano.

Ricardo Eichmann non ama farsi intervistare. Le sue ultime parole risalgono ad un colloquio del 1995. Da quel momento il silenzio. Lo Yedioth Ahronoth, un giornale israeliano, dopo molti tentativi è riuscito ad avere un appuntamento. E ne ha redatto un lungo articolo che – a molti – è suonata anche come un tentativo di riconciliazione tra mondo ebraico e quel figlio rimasto orfano senza averne colpa. Anche perché quel pezzo è stato scritto da Dor Glick, cronista i cui nonni sono stati cacciati dall’Ungheria proprio in applicazione del piano di annientamento di Adolf Eichmann.

Ricardo Eichmann, il figlio del gerarca nazista esperto di "Affari ebraici"

Ogni mattina – scrive lo Yedioth – Ricardo va all’Istituto dove lavora e segue i lavori del dipartimento sull’Oriente, di cui è anche direttore. Viaggia molto, ma si tiene alla larga dai convegni che hanno come oggetto il periodo della Seconda Guerra Mondiale. Ma è anche un uomo sorprendente. Che non ha esitato a stringere la mano di Zvi Aharoni, uno degli agenti del Mossad che hanno seguito, arrestato e portato in Israele suo papà.

Non sono molti i ricordi di Ricardo. Del resto aveva solo cinque anni quando il papà gli fu portato via. Le poche istantanee le ha raccontate al settimanale tedesco “Die Zeit”: «Mi ricordo solo il viaggio in un bus dei trasporti pubblici di Buenos Aires e un uomo seduto di fianco a me, di nome Adolf, che mi dava della cioccolata», ha detto in quell’occasione l’archeologo.

Fino a quando, all’improvviso, il padre era scomparso. «Non solo come presenza fisica – dice Ricardo allo Yedioth –, ma anche l’idea stessa».

Leonard Berberi

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La Storia riveduta. E corretta

Il gerarca nazista Adolf Eichman alla sbarra in Israele

Ad un certo punto, in tutti i libri di storia, c’è un vuoto. Non si sa nulla di Eichman. E, soprattutto, del processo del secolo. Quello che ha avuto luogo in Israele. Quello che ha portato il gerarca nazista protagonista dello sterminio degli ebrei, scovato in Argentina, all’impiccagione negli anni ’60. Quello che, agli occhi del mondo, apparve come un timido risarcimento per le vittime dell’Olocausto. “Banalità del male”, sintetizzò Hanna Arendt.

Ora, dopo mezzo secolo, qualcosa è cambiato. Dal prossimo anno scolastico, la storia di Eichman approderà nei libri di testo delle scuole superiori israeliane. La decisione, scrive il quotidiano Haaretz, è stata presa dal ministero dell’Istruzione sulla base del parere di un comitato di esperti guidato dalla storica Hanna Yablonka, dell’Università Ben Gurion.

Il caso Eichmann non è solo un nazista processato in Israele. E’, soprattutto, un punto di svolta nella formazione della identità d’Israele e nel suo rapporto con la memoria della Shoah. E una lunga storia di discussioni laceranti, anche dentro al mondo ebraico.

Ma ora, ha stabilito il ministero, è venuto il momento di dedicare almeno un capitolo dei testi scolastici di storia a quell’evento drammatico e cruciale. Il problema è il taglio che si vorrà dare. Un processo che, anche se concluso, continua a far discutere. Perchè fu allestito non per ragioni legali, ma simboliche (per unire gli israeliani nel lutto e per favorire l’integrazione non facile dei superstiti).

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