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Un giorno a Gerusalemme

Un giorno a Gerusalemme. Da Ovest a Est. E viceversa. Il fotografo Spencer Platt è andato in giro per conto dell’agenzia Getty Images lungo le vie della Città Santa domenica 30 novembre 2014. Ha immortalato la vita nei quartieri dove vivono gli ebrei ultraortodossi, ha fatto un salto nella parte vecchia, poi si è soffermato in quella a maggioranza araba. Ecco il fotoreportage. (l.b.)

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politica

Elezioni in Israele / Da Lapid a Netanyahu, le pagelle dei protagonisti

Vincitori e vinti. Eccoli. Mentre in queste ore il premier uscente Benjamin Netanyahu cerca di attirare a sé Yair Lapid. E mentre un Paese si chiede ancora cosa sia successo, martedì 22 gennaio, in questo pezzo di terra che tutti davano drammaticamente schierato alla destra della destra. E che, invece, s’è scoperto uno Stato più moderato. Forse più razionale di quanto si sia scritto e detto, filmato e dipinto in queste settimane. I voti, allora.

Voto 10 – Al popolo israeliano. Andato a votare in massa, nonostante i sondaggi – tutti, nessuno escluso – davano per stravincente la destra e l’estrema destra. «Oggi si celebra la democrazia», ha detto il presidente Simon Peres di prima mattina, mentre inseriva nell’urna il suo voto. Un messaggio che la popolazione ha recepito. E messo in pratica

Voto 9 – A Yair Lapid (foto sotto), 49 anni, ex conduttore di tg. Perché in pochi mesi ha tirato su un partito moderato. Con le idee chiare su alcune cose (un po’ confuse su altre). E con l’obiettivo, dichiarato, di scardinare il sistema. Cosa che ha confermato nel discorso di ringraziamento martedì notte. Discorso che, va detto, si merita un 8,5 per il parallelo con la carriera (politica) del padre. E per quel continuo ripetere «Io non dimenticherò il peso sulle spalle che questo voto mi ha dato». Parole vere o semplice demagogia. Lo vedremo nei prossimi mesi

Yair Lapid

Yair Lapid

Voto 8 – Ai cronisti israeliani. Perché già alle 5 del pomeriggio, cinque ore prima della chiusura dei seggi, avevano capito e intuito che ci sarebbe stata una grande sorpresa. Aiutati, bisogna dirlo, dallo staff di Yesh Atid (voto 7,5) che per prima ha detto «Siamo il secondo partito». Non solo. Giornalisti di radio e tv, siti web e giornali hanno coperto l’evento in tutti i modi possibili: dai taccuini alle videocassette, dagli smartphone ai social network

Voto 7,5 – A Naftali Bennett (foto sotto). Il leader – religioso e milionario – di Jewish Home / National Union s’è scrollato di dosso l’aria del ricco che non ha nulla da perdere. Ha mobilitato migliaia di persone. Soprattutto, è stato chiaro si una cosa: «niente processo di Pace con i palestinesi. Comunque la si pensi – e qui, in questo blog, si preferisce la sana convivenza tra popoli – un segno di chiarezza su un argomento lasciato per troppi anni alle ambiguità e agli interessi di brevissimo termine

Naftali Bennett, leader di "Jewish Home Party" (foto Flash 90)

Naftali Bennett, leader di “Jewish Home Party” (foto Flash 90)

Voto 7 – A Shelly Yechimovich. Passata indenne tra le sabbie mobili delle primarie del partito laburista, ha portato la formazione ad aumentare i seggi alla Knesset. Più forte di tutti, la Yechimovich. Anche di quei suoi compagni di partito che negli ultimi mesi hanno passato più tempo a cercare di destabilizzarla che a darle una mano in campagna elettorale

Voto 6 – A United Torah Judaism e Shas. Le due formazioni ultraortodosse da tre appuntamenti elettorali di fatto non perdono seggi. Nonostante l’altissima concorrenza, soprattutto quest’anno, di formazioni che hanno pescato nel settore ultrareligioso. Se UTJ aveva conquistati 6 seggi nel 2006 e 5 nel 2009, il 22 gennaio ne ha guadagnati 7. Destino simile anche per Shas: 12 parlamentari nel 2006, 11 quattro anni fa e anche oggi

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Voto 5 – A Tzipi Livni. Non ha ancora ritrovato sé stessa. Quella grinta che tutti hanno visto, che l’ex premier Ariel Sharon aveva apprezzato e valorizzato, che le donne hanno sostenuto. Non solo per affinità di genere. Ma anche perché, pochi anni fa e per la seconda volta, una donna poteva davvero aspirare a (ri)fare la storia d’Israele. Esattamente come un’altra grande donna: Golda Meir. E invece, la Livni s’è persa. Prima nelle primarie di Kadima (voto 2, come i seggi che è riuscita ad agguantare per pochi centinaia di voti), sconfitta da Shaul Mofaz. Poi in queste elezioni, con i soli 6 seggi presi con il movimento Hatnuah. Messi insieme – Kadima e Hatnuah – racimolano 8 seggi. In tre anni ne hanno persi 20

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Voto 4 – Al nuovo volto della Knesset. Spaccata a metà. Sessanta seggi ai partiti religiosi e di destra. Sessanta seggi a quelli di centro, sinistra e arabi. Una situazione complicata. E delicata. Che può portare a lunghe consultazioni, a trattative al ribasso e degradanti pur di arrivare a formare un governo

Voto 3 – Alle formazioni arabo-israeliane. Incapaci di fare «sistema». Di mettersi insieme in un unico listone. Di creare reti e connessioni con le formazioni di centro e sinistra. Segno di poca lungimiranza politica e sociale. Ma anche simbolo di una fascia della popolazione israeliana – il 20% circa del totale – frammentata, dilaniata, con interessi e scopi diversi. Eppure, insieme, i tre partiti contano 11 seggi

Voto 2 – Agli istituti di sondaggio. Hanno azzeccato il primo partito. Cosa che, va detto, non era molto difficile. Hanno sbagliato – molto – sul resto. Soprattutto, hanno quasi dimezzato i seggi poi vinti da Yesh Atid. Segno che nemmeno loro, gli esperti, hanno colto il grande cambiamento nella mentalità di centinaia di migliaia di elettori

Benjamin Netanyahu (seduto) e, dietro, Avigdor Lieberman, numero uno di Israel Beitenu

Benjamin Netanyahu (seduto) e, dietro, Avigdor Lieberman, numero uno di Israel Beitenu

Voto 1 – A Benjamin Netanyahu e ai suoi consiglieri più stretti. Non solo per come hanno gestito la «campagna di Gaza», tanto che la popolazione continua a chiedersi a cosa sia servita. Ma anche perché non sono stati in grado di intercettare il malcontento della popolazione per l’andamento economico del Paese, per lo stallo dei negoziati, per la mancanza di entusiasmo e riforme incisive. Per non parlare del ticket con gli estremisti di Israel Beitenu di Avigdor Lieberman (voto 1 anche per loro): doveva strizzare l’occhio agli ultraortodossi. Ha finito con lo spaventare gli elettori di sinistra astenuti e a portarli alle urne

© Leonard Berberi

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attualità, politica

“La legislatura più razzista di sempre”

Avigdor Lieberman, ministro e leader del partito di destra Israel Beitenu, è uno dei politici più discussi perché sempre al centro di proposte discriminatorie nei confronti degli arabi d'Israele

“La legislatura più razzista da quando esiste lo Stato israeliano”. Parole come pietre. Forse più pesanti. Perché arrivano da un dossier ricco di informazioni curato dal Mossawa Center. Con documenti che accusano nientemeno che l’esecutivo di Netanyahu perché da quando è al potere, le proposte di legge discriminatorie sono quasi raddoppiate.

Knesset sotto accusa. Se nel 2007 erano state 11 le proposte definite “razziste e discriminatorie” e 12 l’anno successivo, nel 2009 – con a capo Bibi – sono state quasi il doppio, 21, le bozze di legge “problematiche” discusse in parlamento.

“E’ in atto un trend per nulla positivo e stimiamo che la tendenza a proporre atti razzisti andrà crescendo anno dopo anno se non si farà qualcosa”, scrivono i ricercatori del Mossawa Center.

Al diavolo la diplomazia. “Una Knesset così attiva nelle proposte razziste e discriminatorie contro i cittadini arabi dello stato israeliano (circa il 20% della popolazione) non l’abbiamo mai visto”, hanno detto due degli autori del dossier, Lizi Sagi e il procuratore Nidal Ottman.

“La 18esima legislatura è gestita da politici che apertamente dichiarano di voler danneggiare i diritti civili degli arabi”, ha aggiunto il direttore del Mossawa Center, Jafar Farah. “I membri della Knesset stanno applicando le loro parole estremiste nelle leggi che vengono via via approvate, senza incontrare nessuna resistenza nè dentro, nè fuori dal Parlamento”, ha aggiunto durissimo. E ha poi attaccato: “Promuovono la discriminazione e il razzismo perché dipingono i cittadini israeliani di origine araba come una minaccia demografica”.

C’è un emendamento alla legge in vigore che mira a revocare la cittadinanza a chi compie un atto sleale nei confronti dello stato. Un altro emendamento condiziona la cittadinanza a una dichiarazione di lealtà allo stato. Poi c’è una proposta di legge che impone un anno di reclusione a chiunque neghi l’esistenza di Israele come stato ebraico e democratico.

Va detto, però, che il governo israeliano ha approvato ieri un piano pluriennale che prevede 800 milioni di shekel (circa 260 milioni di euro) per promuovere lo sviluppo economico e l’occupazione della minoranza araba.

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attualità, economia

Israele, il nord è a maggioranza araba

Nazareth, una delle città israeliane a maggioranza araba

Nel 2030 – tra vent’anni esatti – un quarto di Israele sarà abitato dagli arabi. A scriverlo è l’Ufficio centrale di statistica di Gerusalemme che certifica un’altra realtà: gli arabi sono maggioranza nel nord del Paese (53%), ad esclusione di Haifa. Alla fine del 2008, erano stati registrati 1,5 milioni di arabi sul suolo israeliano. Diventeranno 2,4 milioni nel 2030.

Nel bollettino ufficiale (qui i dati dettagliati nell’articolo dello Yedioth Ahronoth), l’Ufficio centrale di statistica registra che l’aspettativa di vita è differente per arabi ed ebrei. Questi ultimi vivono di più: 79,9 anni contro 75,9 per gli uomini, 82,7 anni contro 79,7 per le donne.

Nello specifico delle città, il 31% dei residenti a Gerusalemme è arabo, il 24% ad Haifa, il 16% nel sud del Paese e soltanto l1% a Tel Aviv. Nazareth, Umm al-Fahm, Baqa-Jatt, Tayibe, Rahat, Shaghur e Shfaram le città a maggioranza araba.

Infine, il reddito: la media degli introiti di un cittadino arabo – nel 2008 – è stata di 1606 euro. Quella degli ebrei 2.789 euro. (leonard berberi)

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