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Il silenzio assenso sui raid israeliani e quell’asse arabo contro Hamas

Decine di carri armati dell'esercito israeliani si muovo verso la Striscia di Gaza dopo il lancio di razzi da parte di Hamas sul suolo dello Stato ebraico (foto di Ronen Zvulun/Reuters)

Decine di carri armati dell’esercito israeliani si muovo verso la Striscia di Gaza dopo il lancio di razzi da parte di Hamas sul suolo dello Stato ebraico (foto di Ronen Zvulun/Reuters)

«Voi bombardate pure le strutture di Hamas. Cercate di annichilirli. Noi, nel frattempo, non vi daremo più di tanto fastidio. Al massimo rilasceremo qualche dichiarazione». Il patto non scritto. L’accordo che non si può confermare. Lo scambio che non si può spiegare. Non ufficialmente, almeno. E una serie di alleanze saltate e altre costruite – persino con quello considerato il «nemico» fino a poche settimane fa – nel segreto delle diplomazie mediorientali.

Si parlerà a lungo di quest’estate torrida a cavallo tra l’Europa e l’Asia. E lo si farà perché quello che sta andando in scena aggiungerà un capitolo ai manuali sulle relazioni internazionali del terzo millennio. Nella notte tra giovedì e venerdì – e con un annuncio insolitamente congiunto – Stati Uniti e Nazioni Unite hanno svelato che lo Stato ebraico e Hamas hanno raggiunto un accordo per un cessate il fuoco umanitario di almeno 72 ore nella Striscia di Gaza dalle 8 di venerdì 1° agosto. Ma, ed è questa una delle novità, il segretario di Stato Usa John Kerry ha spiegato che «Israele continuerà le azioni difensive contro i tunnel di Hamas nelle ore di stop».

Fuoco e fumo a Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, dopo un raid aereo dell'esercito israeliano (foto di Ibraheem Abu Mustafa/Reuters)

Fuoco e fumo a Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, dopo un raid aereo dell’esercito israeliano (foto di Ibraheem Abu Mustafa/Reuters)

Nel frattempo le parti – con la mediazione del blocco arabo e degli Usa – cercheranno di raggiungere nei prossimi giorni un accordo «definitivo» al Cairo. Una piccola delegazione statunitense è già in viaggio. Quelle israeliana e palestinese pure. «Non si parleranno direttamente, Israele e Hamas», chiariscono diversi alti funzionari.

La tregua non tregua. La pace, momentanea, che pace non è. Tanto è cambiato rispetto a due anni fa. Stesso copione, stessi attori in campo. Ma alleanze diverse. E una condanna, quasi unanime a livello mondiale, che aveva costretto Gerusalemme a sedersi al tavolo con i miliziani palestinesi per firmare – controvoglia – una tregua. Ora non è più così. E, tolte le frasi di circostanza delle cancellerie di mezzo mondo, il dato di fatto è un altro: mai come questa volta il mondo è stato con Israele. Spesso non dicendo nulla. Il silenzio assenso. Anche dal mondo arabo.

Le lacrime di una donna palestinese dentro quello che resta del suo appartamento a Gaza City dopo l'attacco israeliano contro Hamas (foto di A Palestinian woman (L) cries inside her damaged house, which police said was targeted in an Israeli air strike, in Gaza City July 17. (Mohammed Salem/Reuters)

La disperazione di una donna palestinese dentro quello che resta del suo appartamento a Gaza City dopo l’attacco israeliano contro Hamas (foto di A Palestinian woman (L) cries inside her damaged house, which police said was targeted in an Israeli air strike, in Gaza City July 17. (Mohammed Salem/Reuters)

Diversi analisti concordano su un fatto: Hamas è isolato. Non ha l’appoggio dell’Autorità nazionale palestinese. Che, anzi, pare abbia fatto capire al governo Netanyahu di «approvare» un intervento israeliano contro Gaza. Proprio ora che la riconciliazione tra i due fratelli «coltelli» è stata siglata. Per dirla in gergo finanziario: Mahmoud Abbas, presidente dell’Anp, ha lanciato un’opa sulla Striscia. Non si accontenta di governarla. Vuole sbarazzarsi dei miliziani palestinesi.

Ad aver mutato lo scenario – in favore dello Stato ebraico – è anche il resto del Medio Oriente e del Nord Africa. In Egitto la situazione politica è cambiata. I militari non ne possono più di come viene amministrata la Striscia. E così, negli ultimi mesi, è andato costruendo un blocco di Paesi – Giordania, Arabia Saudita, Turchia ed Emirati Arabi Uniti – che sostanzialmente si sono allineati a Gerusalemme nel suo voler annientare Hamas. Non vogliono un altro pezzo in mano all’Islam radicale. Non vogliono un’altra simil teocrazia. Già sono difficili da gestire i fondamentalisti dell’Isis/Isil in Iraq e Siria. Così come quelli di Ansar al-Sharia in Libia.

Uno dei protagonisti del nuovo corso del mondo arabo: il presidente dell'Egitto Abdel Fattah al-Sisi (foto di A cease-fire proposal by President Abdel Fattah el-Sisi of Egypt met most of Israel’s demands; Hamas immediately rejected it. Fady Fars/Middle East News Agency/Ap)

Uno dei protagonisti del nuovo corso del mondo arabo: il presidente dell’Egitto Abdel Fattah al-Sisi (foto di A cease-fire proposal by President Abdel Fattah el-Sisi of Egypt met most of Israel’s demands; Hamas immediately rejected it. Fady Fars/Middle East News Agency/Ap)

E così, pur di non dover fronteggiare il radicalismo dei propri fratelli, diversi leader arabi si turano il naso e si «alleano» con l’odiato Netanyahu. Non c’è bisogno di un accordo scritto. Nemmeno di telefonate. Basta il silenzio. E il silenzio è stato così assordante attorno a queste tre settimane di bombe su Gaza che il messaggio, alla fine, l’hanno recepito anche i vertici di Hamas. Soprattutto quando, a un certo punto, gli egiziani hanno proposto una bozza per il cessate il fuoco che, questa volta, accoglieva quasi tutte le richieste d’Israele e nessuna – nessuna – dei miliziani palestinesi. Una bozza respinta, con fermezza, da Gaza.

Ora lo scenario è cambiato. I danni, per Hamas, sono ingenti. I depositi di munizioni si sono alleggeriti di molto. I civili morti fanno indignare, ma vengono attribuiti più alla miopia dei milizia che ai raid israeliani. E da fuori non arriva più nulla. Il tempo dirà cosa faranno i palestinesi della Striscia. Batteranno gli ultimi colpi prima della loro fine o opteranno per ancora qualche mese di vita. Anche se Udi Segal, analista per la tv israeliana Canale 2, pensa che gli incontri al Cairo non porteranno, nell’immediato a un cessate il fuoco.

Le lacrime di un soldato israeliano durante i funerali del capitano Natan Cohen, comandante di pattuglia, a Modiin, vicino Gerusalemme. Cohen aveva 23 anni ed è stato ucciso durante i combattimenti nella Striscia di Gaza (foto di Ariel Schalit/Ap)

Le lacrime di un soldato israeliano durante i funerali del capitano Natan Cohen, comandante di pattuglia, a Modiin, vicino Gerusalemme. Cohen aveva 23 anni ed è stato ucciso durante i combattimenti nella Striscia di Gaza (foto di Ariel Schalit/Ap)

Ma la strada è ormai segnata. E secondo più di un analista militare di Gerusalemme, «la Primavera araba ha insegnato ai leader di quel mondo che è preferibile tornare alla situazione iniziale: meglio il noto, magari anche se feroce per gli occidentali, che l’ignoto».

Se così sarà, Benjamin Netanyahu, primo ministro d’Israele, avrà registrato la sua vittoria – politica, militare, diplomatica – più importante. Sua e del suo Paese. Resteranno, questo è certo, le macerie. E soprattutto loro, le vittime. Almeno 1.373 palestinesi, 58 israeliani e un migrante.

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ANALISI / I dubbi di Obama, i timori d’Israele, il nervosismo dei Paesi arabi: così l’Occidente si prepara ad attaccare Assad

«Stanno aspettando tutti che lui decida cosa fare: se intervenire o aggiornare il contatore delle vittime civili in Siria». «Lui» è Barack Obama, il presidente statunitense sulla cui testa pende la decisione finale: rovesciare Bashar al-Assad oppure attendere ancora. Magari un via libera delle Nazioni Unite. Via libera che, spiegano da Gerusalemme, non ci sarà mai. Non solo per l’opposizione della Russia. Ma anche per una certa resistenza della Cina. E d’Israele. Che vorrebbe sì dare il benservito ad Assad, ma teme di trovarsi un altro Libano, altri gruppi di miliziani. E, addirittura, Al Qaeda.

Dallo Stato ebraico però confermano: decine di Paesi sono pronti da giorni con i loro eserciti. Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia, Turchia, Canada, Qatar, Arabia Saudita, Giordania sarebbero in prima linea. E lo dimostra anche la riunione che i vertici militari di questi Paesi hanno iniziato ieri proprio in Giordania per una due giorni «per fare il punto sulle conseguenze del conflitto in Siria». Al tavolo c’è anche l’americano Martin Dempsey, capo di Stato maggiore congiunto. «Niente di eccezionale, si tratta di un incontro programmato da mesi», hanno spiegato i giordani.

Il segretario di Stato Usa John Kerry ieri alla conferenza stampa sulla Siria (foto Manuel Balce Ceneta / Ap)

Il segretario di Stato Usa John Kerry ieri alla conferenza stampa sulla Siria (foto Manuel Balce Ceneta / Ap)

Programmato o no, sono i tempi a rendere l’appuntamento importante. Forse decisivo. Anche perché contemporaneamente a Washington i telefoni non hanno smesso di squillare tutto il giorno, ieri. E perché un altro incontro «programmato qualche settimana fa» non poteva capitare nel momento più «opportuno» per capire che succederà d’ora in avanti in Siria. Ieri a Washington è piombata una delegazione israeliana capeggiata da Yaakov Amidror, consigliere del premier Benjamin Netanyahu per la sicurezza nazionale. Al centro dei colloqui «la politica e la sicurezza». Netanyahu non può reggere un altro pezzo di confine gestito dall’altra parte da terroristi islamici. Già è dura tenere in sicurezza la frontiera con la Striscia di Gaza, il Sinai e il Libano. Se anche il Golan dovesse diventare instabile Gerusalemme potrebbe essere chiamato a uno stato d’allerta senza precedenti.

Le informazioni, in queste ore, convergono tutte in un’unica direzione: basta una parola e l’attacco ad Assad parte nel giro di pochi minuti. Ma Obama tergiversa. Anche troppo, secondo i sauditi. I quali, racconta un lungo resoconto del Wall Street Journal, il fine settimana hanno più volte contattato la Casa Bianca invitando l’inquilino numero uno a dare l’ok all’intervento militare «con o senza l’Onu». «Come presidente non puoi disegnare una linea rossa e poi non farla rispettare», raccontano fonti arabe al quotidiano americano.

«Proprio il prendere tempo da parte di Obama sta innervosendo i paesi del Golfo arabo», spiegano da Gerusalemme. «Ma non è una scelta facile, quella del presidente americano: se non esiste una strategia concreta per il dopo-Assad, la Siria rischia di diventare un protettorato di Al Qaeda».

«Lui», Obama, intanto ieri ha mandato in prima linea il segretario di Stato Usa John Kerry. «L’attacco con armi chimiche del 21 agosto in Siria ha sconvolto la coscienza del mondo perché è stato indiscriminato e su larga scala», ha detto ieri Kerry. «Il presidente Usa ritiene che chi ne è responsabile debba essere chiamato a risponderne. Per quel che mi riguarda il regime siriano ha qualcosa da nascondere», ha continuato Kerry. Seguito, poco dopo, dal portavoce della Casa Bianca Jay Carney. «È innegabile che in Siria siano state usate armi chimiche – ha spiegato Carney –. Continuiamo a rivedere le opzioni con i consiglieri nazionali, i partner internazionali e il Congresso». Quando ai piani di Obama, però, lo stesso Carney ha chiarito che «il presidente non ha ancora deciso cosa fare».

Un missile Tomahawk sparato da una nave militare americana

Un missile Tomahawk sparato da una nave militare americana

La diplomazia mondiale guarda alla finestra. S’interroga. Si chiede, soprattutto in Europa, se bisogna per forza aspettare Obama o non convenga muoversi subito. Per poi avere il sostegno Usa. Il presidente americano, nell’incontro di tre ore di sabato con i vertici militari e dell’intelligence, ha chiesto non soltanto di avere un resoconto delle opzioni sul campo, ma anche di informarsi se sia per forza necessario passare attraverso una decisione del Consiglio di sicurezza dell’Onu per attaccare militarmente Assad oppure si può procedere senza un voto internazionale magari facendo appello alla Convenzione di Ginevra e a quella sulle armi chimiche. Intanto – racconta l’emittente americana Cbs News – Obama ha ordinato la pubblicazione di un dossier «entro uno o due giorni» con quello che sta succedendo in Siria «prima che venga avviata qualsiasi azione militare».

Intanto bisogna registrare i movimenti nel Mediterraneo. Secondo il Guardian i primi aerei da guerra e trasporti militari britannici (C-130) sarebbero stati avvistati nei cieli di Cipro e nei pressi della base di Akrotiri, a soli 170 chilometri in linea d’aria dalla costa siriana. Quattro navi dell’esercito Usa da qualche giorno si trovano al largo del Medio Oriente. Un sottomarino britannico sarebbe arrivato nelle ultime ore ad affiancare altri due battenti bandiera statunitense.

«Se Obama darà l’ok i primi missili partiranno non prima del tramonto», ragionano da Gerusalemme. «Anzi, molto probabilmente saranno sparati nel cuore della notte». Il motivo? «La gente dorme a quell’ora, le strade sono vuote». L’obiettivo primario dei missili: i depositi di armi chimiche. Poi le altre postazioni militari. Così da neutralizzare Assad nel giro di poche ore. «Esattamente com’è successo con Gheddafi».

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Ecco le esercitazioni Nato-Paesi arabi al confine siriano. “Ma non sono prove di guerra contro Damasco”

Hanno iniziato a fare le cose in grande. Con gli Usa a comandare tutta l’operazione. E che operazione. «La più grande esercitazione militare in Medio Oriente dell’ultimo decennio», l’ha definita il generale americano Ken Tovo, capo della Us Special Operations Forces. E tutto a pochi chilometri dal fronte siriano. In territorio giordano.

Prove tecniche di intervento armato. O, come preferiscono i paesi partecipanti, «war games», giochi di guerra. Come anticipato da Falafel Cafè qualche giorno fa citando fonti israeliane. Non fonti a caso, visto che l’irritazione d’Israele è forte per l’esclusione alle esercitazioni.

E comunque. Dodicimila uomini, tanti Paesi (Bahrein, Egitto, Iraq, Giordania, Arabia Saudita, Libano, Pakistan) e l’ok della Nato, se è vero che ci sono anche militari francesi, spagnoli e italiani. «Ieri abbiamo iniziato ad applicare le capacità sviluppate la scorsa settimana in uno scenario di guerra “irregolare” e dureranno ancora un altro paio di giorni», ha spiegato il generale americano.

Il generale americano Ken Tovo (a sinistra) insieme al collega giordano Awni El-Edwan (foto di Majed Jaber / Reuters)

A cosa servono queste esercitazioni lo spiega – con tanta diplomazia – il militare americano stesso. «Quello che vogliamo comunicare con queste esercitazioni è che abbiamo creato un gruppo con i partner più adatti della regione e del mondo per affrontare al meglio le sfide del futuro». A Gerusalemme qualcuno ha colto un duplice segnale: il primo, gli Usa vogliono risolvere la questione siriana prima delle elezioni americane. Il secondo: l’amministrazione Obama vuole rassicurare Israele sul fatto di avere tanti alleati al suo fianco in ottica anti-iraniana, ma anche che Gerusalemme non deve scalpitare. Non prima delle elezioni americanedelprossimo autunno, almeno.

E però, il collega giordano di Ken Tovo ha un po’ tirato il freno a mano sul senso delle esercitazioni. «Nessun soldato di quest’iniziativa sarà usato per interventi al nord (al confine con la Siria, nda)», ha precisato il maggiore Awni El-Edwan. «Le esercitazioni non sono collegate in nessun modo a qualche evento del mondo reale, tantomeno con la Siria. Rispettiamo la sovranità siriana». Una precisazione che non precisa, secondo qualcuno. Ma che, anzi, pare dire esattamente il contrario di quel è che stato affermato da el-Edwan.

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ANALISI / Quei dodicimila uomini della Nato e dei Paesi arabi pronti a invadere la Siria

Ufficialmente si tratta soltanto di un’esercitazione. Ufficiosamente, fanno trapelare da Gerusalemme, «siamo di fronte a una delle ultime tappe prima dell’intervento armato contro la Siria di Bashar Assad». Intervento che, per ora, dovrebbe avere come base di partenza un contingente di 12 mila soldati, di almeno diciassette nazionalità – dai Paesi membri della Nato agli Usa, dall’Arabia Saudita al Qatar –, e che in questi giorni si trovano ammassati lungo il confine sirio-giordano.

Il motivo ufficiale, appunto, è un’esercitazione su larga scala – nome in codice: «Leone ardente» – che dovrebbe iniziare il 15 maggio e durare una decina di giorni. Si tratta di soldati scelti, specializzati in interventi in zone di guerra particolarmente difficili e mutevoli. A gestire tutta l’operazione la Us Special Operations Command Central. Insomma: gli Stati Uniti.

Fuoco e macerie dopo l’attentato a Damasco

Elemento non insignificante. Secondo l’intelligence israeliana è il segno che Amman ha deciso di dare appoggio logistico a tutta la «coalizione di volenterosi» intenzionata a cacciare il dittatore Assad dalla Siria. Secondo elemento, non meno importante: «In questo modo – analizzano gli esperti del Mossad – gli Usa lanciano un messaggio sia ai russi, ora protettori del regime di Damasco, sia a quei Paesi europei e arabi che denunciano da mesi il lassismo americano sulla questione siriana». E ancora: non sono ormai un segreto le continue e insistenti telefonate dell’amministrazione Obama al presidente del Libano, Suleiman, perché faccia il possibile per interrompere il continuo flusso di armi da Hezbollah al regime siriano facendo così rispettare la risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza dell’Onu che vieta qualsiasi traffico militare sull’asse Beirut-Damasco.

Ma c’è di più. Il numero – dodicimila – non sarebbe stato scelto a seconda della disponibilità dei singoli Paesi partecipanti. Sarebbe il «contingente minimo» per entrare in sicurezza in territorio siriano, sbaragliare l’esercito di fedeli di Assad e cercare di puntare verso Damasco. Con l’aiuto, s’intende, di droni e caccia militari che, dal cielo, dovrebbero mettere fuori uso le postazioni militari della Siria.

L’intervento dei volontari subito dopo la doppia esplosione a Damasco lo scorso 10 maggio

La doppia esplosione del 10 maggio che ha provocato una cinquantina di morti nella capitale è sì un attentato, ma di quelli che il Mossad chiama «controllato». Da Gerusalemme, infatti, sostengono che a provocare la deflagrazione sarebbe stato un manipolo di ribelli siriani, aiutato da elementi dei servizi segreti giordani e dei Paesi del Golfo, con lo scopo di destabilizzare di più il regime e – soprattutto – di costringere Assad a richiamare le truppe d’elite della Guardia presidenziale nella capitale in difesa dei palazzi governativi, ma lasciando così il resto del Paese senza militari fedeli al regime. Cosa che, secondo più di un informatore, sarebbe stata effettivamente fatta.

In parallelo, però, Damasco avrebbe accettato l’aiuto dell’intelligence iraniana. Teheran avrebbe proposto al regime di Assad di dotare quasi tutte le vie principali della capitale di telecamere di sicurezza estremamente sofisticate. Non solo per rendere più efficace il controllo della città, ma anche per costringere i ribelli ad avere meno libertà di movimento. Soprattutto: per non farsi sfuggire le mosse degli osservatori delle Nazioni unite.

Intanto una mossa decisiva per lo scacchiere mediorientale arriva direttamente da Mosca. Il nuovo presidente russo Vladimir Putin e il suo omologo iraniano Mahmoud Ahmadinejad si sono messi d’accordo per rafforzare la cooperazione tra i due paesi nel corso di un colloquio telefonico. A dirlo è stato lo stesso Cremlino che ha anche precisato che «l’iniziativa della telefonata è stata presa da Teheran».

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Tutto Israele (o quasi) in 5 notizie

Yair Lapid

MINACCE DI MORTE SU FACEBOOK A ANCHORMAN-CANDIDATO. FERMATO UN GIOVANE
Minacce di morte sono state indirizzate attraverso Facebook a Yair Lapid, popolare giornalista televisivo israeliano e stella nascente dalla scena politica, il quale nei giorni scorsi ha annunciato l’intenzione di candidarsi alle prossime elezioni per sfidare l’attuale maggioranza di destra da posizioni centriste e laiche. «Sarà un peccato se scenderai in campo contro il signor Benjamin Netanyahu (premier in carica), perché potrebbe succederti qualcosa di molto simile a Yitzhak Rabin», si legge nel messaggio minatorio, che fa chiaramente riferimento all’assassinio di Rabin: l’eroe di guerra e premier laburista ucciso nel 1995 a Tel Aviv da un giovane colono dell’estrema destra nazionalista ebraica al termine d’una manifestazione in favore del processo di pace con i palestinesi. La minaccia è condita da insulti nei confronti del giornalista e di suo padre (il defunto ex ministro Tommy Lapid, superstite della Shoah e per anni campione degli ambienti più rigidamente secolari d’Israele). Essa include inoltre questa frase: «Credimi, Yair, se ti incontro per strada ti ucciderò, poiché tu sei un antisemita odiatore d’Israele e di te stesso». Nel tardo pomeriggio un giovane ebreo ortodosso si è costituito alla polizia israeliana sostenendo di essere il responsabile delle minacce di morte indirizzate ieri attraverso Facebook a Yair Lapid. Il sito ortodosso Behadrey-Haredim riferisce che si tratta di un «disadattato», di 16 anni circa, residente a Bnei Brak (un sobborgo ortodosso vicino a Tel Aviv).

La manifestazione dei falasha

EBREI ETIOPICI DENUNCIANO DISCRIMINAZIONI
Migliaia di ebrei immigrati dall’Etiopia hanno inscenato una manifestazione a Kiryat Malachi (Neghev) per protestare contro una serie di discriminazioni di cui si sentono vittime in Israele. La dimostrazione è stata organizzata sull’ondata di sdegno provocata da un recente servizio televisivo sulla consuetudine, radicatasi in alcuni condomini di Kiryat Malachi, di non vendere nè affittare appartamenti ad ebrei di origine etiope, nella persuasione che il loro ingresso potrebbe avere ripercussioni negative sul valore degli immobili nel quartiere. A Kiryat Malachi vivono circa 30 mila abitanti, e gli immigrati dall’Etiopia – che spesso versano in condizioni di indigenza – sono diverse migliaia. La questione è stata oggi discussa alla Knesset (parlamento), dove alcuni deputati hanno proposto di punire duramente quanti rifiutino di vendere o affittare appartamenti per pregiudizi di carattere razziale. Giunti in Israele con due grandi ponti aerei nel corso degli anno Novanta, gli ebrei di origine etiope (Falasha e Falash-mura) sono adesso 120 mila, su oltre sette milioni di abitanti in Israele.

LANCIA ACQUA CONTRO COLLEGA, DEPUTATA SOSPESA PER UN MESE
È costato un mese di sospensione dall’attività parlamentare il gesto della deputata ultranazionalista israeliana Anastassia Michaeli, che ha lanciato un bicchiere d’acqua in faccia ad un collega. Il comitato etico della Knesset ha preso un provvedimento particolarmente severo rispetto ai suoi standard. Ex miss Pietroburgo, convertita all’ebraismo dopo il matrimonio con un israeliano, la 36enne Michaeli ha inviato ieri sera una lettera di scuse. Anche il suo partito, Yisrael Beitenu del ministro degli Esteri Avigdor Liebermann, si è distanziato dal suo gesto, sottolineando che «nessuna circostanza giustifica questo tipo di comportamento». La Michaeli è nota per aver proposto una legge per vietare ai muezzin di usare l’altoparlante per richiamare i musulmani alla preghiera.

Un gay pride a Tel Aviv

TEL AVIV CITTÀ PREFERITA DAI GAY DI TUTTO IL MONDO
È Tel Aviv la meta preferita dai viaggiatori gay di tutto il mondo. Il responso, giunto al termine di un concorso indetto dalla America Airlines, è stato pubblicato sul sito gaycities.com. Nella speciale classifica delle città più “gay-friendly”, la metropoli israeliana si piazza al primo posto, con il 43% delle preferenze. Alle sue spalle, a parecchie lunghezze di distanza, New York con il 14%, Toronto con il 7%, San Paolo con il 6%, Madrid e Londra, entrambe con il 5% dei consensi. Il sindaco di Tel Aviv, Ron Huldai, ha accolto con piacere la notizia, annunciando che oggi, insieme agli attivisti della comunità gay cittadina, sfilerà per le strade su uno speciale bus scoperto per celebrare la vittoria.

HACKER ISRAELIANO SVELA CARTE CREDITO SAUDITE PER VENDETTA
Un hacker israeliano ha pubblicato online le presunte coordinate di 217 carte di credito intestate a cittadini sauditi, rivendicando l’azione come una forma di vendetta contro la recente pubblicazione dei dati riguardanti 20.000 carte israeliane da parte di un hacker-rivale che si definiva saudita. L’iniziativa, anticipata dall’edizione online del giornale Yedioth Ahronot, è stata presentata come «un atto di dissuasione». «Ehi sauditi, ecco le vostre carte di credito, tutte per voi», scrive il “pirata” israeliano in un messaggio che accompagna l’elenco. Messaggio nel quale egli afferma di essere «un agente» coperto degli apparati dello Stato ebraico. Non è ancora chiara in realtà la credibilità dei dati pubblicati, anche se risulta che i numeri di riferimento di 168 delle 217 carte carpite corrispondano effettivamente a carte di credito attive.

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Israele. In breve / 2

Principe saudita: 900mila dollari per chi cattura soldato israeliano
Un membro della famiglia reale saudita, il principe Khaled bin Talal, ha aggiunto 900 mila dollari ai 100 mila già offerti da un religioso suo connazionale a chiunque sequestri un soldato israeliano. Lo riferisce la tv privata Daleel, secondo cui il principe – che è un fratello dei miliardario Al Walid bin Talal – in una telefonata ha annunciato alla stessa emittente di aver deciso di aumentare fino a un milione di dollari la taglia per il sequestro di un militare israeliano, dopo che il religioso Awad al Qarni ha ricevuto minacce di morte per averne offerti centomila a qualsiasi palestinese catturi un soldato israeliano.

Condannata ex soldatessa per aver passato documenti alla stampa
Quattro anni e mezzo di carcere: questa la condanna inflitta sabato dal tribunale distrettuale di Tel Aviv alla ex soldatessa Anat Kam (nella foto sopra), giudicata colpevole di aver prelevato duemila documenti delle forze armate (in parte segreti) e di averli in seguito passati al quotidiano Haaretz. La Kam, secondo i giudici, ha agito sulla spinta di motivazioni ideologiche, nell’intento di mettere in cattiva luce il comportamento delle forze armate in Cisgiordania. Kam – che nel frattempo si è congedata dalle forze armate e ha intrapreso a sua volta una carriera giornalistica – è stata riconosciuta colpevole di aver Copiato segretamente migliaia di documenti negli anni 2005-2007, quando fungeva da segretaria nell’ufficio del comandante delle forze armate israeliane in Cisgiordania, gen. Yair Naveh.

Gli “indignados” tornano in strada a Tel Aviv
È tornata di nuovo in strada sabato sera in Israele la protesta contro il carovita e la sperequazione sociale. Trentamila persone, secondo una stima degli organizzatori dell’evento, hanno manifestato a Tel Aviv nella piazza che porta il nome del premier assassinato Yitzhak Rabin. Manifestazioni analoghe sono state indette anche in altri tre centri del paese, nel nord, nel sud e nel centro. Quella in programma a Beersheva, nel sud, è stata invece annullata per motivi di sicurezza in seguito ai tiri di razzi provenienti dalla striscia di Gaza.

Calma (precaria) tra Israele e Gaza dopo le bombe di ieri
Una calma precaria è tornata nel sud di Israele – dopo la pioggia di razzi palestinesi della scorsa notte – mentre da Gaza la Jihad islamica ha fatto sapere di essere disposta a una sospensione delle ostilità, sulla base di reciprocità con Israele. Il bilancio di queste ostilità è di nove miliziani palestinesi uccisi, assieme con un civile israeliano (ad Ashqelon). Fonti israeliane affermano che gli ultimi attacchi palestinesi sono avvenuti alle ore 7 locali (la stessa ora in Italia). Da Gaza fonti locali riferiscono che gli ultimi raid della aviazione israeliana si sono avuti nella nottata, mentre ora i velivoli di Israele di limitano a voli di ricognizione sulla Striscia. Radio Gerusalemme riferisce da parte sua che la diplomazia egiziana è intervenuta per mettere fine alle ostilità, rivolgendosi fra l’altro ai dirigenti della Jihad islamica non solo a Gaza ma anche a Damasco. A quanto risulta, anche Hamas ha fatto opera di convincimento sulla Jihad islamica affinché cessi gli attacchi sul Negev.

(a cura di Leonard Berberi)

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I sauditi arrestano un’aquila. “E’ una spia del Mossad”

Forse è stato un caso. O, come sostengono i sauditi, un atto intenzionale di spionaggio. Fatto sta che le autorità di Riad hanno arrestato un’aquila. Sì, un animale. L’accusa è quella di essere entrata sul territorio arabo con il compito di raccogliere quante più informazioni possibili per conto del Mossad, i servizi segreti israeliani.

L’aquila – scrive il “Ma’ariv” – aveva su una delle zampe una targhetta dell’Università di Tel Aviv ed è stata rintracciata in un’area rurale dell’Arabia Saudita con indosso anche una piccola rice-trasmittente. Dall’università israeliana hanno però spiegato che il volatile fa parte di un grande progetto che vuole studiare l’andamento delle migrazioni. Ma non la pensano così gli abitanti sauditi: «Questo è un complotto sionista», hanno detto al giornale locale “Al-Weeam”.

Una volta arrivata sul web, la notizia ha fatto il giro del Medio Oriente. E i blogger si sono scatenati, parlando di speciali pattuglie di volatili addestrate a fare le spie per conto dello Stato ebraico. Il tutto in un clima che vede sempre più crescere l’ostilità nei confronti degl’israeliani.

Uno degli artefici è il governatore della regione egiziana del Sinai. Il mese scorso, subito dopo l’attacco omicida di uno squalo sul Mar Rosso, Mohamed Abdel Fadil Shousha ha detto che l’animale marino è stato messo intenzionalmente dagli agenti israeliani per sabotare il turismo del Paese.

© Leonard Berberi

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