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I demografi palestinesi: nel 2020 gli arabi saranno più degli ebrei

Infermiere palestinesi in una sala parto di Khan Younis, Striscia di Gaza (foto di Abed Rahim Khatib / Flash 90)

Infermiere palestinesi in una sala parto di Khan Younis, Striscia di Gaza (foto di Abed Rahim Khatib / Flash 90)

La guerra dei numeri. La guerra con i numeri. Perché, alla fin fine, con quelli bisognerà fare i conti. E che conti. Anno 2016: la parità. Anno 2020: il sorpasso. Anno 2021: chissà. In quest’inizio d’anno avviato con messaggi di speranza (intendi: Netanyahu e Abu Mazen) e mano tesa all’acerrimo nemico Hamas (vedi alla voce Shimon Peres), dove s’è festeggiato molto e litigato poco, ecco, in quest’inizio anno ecco che dall’Ufficio statistico palestinese han tirato fuori i dati che possono – in clima elettorale (vedi sulla cartina all’altezza d’Israele) – cambiare un po’ d’equilibri.

Dicono, i demografi della West Bank, che oggi gli arabi dell’area sono 5,8 milioni. Duecentomila meno della popolazione che s’identifica come ebraica (6.015.000 per la precisione). Differenza minima, destinata a dissolversi tra tre anni, quando sarà raggiunta la parità. Mentre tra sette anni – nel 2020 – ci sarà il sorpasso: 7,2 milioni di arabi, 6,9 milioni di ebrei. Del resto lo confermerebbero anche le tendenze: il tasso di crescita della popolazione ebraica segna +1,8%. Quella araba +2,4%.

Cosa vuol dire? Molto. Perché, se i dati saranno confermati nei prossimi mesi dall’autorità israeliana, l’argomento dei due Stati diventa l’unico tema dell’area. Tanto che, annusata l’aria, ci prova Hanan Ashrawi, uno degli ex dirigenti dell’Autorità palestinese, a dire quel che pensano in molti dalle parti di Ramallah e Gaza City: «Con queste cifre è ovvio che qualsiasi colloquio di Pace con gl’israeliani che veda al centro la soluzione basata sui due Stati nell’area non ci accontenterà più: i palestinesi non si accontenteranno soltanto della Cisgiordania e della Striscia. Saremo in maggioranza».

Le cifre. Il report dei demografi palestinesi scrive che alla fine del 2012 si contavano 11,6 milioni di palestinesi, compresi i 4,4 milioni dell’Autorità palestinese e gli 1,4 milioni con passaporto israeliano. Come in Israele, anche in Cisgiordania cala il tasso di fertilità: da una media di 6 figli del 1997, nel 2008-2009 se ne facevano 4,4.

© Leonard Berberi

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Gerusalemme Est accusa: 250mila persone senza servizio postale solo perché arabe

Il cervo, il simbolo del servizio postale israeliano

Il cervo a Gerusalemme Ovest si presenta puntuale ogni giorno. A Est, invece, non lo vede più nessuno. «L’avranno ucciso», scherzano in molti.

Il cervo è il simbolo dell’Israel Postal Company, l’ente postale israeliano. E la denuncia presentata all’Alta Corte da alcuni residenti di Gerusalemme Est – «in rappresentanza dei 250mila abitanti dell’area interessata» – coinvolge lo Stato centrale «per le ripetute inadempienze del suo sistema di smistamento della missiva».

«Sono settimane che non arriva più niente sulle nostre caselle postali», accusa chi vive nella parte orientale della capitale contesa. «Questa è la lesione di un nostro diritto alla corrispondenza». E insinuano: «Guarda caso abbiamo problemi solo noi arabi, la maggioranza in questa parte, mentre l’altra parte, quella ebraica, ogni mattina si vede recapitare le sue lettere».

Il problema non è da poco. Perché alla denuncia sono state affiancate decine di atti amministrativi conseguenza del mancato recapito della missiva. A partire dalle multe: risultano tutte maggiorate per il fatto che i residenti di Gerusalemme Est non hanno potuto fare ricorso o impugnare il provvedimento. O pagarle.

C’è chi, malignamente, dice che «è una tattica ottima e giuridicamente ineccepibile per gli interessi israeliani: se uno non paga una multa, quella multa cresce fino a costringere l’autorità pubblica a sequestrare il bene immobile, cioè la casa. Ed è così che la casa sequestrata ha il doppio effetto di cacciare gli arabi e di far insediare gli ebrei». Insinuazioni. Malignità. Ma c’è qualcuno che inizia a preoccuparsi.

Tocca così all’Alta Corte dire l’ultima parola. Con la certezza che il pronunciamento avrà una ricaduta anche politica sulla capitale divisa in due.

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Abusi, violenze, pestaggi. Le soldatesse cattive dell’esercito israeliano

Ultima sigaretta - e bibita - prima della doccia (Rachel Papo)

Disposte a tutto. Pur di mostrare di essere come i colleghi maschi. Se non meglio. Anche a costo di uccidere un bambino. Senza motivo. O di spezzargli un braccio. Le confessioni choc di alcune soldatesse israeliane stanno facendo discutere. Perché, per la prima volta, tutto questo è nero su bianco nell’ultimo rapporto diffuso da Breaking the Silence, una ong di attivisti dei diritti umani impegnata a far luce sul comportamento delle forze armate.

Abusi, violenze ingiustificate, offese, atti di umiliazione, pestaggi. Sotto accusa tutte le unità femminili in Cisgiordania. Impiegate in misura crescente in azioni di combattimento o di prima linea, le soldatesse ammettono – in alcuni casi – di aver partecipato o assistito a episodi di cui oggi si vergognano e che contrastano con i loro valori e con gli stessi principi insegnati nelle scuole militari.

E tutto per mostrarsi «più dure» dei commilitoni maschi, per provare il brivido nello schiaffeggiare senza motivo un ragazzo arabo, ma anche di rompere una mano a un ragazzino fermo a un posto di blocco. Così come sparare senza motivo – ammette una ragazza che ha prestato servizio nelle Guardie di Frontiera –  a un bambino di 9 anni ferito poi a morte. Per il momento l’Idf ha respinto qualsiasi richiesta di chiarimento.

Leonard Berberi

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“Abbiamo risolto il conflitto. Con una spallata”

Evan Reshef

La si potrebbe chiamare la squadra-mondo. Se non fosse per il fatto che la questione è molto più seria. Perché siamo in Israele. E perché il team in questione fa giocare nella stessa formazione israeliani di religione ebraica e arabi di fede musulmana. Senza dimenticare un filippino, un thailandese e due statunitensi.

Sono i Tel Aviv Sabres. Giocano nella Israel Football league. I risultati sono così così. Ma loro hanno già vinto: perché allo scontro decennale del Medio Oriente rispondono a colpi di spallate e di bevute post-partita. Tutti insieme.

Tamir Elterman (in primo piano)

A gestire questo gruppo di giovanissimi c’è il presidente Said Abulafia. Che in realtà è un giovanotto di 28 anni. Di giorno fa l’avvocato. La sera, invece, casco in testa, si spacca le ossa. E appartiene a una delle più note famiglie di Jaffa, cittadina vicino a Tel Aviv e a maggioranza musulmana.

Il gioco è semplice. Non del football americano, ma della vita di squadra. Le differenze nazionali, religiose e politiche restano fuori dal campo. E il terzo tempo, più che una regola morale da rispettare, è il motto. “Amo questa squadra perché a volte sono costretto a dire una cosa in tre lingue diverse”, dice Alex Trafton. Viene da Los Angeles e in Israele ci è arrivato sei mesi fa. Stessa storia per Niv Sultan, 16 anni, di Long Island. E per l’allenatore: David Miller. Anche lui americano. Ma originario di Houston, Texas.

Proprio nessun discorso di politica? “Quella è per i grandi ragazzi”, scherzano. E intanto continuano ad allenarsi, sotto gli occhi divertiti degli abitanti di Tel Aviv, al Yarkon Park.

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Piccoli passi

Una piccola apertura. Per la prima volta. Anche se – per adesso – soltanto nelle zone a maggioranza musulmana. A partire dal 25 gennaio 2010, Israele prevede di arruolare agenti e ufficiali di origine etnica araba nelle file della polizia. Per una volta, tutti d’accordo sindaci e amministrazioni: in questo modo ci sarà maggiore sicurezza.

In Israele, vivono un milione e mezzo di cittadini di origine araba (su una popolazione di circa 7,5 milioni di abitanti). Un cittadino su cinque. Che però è esentato dalla leva e non ha di fatto rappresentanza nella polizia, salvo alcune presenze delle minoranze drusa e beduina (su questo punto potete leggere il reportage di domenica 20 dicembre, nda).

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