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Ecco iGaza, la prima applicazione per iPhone sulla Striscia

La controffensiva – o resistenza, a seconda dei punti di vista – si fa anche così, con un semplice telefonino. Ne è convinto l’inglese Gary McFarlane che ha creato la prima applicazione per smartphone dedicata alla Palestina. Si chiama iGaza, si scarica gratuitamente da iTunes e una volta installata apre una finestra aggiornata in modo costante sulla Cisgiordania e soprattutto su quello che succede nella Striscia. (continua…)

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Ecco “If I die”, l’applicazione per Facebook dove registrare l’ultimo saluto al mondo

Rischia senz’altro di aprire un fronte legale senza precedenti. E di sembrare una cosa macabra. Ma intanto va presa per quel che è: una semplice applicazione per Facebook. Non è un gioco, nemmeno uno di quei test d’intelligenza. È una creazione che serve dopo la morte. Per salutare famigliari, parenti, amici. Per evitare di lasciare il mondo terreno senza spendere una parola. E per diventare mortali anche nel web, dove a regnare è l’immortalità.

Si chiama “If I die” (Se dovessi morire) ed è un’applicazione creata per Facebook dalla startup israeliana Willook che consente agli utenti di registrare un messaggio video d’addio o scrivere una lettera di congedo dal mondo. Per dire e scrivere cosa? Dipende. Dalla persona e dalle circostanze. C’è chi può creare un filmato strappalacrime e chi, invece, chiudere con l’ironia. Chi può dire addio rivelando un segreto e chi, invece, lasciare un testamento.

Una volta fatto tutto questo, la pubblicazione sul profilo del deceduto avverrà solo quando la persona sarà davvero morta. È per questo che per dare l’ok alla pubblicazione servirà l’intervento delle tre persone di fiducia – anche loro iscritte a Facebook – che saranno indicate dall’utente che intende lasciare un messaggio dopo il decesso. A queste verrà affidato il compito di comunicare la notizia a tutti gli amici virtuali. Solo quando tutti e tre avranno notificato la morte, comparirà sul wall del profilo il messaggio di congedo.

L’applicazione è nata da una vicenda vera. E da un discorso che l’amministratore delegato della startup israeliana, Eran Alfonta, ha fatto con un suo amico. «“Se mi succede qualcosa, chi penserà ai miei figli?”, mi ha chiesto a un certo punto il mio amico», racconta Alfonta. «È a quel punto che mi ha chiesto di creare qualcosa che poteva valere sia come testamento che come ultimo messaggio alla famiglia». Qualche settimana dopo l’amico è morto insieme alla moglie in un incidente stradale in Italia. In Israele, hanno lasciato orfani tre figli.

L’applicazione – che prevede un costo, anche se sostenibile – sta cercando anche di ricevere, almeno nello Stato ebraico, un codice di validità, così da far risultare l’ultimo messaggio, che sia video o testo, valido legalmente di fronte alla Giustizia.

A proposito di Facebook: il social network ha fatto il suo primo acquisto tra le startup israeliane. In questi giorni sta perfezionando la compravendita di “Snaptu“, la società che si occupa di applicazioni per gli smartphone. Prezzo? Quasi 70 milioni di dollari.

© Leonard Berberi

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Due israeliani creano l’applicazione contro i prodotti fatti negli insediamenti

L’offensiva ai coloni israeliani si arricchisce di un’altra “arma”. E, nemmeno a dirlo, è un’arma tecnologica. Si chiama “Buy no evil” (Non comprare il male) e si tratta di una applicazione per smartphone con sistema operativo “Android”. A svilupparla sono stati due giovani blogger israeliani, Noam Rotem e Itamar Shaltiel, da mesi impegnati a contestare «l’occupazione e la colonizzazione della Cisgiordania».

“Buy no evil” funziona come un vero e proprio consigliere in fatto di acquisti. Ogni volta che il consumatore ha un dubbio sull’origine di un prodotto o vuole saperne di più si un altro prima di prenderlo dagli scaffali del supermercato gli basterà accedere all’applicazione attraverso il telefonino e potrà sapere se la merce è «made in the settlements» (prodotto negl’insediamenti) oppure no.

Dicono i due inventori che «comprare un prodotto significa dare ossigeno al produttore. Noi crediamo che il consumatore debba avere tutte le informazioni per decidere chi e cosa sostenere». Ma per evitare le accuse di avercela con gli ebrei delle colonie, Itamar e Noam hanno scritto sul loro blog che “Buy no evil” «può essere utilizzato non solo per stare alla larga dai prodotti degl’insediamenti, ma anche per non comprare merce testata sugli animali oppure per sostenere i prodotti bio». Per ora, però, l’applicazione (che si può scaricare gratis qui) mette a disposizione solo la lista nera dei prodotti dei coloni.

Leonard Berberi

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E ora un’applicazione ti tiene aggiornato sugl’insediamenti ebraici in Cisgiordania

A vederla così, sulla mappa, sembra la nazione dei Puffi. Ma solo per via del colore delle casette. Perché nella realtà l’applicazione per l’iPhone – “Facts on the Ground” – è uno strumento di monitoraggio degl’insediamenti israeliani sul suolo palestinese. Con tanto di dati aggiornati.


(Falafel Cafè)

Il tutto – come abbiamo già scritto qualche giorno fa – è stato messo a punto dall’organizzazione statunitense “Americans for Peace Now” (Apn). Che oltre a offrire l’applicazione gratuitamente (la puoi scaricare qui), cura anche una pagina web con la stessa cartina e gli stessi dati per quelli che non possiedono l’iPhone.

Un’idea che però in Israele non è piaciuta molto. Soprattutto per quella presentazione forse politicamente scottante: «Facts on the Ground è un centro di monitoraggio continuo sull’espansione degl’insediamenti in Giudea e Samaria». E anche per le dichiarazioni del presidente dell’Apn, Debra DeLee. «Questa nuova applicazione mostra – senza filtri – le conseguenze che provocano gl’insediamenti costruiti in Cisgiordania», ha detto DeLee.

Nell’app per iPhone, gl’insediamenti ebraici sono mostrati come tante piccole casette blu su una cartina di Google Maps. Cliccando su ognuna delle casette si ricavano alcune informazioni su quell’insediamento: il nome, l’anno di costruzione, la popolazione, l’ideologia della maggioranza della popolazione che vi abita, il tipo di abitanti (ultraortodossi o secolarizzati), quanta terra è stata «sottratta» ai palestinesi e un grafico che mostra l’andamento anagrafico negli anni.

L’applicazione è disponibile in inglese sia per l’iPhone che per l’iPad. Presto sarà compatibile anche con il sistema operativo Android e anche in lingua ebraica.

© Leonard Berberi

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