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Il quotidiano israeliano Maariv: colloqui di pace sull’orlo del fallimento

Il segretario di Stato Usa, John Kerry (a sinistra) insieme ai mediatori israeliano (Tzipi Livni) e palestinese (Saeb Erekat)

Il segretario di Stato Usa, John Kerry (a sinistra) insieme ai mediatori israeliano (Tzipi Livni) e palestinese (Saeb Erekat)

A quattro mesi dal loro inizio, i negoziati di pace israelo-palestinesi sono prossimi a un fallimento. Lo sostiene oggi il quotidiano Maariv secondo cui in questo momento il nodo centrale su cui le posizioni delle due parti sembrano inconciliabili riguarda il controllo militare sulla valle del Giordano. Anche su altre questioni (Gerusalemme, colonie e profughi) non sembra siano stati registrati progressi.

A quanto risulta al giornale, Israele prefigura uno Stato palestinese del tutto smilitarizzato, e insiste per garantirsi anche in futuro il controllo sul suo spazio aereo e sui confini. I palestinesi replicano che in quelle condizioni non si potrebbe più parlare di uno Stato vero e proprio; «sarebbe come una gabbia», hanno lamentato.

Fonti politiche israeliane hanno detto a Maariv che il premier Benyamin Netanyahu teme adesso pressioni statunitensi per il dislocamento sul Giordano di forze internazionali. Questa idea risulta essere sgradita ai palestinesi. Netanyahu, da parte sua, ha ribadito ieri in parlamento: «In ogni accordo (di pace) Israele dovrà essere in grado di difendersi da solo di fronte ad ogni minaccia. Non potremo affidarci a forze straniere». (Ansa)

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attualità, speciale libia

Mercenari in Libia, voci sempre più insistenti parlano del coinvolgimento israeliano

Aleggia lo spettro di un ex alto ufficiale israeliano dietro il reclutamento di migliaia di mercenari entrati in azione in Libia, conto gli insorti, al soldo del colonnello Gheddafi. La voce, raccolta per prima dalla tv qatariota Al Jazeera, riecheggia oggi anche su Maariv, uno dei più diffusi giornali di Tel Aviv, che ne scrive in forma dubitativa («Leggenda o verità?»), ma con dovizia di dettagli. E senza trascurare il sospetto che l’ipotetica operazione sia avvenuta addirittura con il placet del governo e dei vertici della sicurezza dello Stato ebraico: disposti a far dare una mano anche al detestato rais per timore d’un contagio islamico-fondamentalista a Tripoli, sull’onda della rivolta.

Il racconto è di quelli romanzeschi, da spy-story d’annata. In Israele, per ora, non trova riscontri e neppure pezze d’appoggio concrete. Ma Al Jazeera ne attribuisce la paternità direttamente a un reporter di Yedioth Ahronoth, il tabloid a maggior tiratura dell’intero panorama editoriale israeliano. E se questa testata per ora ne tace, non altrettanto fa Maariv: sottolineando a più riprese la mancanza di conferme in patria, senza peraltro dar conto nemmeno di smentite.

La presunta rivelazione fa riferimento a un generale della riserva – che Maariv non cita, ma che sembra avere il profilo di un ufficiale di rango assai elevato, già comandante delle forze israeliane in Cisgiordania – indicato quale terminale dell’asserita macchinazione. Un veterano impegnato ora nell’addestramento di militari e miliziani in Africa – attraverso un’accreditata società di “sicurezza privata” – al quale sarebbe stato commissionato niente meno che l’invio nell’inferno libico di 50.000 soldati di ventura: raccolti, forse insieme con altri appaltatori, in diversi angoli del continente nero (Kenya, Ciad, Nigeria, Mali, Senegal, Darfur) ed equipaggiati “ecumenicamente” con armi di fabbricazione americana, russa, britannica e israeliana.

La cifra pattuita, per il finanziamento dell’affare e il pagamento delle astronomiche commissioni, sarebbe stato di cinque miliardi di dollari. Nella narrazione ripresa da Maariv si ipotizza che, a titolo di garanzia e saldo, il regime libico possa aver promesso ai fornitori lo sfruttamento prossimo venturo di alcuni giacimenti di petrolio e gas nella Cirenaica, una volta che questa regione fosse stata “liberata” dagli insorti. E probabilmente anche una base logistica per eventuali incursioni militari future in imprecisati «Paesi vicini».

A dar retta ad Al Jazeera – e alla fantomatica gola profonda che il network chiama in causa – il soccorso al regime di Gheddafi sarebbe stato autorizzato il 18 febbraio durante una riunione top secret a cui avrebbero preso parte il premier israeliano Benyamin Netanyahu, il ministro della Difesa Ehud Barak, quello degli Esteri Avigdor Lieberman e il capo dell’intelligence militare Aviv Cochavi: tutti profondamente inquieti per gli sbocchi della rivolta libica e il timore di un potenziale coinvolgimento di gruppi islamici visceralmente anti-sionisti come la Fratellanza Musulmana.

Di qui il via libera definitivo all’ex generale, incaricato di procedere e concordare i particolari del piano con il capo dei servizi segreti libici, Abdallah Senussi, in un incontro che si sarebbe svolto in effetti pochi giorni più tardi nel territorio del Ciad. Un romanzo, appunto. Ma foriero di imbarazzi colossali, se confermato anche soltanto in minima parte. (Alessandro Logroscino / Ansa)

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Natale, ecco le notizie da Israele e Palestina

(Reuters)

La carica dei cinquecento. Circa 500 fedeli della comunità cristiana della Striscia di Gaza, l’enclave palestinese controllata dagli islamico-radicali di Hamas, si sono messi in marcia in vista del Natale per raggiungere Betlemme, in Cisgiordania, attraverso il varco israeliano di Eretz. I fedeli potranno partecipare ai riti della Natività nella città di Gesù grazie a speciali lasciapassare concessi in occasione della festività cristiana dalle autorità israeliane, che hanno imposto ferree restrizioni lungo i confini con la Striscia fin dall’ascesa di Hamas nel 2007. Secondo le stime più generose, la presenza cristiana dell’enclave conta in totale – fra ortodossi e cattolici – circa 3.500 persone su oltre un milione e mezzo di abitanti musulmani. Si tratta di una comunità che ha subito attacchi vandalici e intimidazioni durante gli scontri del 2007 che portarono al potere Hamas e sulle cui condizioni anche oggi continua a emergere di tanto in tanto qualche segnale d’allarme. Il vertice politico di Hamas si è ripetutamente impegnato negli ultimi tempi a garantire protezione alla sparuta minoranza religiosa.

Bontà natalizia. Israele consentirà agli agricoltori e agli imprenditori palestinesi della Striscia di Gaza di esportare all’estero merci prodotte nel territorio. sarebbe la prima volta dal giugno 2007. È quanto riferisce la radio militare israeliana, precisando che sinora era stata consentita solo l’uscita di merci prodotte nell’ambito di progetti internazionali. Da domenica nella Striscia di Gaza dovrebbe essere tutto pronto per il nuovo ritmo di esportazioni. La notizia arriva dopo che l’8 dicembre il gabinetto israeliano della sicurezza ha autorizzato un «significativo aumento» delle esportazioni dalla Striscia di Gaza alla Cisgiordania, sulla base di un coordinamento con l’Autorità nazionale palestinese, e all’estero.

(Miriam Alster / Epa)

Turisti della natività. Tornano i turisti a Betlemme, dove in vista del Natale ormai imminente si consolidano i segnali positivi di un rilancio delle presenze di pellegrini e ospiti dopo qualche anno di relativa stasi. A confermarlo all’Ansa è il vicesindaco, George Saade. «Il periodo natalizio – spiega Saade – è cruciale per la nostra economia. Gli introiti maggiori vengono dal turismo, che noi cerchiamo di incentivare organizzando un fitto calendario di eventi». E i turisti non sembrano in effetti deludere le attese: gli hotel stanno facendo registrare in questi giorni il tutto esaurito, mentre dall’inizio del 2010 le presenze si sono attestate già a 1,1 milioni, un 20% in più rispetto al 2009. Non manca tuttavia il problema delle limitazioni di accesso. Israele ha annunciato la concessione di alcune migliaia di permessi speciali per il Natale, destinati in particolare a favorire lo spostamento interno ai Territori – e fra Betlemme e Gerusalemme – dei fedeli arabo-cristiani. Per il vicesindaco tuttavia non basta.

Numeri cristiani. Sono 153.200 i cristiani (2% della popolazione) registrati all’anagrafe israeliana per questo 2010. Il dato è stato reso noto dall’Ufficio centrale di statistica di Gerusalemme. Tra questi, poco più dell’80% sono arabo-israeliani e la maggior parte è arrivata dalle ex repubbliche sovietiche negli anni Novanta grazie alla “legge sul ritorno”. Nazareth è la città dove si concentra la maggior parte (22.300 persone), seguita da Haifa (13.700) e Gerusalemme (11.500).

(Leonard Berberi / Agenzie)

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Marocco, il re si rifiuta di incontrare il presidente Peres. Visita annullata

GERUSALEMME – Il presidente israeliano Shimon Peres ha annullato una programmata visita in Marocco, dopo il no alla sua richiesta di incontrarsi con re Mohammed VI. Secondo quanto hanno riferito stasera i media israeliani, Peres avrebbe dovuto partecipare al Forum Economico Mondiale in Marocco e tenere un discorso ai partecipanti. Lo scorso venerdì però il monarca marocchino ha inviato un messaggio a Peres per dirgli che in altre circostanze sarebbe stato lieto di riceverlo ma che il momento politico rende per ora impossibile l’incontro. In seno alla presidenza israeliana si interpreta il rifiuto del re come un segno di malumore per la politica di Israele nei confronti dei palestinesi. L’ufficio di Peres ha detto che il presidente ha il diritto di rifiutarsi di visitare paesi in cui non gli sia consentito di incontrarsi con i capi di Stato. (ANSA)

Leggi anche: Gerusalemme Est, Netanyahu dà il via alle nuove costruzioni

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attualità

Maschere, divise e armi

Coloni ebrei festeggiano il Purim 2010 nella parte israeliana di Hebron (foto Noam Moskowitz)

L’invasione dei pirati. A Gerusalemme. A Tel Aviv. A Haifa. A Beersheva. Occhi bendati ovunque. Così come i cappelli del 17esimo secolo e le lunghe barbe. E lunedì saranno ancora di più. Alla faccia dell’avvertimento della polizia a fare attenzione su possibili attentati.

È il Purim, una festa ebraica a cui nessuno si sottrae. Nonostante a Gerusalemme Est e a Hebron si sentano gli echi di un conflitto mai finito. E nonostante su, al confine con il Libano e giù, al confine con la Striscia di Gaza e l’Egitto, il territorio sia blindato come non mai.

“Quest’anno preferiscono il costume dei pirati”, spiegano i commercianti. Certo, vanno forte anche i supereroi come Superman, Batman e i manga giapponesi. I politici? “Non tirano più”, dice qualcun altro. L’eccezione però c’è. E lo rivela Giacomo, milanese trapiantato in Israele, all’Ansa: “Stasera andrò a una festa vestito da Silvio Berlusconi e sarà un successo! Gli israeliani lo adorano!”.

E c’è chi, come gli adepti di Neturei Karta (una setta ultraortodossa che rifiuta la legittimità dello Stato ebraico moderno e coltiva ottimi rapporti con il presidente iraniano Ahmadinejad) vorrebbero importare in Israele costumi da nazisti. Dalle uniformi delle SS a quelle della Gioventù hitleriana. “Indossare una di queste divise – dicono i rabbini Neturei – è comunque meglio che mascherarsi da soldato israeliano. O da qualsiasi altra cosa profanata dai simboli sionisti”.

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attualità, economia

In Israele, boom dei turisti cattolici

Colonne secolari a Cesarea

Sarà pure un Paese per ebrei, ma i cattolici non scherzano. O meglio, i turisti seguaci di Cristo. Nonostante la crisi. Nonostante la tensione interreligiosa sempre presente. Nonostante tutto. Perché nel primo mese del 2010, i pellegrini cattolici hanno trainato il turismo in Israele.

A registrare gli aumenti più consistenti – secondo il ministero israeliano del Turismo – sono stati i brasiliani e gli italiani. Paesi prevalentemente cattolici, appunto. In cifra assoluta, la Francia resta prima, con 11.500 ingressi – nel gennaio scorso -, seguita da Italia (6.700), Polonia (6.000) e Brasile (3.700).

Se si va a guardare il tasso di crescita, notevole il +171% dal Brasile, il +81% dall’Italia e il +60% dalla Polonia rispetto al gennaio 2009 (mese che ha visto l’offensiva militare di Israele proprio contro la Striscia di Gaza).

Secondo il ministro Stas Misezhnikov – stando a quello che scrive l’Ansa – si tratta di un successo legato anche a quelle operazioni “di marketing”. Oltre che ai 10 milioni di shekel (due milioni di euro circa) investiti dal dicastero per una campagna pubblicitaria ad hoc riservata proprio ai Paesi cattolici. “Il turismo cattolico ha ancora un ampio potenziale di crescita e il ministero continuerà a investire, facendo leva sul patrimonio religioso, storico e archeologico di Israele”, ha detto Misezhnikov.

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