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L’Ue stacca l’assegno per la Palestina. Dal 2007 Bruxelles ha dato oltre un miliardo

Tempo di entrate economiche per l’Autorità Nazionale Palestinese. Un altro assegno è stato appena emesso dall’Unione Europea. Il sesto, da quando è iniziato il nuovo anno. In tutto il 2010, l’Ue darà un contributo di 158 milioni di euro attraverso il meccanismo comunitario Pegase. Il denaro servirà a pagare gli stipendi pubblici e le pensioni sia in Cisgiordania che nella Striscia di Gaza.

«Vorrei ribadire che continuiamo a mantenere gli impegni nei confronti del popolo palestinese e della sua Autorità politica con l’auspicio che questo getti le basi del futuro Stato Palestinese», ha dichiarato il rappresentante dell’Unione europea, Christian Berger.

Dal 2007 a oggi, l’Ue ha contribuito con una media di 500 milioni di euro ogni anno per consentire all’Anp di fare fronte all’assistenza dei rifugiati, dei civili e alla gestione della pubblicazione amministrazione. Resta il dubbio su dove vadano a finire i soldi destinati a Gaza. C’è chi teme – come Israele – che finiscano direttamente nelle mani di Hamas, il gruppo terroristico che controlla la Striscia.

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Scompare Hirsch, l’unico consigliere ebreo di Arafat

Moshe Hirsch, 86 anni, l'unico consigliere ebreo dello staff di Yasser Arafat (foto Ap)

Era uno dei consiglieri più stretti di Yasser Arafat, il leader palestinese morto nel 2005. Ed era anche l’unico ebreo che Arafat ascoltava. Moshe Hirsch, leader dei Neturei Karta, è morto qualche giorno fa nel quartiere di Gerusalemme Mea Shearim. Aveva 86 anni. Anni vissuti pericolosamente.

Hirsch era nato a New York e si era trasferito poco anni dopo in Israele, che lui considerava da sempre un “territorio palestinese occupato”. E si è sempre considerato l’erede diretto del rabbino Amram Blau e Leib Weisfish, i fondatori dei Neuteri Karta, organizzazione ultraortodossa che è ostile allo Stato israeliano e critico nei confronti di quelle organizzazioni religiose ebraiche che prendono soldi dal governo di Gerusalemme.

Negli anni ’80, Hirsch conosce Arafat, quando quest’ultimo viveva in esilio a Tunisi. Da lì divenne il “consigliere sugli affari ebraici” quando fu creata l’Autorità palestinese. Morto Arafat e con la salute che peggiorava, Hirsch s’è fatto vedere sempre meno. Ma non ha mai smesso di costruire rapporti con paesi ostili a Israele. L’ultimo, in ordine di tempo, è l’Iran di Ahmadinejad.

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Una donna palestinese alla guida di Ramallah

Leila Ghannam nel suo nuovo ufficio di Ramallah, in un palazzo modesto di cinque piani (Yedioth Ahronoth)

Un segnale preciso ad Hamas. E al resto del mondo. Mahmoud Abbas, presidente dell’Autorità palestinese, ha sorpreso tutti scegliendo una donna – la prima in assoluto – come governatrice di Ramallah (la capitale dell’Anp) e del distretto di al-Bireh. Per mandare a dire ad Hamas che l’Anp è moderno, civilizzato e premia la meritocrazia. Per comunicare a tutte le donne palestinesi che con i sacrifici anche loro possono fare tutto. E per mostrarsi al mondo occidentale come un interlocutore valido – anzi, il più valido – nel dialogo con Israele.

Lei si chiama Leila Ghannam, ha 35 anni ed è nata nel villaggio di Deir Dibwan, a pochi chilometri da Ramallah. Nelle file del Fatah, il partito di Abbas, fin dai tempi delle superiori, Leila ha scalato in fretta i gradini dell’Anp diventando uno dei responsabili delle forze di sicurezza palestinesi.

Viene poi messa a capo della segreteria del ministero del Welfare e nel frattempo si prende anche un dottorato in psicologia. Quello che poi colpisce di Ghannam è anche il fatto che è single e senza figli. Figura insolita in una società che fa della famiglia uno dei nodi della propria cultura.

“Il nostro presidente non fa distinzioni di sesso, ma vuole soltanto avere a che fare con persone capaci di affrontare i problemi della nostra società”, ha detto la Ghannam a un cronista dello Yedioth Ahronoth. In quanto al vertice di Ramallah, Leila ha anche il comando delle forze armate palestinesi. E dovrà, proprio per questo, gestire i contatti tra il suo esercito e quello israeliano.

“Ramallah è la nostra capitale politica ed economica. Ma è Gerusalemme quella eterna”, continua la Ghannam. E Hamas? “Qualsiasi suo tentativo di destabilizzare il nostro territorio sarà fermato con il pugno di ferro”, risponde al britannico Times.

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No man left behind

Gilad Shalit

No man left behind. Nessun uomo è lasciato indietro. Ricordi Netanyahu? Te l’hanno insegnato la prima volta che hai indossato una divisa verde. E non te lo sai mai più dimenticato. Erano altri tempi, certo. Scorreva più sangue.

Ma quel motto, ancora vivo, dovrebbe – deve – valere anche oggi. Anche – e soprattutto – di fronte a Gilad Shalit. Un adolescente diventato uomo troppo in fretta. Un ragazzo che ha vissuto vent’anni in tre. E in un tugurio. Nascosto al mondo. E alla luce del sole.

Sono ore “drammatiche” per il caporale Gilad Shalit. Il ragazzo mingherlino, con gli occhiali tondi e lo sguardo da infante. Il riservista nato a Mitzpe Hila, al confine con il Libano. Un agglomerato di case sconosciuto al mondo in cui ci abitano meno di 600 persone. Aveva 19 anni e 10 mesi quand’è stato catturato dall’altra parte del Paese, al confine con Gaza.

Da lì la lunga odissea. Sua. Del padre Noam. Della madre Aviva. E di un’intera nazione che, dopo Ehud Goldwasser e Eldad Regev, vive il terzo grande trauma della sua recente storia.

Ore decisive. “Cosa deciderebbe papà Netanyahu se nelle mani degli integralisti palestinesi ci fosse suo figlio?”, si chiedeva una foto apparsa oggi su Internet. Più che una foto, un fotomontaggio. Dove il volto di Shalit prigioniero era sostituito da quello di Avner, il figlio diciottenne del primo ministro appena arruolato.

La decisione finale si gioca anche su questo. Soprattutto su questo: sulle emozioni. E su quella domanda che in tanti, a Gerusalemme come a Tel Aviv, a Haifa come Beersheba, a Eilat come a Netanya si pongono tutti: se fosse mio figlio?

La situazione. Tre ministri (Ehud Barak, Ely Ishai e Dan Meridor) vorrebbero accettare le richieste di Hamas: 980 detenuti palestinesi in cambio del fantasma Shalit. Altri tre ministri (Benny Begin, Moshe Yaalon, Avigdor Lieberman), invece, sono contrari. Finito? Non proprio. Gaby Ashkenazi, capo di stato maggiore, è per lo scambio. Yuval Diskin, guida dello Shin Bet (sicurezza interna) contrario.

Parità assoluta. In tutto questo, Netanyahu prende tempo. Ora vorrebbe consultare tutti i ministri. Poi ottenere il voto del Parlamento. Perché Shalit non è più soltanto un soldato. E’ anche l’assicurazione sulla vita (politica) di Abu Mazen e di Al Fatah. Così come il punto di svolta del processo di Pace. Politica. Roba da grandi.

Per Shalit, intanto, inizia il giorno 1275. Di prigionia.

Aggiornamento del 23.12.2009: secondo un sondaggio pubblicato su Haaretz, il 52% degli israeliani si dichiara disposto a “pagare qualsiasi prezzo” pur di salvare il soldato Shalit.

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