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Quegli ebrei ultrareligiosi che si trasferiscono nelle città arabo-israeliane

C’è un preciso disegno, denunciano. Dicono pure che sia in atto da qualche anno. E, fanno capire, o si fa qualcosa o quello degl’insediamenti sarà soltanto un piccolissimo problema in confronto. «Dopo aver occupato la Cisgiordania, ora vogliono cacciare gli arabo-israeliani dallo Stato ebraico trasferendosi in massa nelle città miste». L’allarme l’ha lanciato Mohammad Darawshe, uno dei capi dell’«Abraham Fund Initiatives», l’organizzazione no profit che promuove la convivenza tra ebrei e arabi in Israele.

Dice Darawshe che negli ultimi anni diverse migliaia di ebrei ultraortodossi si sono trasferiti nelle zone periferiche – di Jaffa, Lod, Ramla, Acco – abitate dalla maggioranza araba dove hanno costruito quartieri e attività commerciali soltanto per loro, «minando così la pacifica convivenza che va avanti da tempo». «Lo Stato deve fare qualcosa, non può fare preferenze etniche, altrimenti viola i principi della democrazia», ha sottolineato Darawshe.

Quasi un quinto della popolazione israeliana è araba. La maggior parte vive in città e villaggi a maggioranza araba, tranne qualche eccezione, come Haifa, terza città dello Stato ebraico. Mentre di là, oltre il muro di separazione, in Cisgiordania, nei decenni oltre 300 mila coloni si sono insediati su terre che – da un punto di vista della Comunità internazionale – non appartengono a Israele.

L’attivista Aharon Attias posa davanti al cantiere della città di Lod – tra Tel Aviv e Gerusalemme – dove saranno costruiti i palazzi che ospiteranno soltanto gli israeliani di religione ebraica (foto Ariel Schalit/Ap)

Ma quello che in molti stanno chiamando la «colonizzazione interna» d’Israele allarma ancora di più. «Le modalità di insediamento nello Stato ebraico sono le stesse di quelle che hanno animato e animano le colonie in Cisgiordania», denuncia l’organizzazione no profit. «Per gli stessi coloni la Linea Verde non c’è, quella terra è tutta Israele».

L’Associated Press, in un lungo articolo, rivela che a dare una mano agli ebrei ultraortodossi a costruire case e strutture nelle città israeliane a maggioranza araba è una delle organizzazioni più potenti, l’Israel Land Fund, che si occupa di dare tutto il supporto economico e logistico necessario con l’obiettivo di «assicurare che la terra d’Israele resti nelle mani del popolo ebraico per sempre».

«Grazie al nostro fondo abbiamo portato 50 mila famiglie a Jaffa», ha detto Arieh King, il direttore dell’Israel Land Fund. Jaffa è la città a maggioranza araba che fa parte di Tel Aviv. «Ci sono luoghi in Jaffa dove si sono insediati il Movimento islamico e altri gruppi», ha aggiunto King. «La gente aveva paura di sventolare la nostra bandiera nazionale per paura di qualche reazione araba. Ma ora, grazie a noi, gli ebrei si sentono decisamente più al sicuro».

Un’israeliana passeggia davanti a un cantiere edile che sta costruendo edifici soltanto per ebrei nella città di Lod (foto Ariel Schalit/Ap)

Il fondo non si ferma qui. Ora sta cercando investitori per realizzare un progetto da 16 milioni dollari per costruire condomini e alberghi nell’area portuale di Acco. Ma quell’area di Acco, fanno sapere gli arabi, è patrimonio mondiale dell’umanità dell’Unesco. Non la pensa così il mega-cartellone che compare all’ingresso dell’area interessata: «Come sempre, le ricompense finanziarie sono nulla in confronto ai benefici spirituali e ideologici che deriverebbero dal sapere che il progetto avrà un impatto enorme per far sì che Acco resti una città ebraica».

A proposito di Acco (San Giovanni d’Acri). Qui ci vivono in 50 mila: sette su dieci sono ebrei, il restante è arabo. Nonostante le differenze numeriche hanno vissuto per decenni in tranquillità. Ma per molti l’equilibrio è compromesso con l’arrivo delle nuove famiglie ultraortodosse. «I nuovi arrivati non capiscono la mentalità di ebrei e arabi che convivono qui da anni in santa pace», ha denunciato Adham Jamal, vice-sindaco di Acco il cui primo cittadino è ebreo.

Un processo simile sta avendo luogo anche a Lod, a metà tra Tel Aviv e Gerusalemme, dove l’Associated Press ha sentito un po’ di residenti. Quelli ebrei ultraortodossi parlano di lotta per non lasciare la città in mano agli arabi. Questi ultimi descrivono i «coloni di nuova generazione» come un «cancro che non si riesce più a estirpare».

 © Leonard Berberi

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E alla fine Street View arriva in Israele

E alla fine Street View arrivò in Israele. Le macchinine e i tricicli di Google dotati di fotocamere capaci di registrare immagini a 360 gradi da oggi sono in giro per le vie di Gerusalemme. Poi andranno a Tel Aviv e Jaffa, quindi ad Haifa, il Mar Morto, il cratere Ramon, Nazareth, Akko. Nel giro di pochi mesi anche Israele sarà sulla cartina di Google Maps. Ma il viaggio, nonostante i proclami, non sarà così facile.

Per dire: come si comporterà la macchinina per le vie del quartiere ultraortodosso di Mea Shearim? E come si avvicinerà a tutto il compound che riguarda il Parlamento, il palazzo del governo, il museo dello Yad Vashem e altri obiettivi sensibili? Per non parlare dei quartieri a est, quelli a maggioranza palestinese. Di risposte certe, non ne sono state date. È tutto un «rispetteremo la privacy», «faremo in modo da non urtare le sensibilità religiose e politiche di Gerusalemme», ecc.

Di certo, stando a chi questo servizio un po’ lo conosce, Street View rischia di essere preso a sassate una volta che gli ebrei ultraortodossi si accorgeranno di essere fotografati. Vai poi a spiegarglielo che i volti, ecco, quelli non si vedranno. E nemmeno le targhe delle auto. E nemmeno altre indicazioni «sensibili» per la religione e la sicurezza.

Un trionfante Nir Barkat (foto sopra), primo cittadino gerosolimitano, ha annunciato ieri – a ridosso delle antiche mura della città vecchia (e contestata) – che parte dalla «capitale d’Israele» il viaggio di Google. In sella al triciclo con la grande “G” ha detto che il servizio che sarà offerto al mondo «permetterà di incrementare i visitatori prima virtuali poi reali della città: i tesori di Gerusalemme saranno visti da chiunque».

I primi posti «coperti», nella Città Santa, saranno il mercato Mahane Yehuda e il quartiere di Ein Kerem. Si procederà a macchia di leopardo, cercando di consegnare al web il prima possibile le principali attrattività delle città – e delle località turistiche – coprendo poi le zone ancora non fotografate.

Con un occhio – grosso così – alla sicurezza. Perché la vera paura d’Israele, quella che ha bloccato il servizio Street View fino a ora, è quella di offrire ai terroristi islamici prove fotografiche, indicazioni stradali e localizzazione esatta dei punti sensibili del Paese. Non basterà quindi la semplice pecettatura di volti e altro. Google ha promesso che eliminerà tutte quelle scritte o simboli che potrebbero poi finire nei dossier dei miliziani estremisti, Hamas su tutti.

Leonard Berberi

[foto di Sebastian Scheiner / Ap – Per sapere la copertura di Street View nel mondo cliccare qui]

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