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L’Egitto: stop all’export di foglie di palma. E in Israele una festa è a rischio

«A.A.A. Foglie di palma cercasi per importante festività. No perditempo. Pagamento immediato». A immaginarlo, l’annuncio, potrebbe essere più o meno così. Quel che è vero, però, è l’appello. A tratti disperato.

Lo Stato ebraico di Israele sta cercando qualcuno – un Paese, un’azienda – che possa metterle a disposizione almeno 700 mila foglie di palma da utilizzare il prossimo 12 ottobre (e per una settimana circa) in occasione della festa ebraica del Sukkot, da noi meglio conosciuta come dei Tabernacoli o delle capanne. Le foglie non sono un elemento di arredo, ma un vero e proprio simbolo della celebrazione.

L’Egitto, l’importatore un tempo storico e fidato, ha fatto sapere che le foglie di palma nate e cresciute sul suo suolo non andranno a finire nelle case degl’israeliani. Non solo quest’anno, ma anche in quello prossimo. Un annuncio «ad personam», visto che il divieto scrive espressamente che vale solo per Israele. Qualcosa di simile era successa nel 2005. Ma allora sembrava fosse tutto frutto di accordi commerciali per far alzare il prezzo del prodotto.

È a quel punto che il ministero dell’Agricoltura dello Stato ebraico ha inserito l’annuncio sul suo sito web. «Il nostro Paese cercherà di aumentare la produzione locale», hanno detto alcuni funzionari del dicastero. L’altra soluzione sarebbe quella di chiedere una mano a Spagna e Giordania. E se questo non dovesse bastare, ci sarebbe sempre la decisione estrema: bussare alle porte di Gaza City e chiedere ad Hamas di prendere qualche foglia.

Le relazioni fra Israele ed Egitto hanno toccato il minimo nelle ultime settimane. Cioè dopo la morte di sei poliziotti egiziani, uccisi dall’esercito israeliano mentre dava la caccia, il 18 agosto scorso, agli autori degli attentati nella zona di Eilat, sul mar Rosso, vicino al confine tra i due Paesi. Il 9 settembre una folla inferocita ha attaccato al Cairo l’ambasciata israeliana, saccheggiandola in parte e costringendo quasi tutto il personale diplomatico a fuggire in Israele nel cuore della notte.

Quanto alla festa, le foglie di palma servono a coprire i tetti delle capanne che i fedeli costruiscono per ricordare l’esilio del popolo ebraico nel deserto del Sinai, dopo la fuga dall’Egitto. Per la celebrare la ricorrenza, la Torah ordina di utilizzare quattro specie di vegetali: il lulav (un ramo di palma), l’etrog (un cedro), un ramo di mirto ed un ramo di salice.

Leonard Berberi

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economia

A Gaza si inizia a esportare: partiti i primi due camion carichi di fragole palestinesi

L’unico dubbio è sull’etichetta. Come le classificheranno? «Made in Gaza Strip» o «Made in Palestine»? Perché sul nome i giochi sono fatti: si chiameranno, semplicemente, «Strawberries. Fraises. Erdbeeren». Senza marca. Solo la traduzione del frutto in inglese, francese e tedesco.

Diciamocelo: un non problema, in fondo, quello dell’origine. Perché la questione è un’altra. E più alta. L’allentamento del blocco israeliano ha aperto le porte, da qualche giorno, alle esportazioni di fragole della Striscia. Con il risultato che – almeno è quello che sperano i coltivatori musulmani – mille tonnellate di frutta imbocchino la strada verso l’Europa in piccole confezioni da 250 grammi.

C’è entusiasmo e voglia di lavorare tra gli agricoltori palestinesi di Gaza secondo i cronisti dell’agenzia Reuters. I primi due camion sono partiti dalla Striscia domenica 28 novembre. Erano anni che non succedeva. O almeno non con queste quantità. «Nelle prossime settimane speriamo di far partire almeno dieci tir al giorno stracolmi di fragole palestinesi», ha detto Raed Fattouh, coordinatore dell’approvvigionamento da Israele a Gaza.

«I due camion finiranno il viaggio in Olanda», fa sapere Ahmed Al-Shafai, uno dei più grandi imprenditori agricoli di Gaza. Da lì, le fragole finiranno prima nei mercatini del Belgio, poi in quelli della Francia. In parallelo, lo Stato ebraico ha allargato il valico di Kerem Shalom per permettere ai prodotti palestinesi di uscire dalla Striscia per essere venduti fuori dal Medio Oriente. A sorvegliare non c’è soltanto l’esercito israeliano, ma anche una delegazione dell’Unione europea e dell’Autorità palestinese. Hamas – scrive la Reuters – è stata tenuta fuori. Ma, almeno in queste prime battute, non crea problemi.

Leonard Berberi

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attualità

Israele, la siccità continua. E i rabbini invocano l’aiuto di Dio

E ora non resta che invocare Dio. Perché sono mesi che su Israele non cade una goccia d’acqua. E gli acquazzoni, ormai, sono solo un ricordo. Anche a novembre inoltrato in alcune aree continua a fare caldo. Così caldo che il terreno si sta spaccando per l’arsura.

È per questo motivo che il Rabbinato ha disposto che tutte le sinagoghe del Paese inseriscano tre invocazioni speciali tra le preghiere quotidiane. E ha proclamato ieri una giornata di «digiuno, preghiera e pentimento».

Una decisione che in realtà è già prevista dal Talmud. In questo testo sacro, infatti, è prescritto che quando la pioggia si fa attendere troppo, allora si può invocare l’aiuto di Dio.

Le preghiere speciali – hanno deciso i rabbini – «devono essere recitate in tutte le sinagoghe» e, in quelle in cui ci sono almeno dieci fedeli di sesso maschile che digiunano, «deve essere effettuata una lettura straordinaria della Torah, supplicando l’Altissimo di mandare pioggia».

Leonard Berberi

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attualità, economia

La peggior crisi dei pomodori costringe Israele a comprare dal “nemico” turco

Nemmeno il tempo di esultare per la nascita di Antonella, il super-pomodoro, nemmeno il tempo di vendere il brevetto all’estero che arriva la peggiore crisi israeliana dell’ortaggio rosso. Così tocca rivolgersi pure al “nemico” turco per rifornire i mercatini di Tel Aviv e Haifa.

Se ne vedono così pochi, di pomodori, che i prezzi sono saliti alle stelle. L’estate della creazione di Antonella è stata – grazie alle temperatura sopra i 45 gradi centigradi – anche quella che ha ammazzato quasi il 90% delle piante. Così, per comprare un chilo si possono sborsare anche tre euro e mezzo. Quasi cinque volte il prezzo medio di maggio.

Shalom Simhon, il ministro dell’Agricoltura, ha chiesto ai suoi funzionari di intervenire presso l’Autorità fiscale per revocare – almeno per qualche settimana – il dazio doganale per i pomodori (20 centesimi ogni chilo) importati da Turchia, Giordania, Egitto e Italia. E ancora: di trovare sul mercato estero almeno duemila tonnellate di ortaggio da distribuire subito nel paese e di sovvenzionare gli agricoltori danneggiati.

E a cantare il De Profundis del pomodoro made in Israel ci ha pensato “2Eat”, un sito specializzato in cucina. In un sondaggio “2Eat” scrive che la carenza di pomodori ha costretto buona parte dei ristoranti a cambiare il menu. Nella regione dello Gush Dan – scrive il sito di Haaretz – «il 5% dei ristoranti ha tolto l’ortaggio dal menu e ha iniziato a servire ai clienti insalata senza pomodoro». Chi, invece, non ha fatto in tempo a ristampare i menu – continua “2Eat” – ha più che triplicato i prezzi (da 60 centesimi a 2 euro) dello shakshuka o della pasta col pomodoro.

Leonard Berberi

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