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Il governo israeliano: è emergenza migranti dall’Africa

È divenuto «una piaga di Stato» il fenomeno dei «migranti illegali» provenienti dall’Africa, passando attraverso il Sinai egiziano. Lo ha affermato il premier Benyamin Netanyahu nella seduta domenicale del Consiglio dei ministri durante la quale ha esaminato piani di contingenza. Il premier ha anticipato fra l’altro che si recherà in Africa, per studiare in maniera più approfondita le radici del fenomeno e le sue possibili soluzioni nei Paesi di origine. Fra questi figurano Sudan ed Eritrea.

Radio Gerusalemme ha riferito che nel 2011 sono entrati in Israele 30 mila «migranti illegali», il cui numero è oggi stimato in 50 mila. Secondo il ministro degli interni Ely Yishai (Shas) se Israele non prendesse contromisure, l’anno prossimo gli ingressi illegali potrebbero salire a 100 mila.

Fra le misure discusse dal governo vi sono: il completamento (entro 12 mesi) della barriera di confine fra Israele ed Egitto; l’allestimento nel Neghev di grandi campi di alloggiamento forzato; la messa a punto di programmi per il rientro consenziente dei migranti nei Paesi di origine.

In una intervista a radio Gerusalemme Yishai ha affermato che la quasi totalità dei migranti sono sospinti dal desiderio di lavorare in Israele «e solo poche decine di loro sono rifugiati politici veri e propri, ai quali viene data piena accoglienza». Questi dati sono accesamente contestati da alcune ong umanitarie. Da parte sua Netanyahu ha detto al governo che «intere popolazioni africane si sono messe in moto verso Israele». «Se non interverremo – ha avvertito – saremo spazzati via». 

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Immigrazione, esplode la rabbia degli israeliani: “Via gli africani dal nostro Paese”

"Non è razzismo, ma sopravvivenza", recita il cartello di alcuni manifestanti contro l'immigrazione africana nelle città israeliane

Sembra la Padania. Se non fosse che fa più caldo, non domina il verde e non c’è un leader alla guida. Non ancora, almeno. Ma le parole urlate ieri per le vie periferiche delle grandi città hanno fatto gridare qualcuno a una nuova forma di “leghismo”. E di razzismo. Non in Italia. In Israele.

«Non vogliamo aver paura a casa nostra». «Gli infiltrati devono tornarsene a casa loro». Questi e altri slogan sono stati urlati ieri da centinaia di abitanti dei rioni proletari di Tel Aviv e di altri centri urbani israeliani. In tutto il Paese ci sono state molte manifestazioni contro la crescente presenza nelle loro strade di immigrati africani entrati in Israele nella speranza di trovare lavoro. Nella città di Bat Yam, a sud di Tel Aviv, altri dimostranti sono scesi in piazza per chiedere l’espulsione dalle loro strade di arabi originari di Jaffa accusati di «sedurre e corrompere» le donne ebree.

«Spirano pericolosi venti xenofobi, fomentati da gruppi radicali di destra e da rabbini nazionalisti», sintetizzano i principali quotidiani dello Stato ebraico. E non sempre si tratta solo di parole. Tanto che, fatti i conti qualche giorno dopo sembra l’inizio di una guerriglia. Ad Ashdod (a sud di Tel Aviv) alcune persone non identificate hanno tentato di dar fuoco a un appartamento abitato da cinque sudanesi. A Tel Aviv ragazze di colore sono state malmenate ed insultate da un gruppo di ragazzi. A Gerusalemme la polizia ha arrestato dieci giovani ebrei (fra cui diversi minorenni e alcune ragazze) sospettati di aver sistematicamente aggredito nel centro della città arabi «sorpresi a corteggiare ragazze ebree».

E loro, gli immigrati africani, che fanno? Molti lavorano. Altri bivaccano. E quasi tutti sono preoccupati e spaventati. Negli ultimi giorni hanno tentato di dire la loro, aiutati dai centri sociali israeliani. Ma sono stati zittiti dalla massa di persone che urlava loro contro. E si è sentito anche qualcuno dire: «Forse il governo farà qualcosa per proteggerci». Per ora, il governo, decide di non decidere.

Nel 2010 sono entrati nel Paese 13 mila immigrati africani. Si trovano soprattutto a Eilat, Arad, Ashdod e nei rioni poveri di Tel Aviv. Il fenomeno dei lavoratori stranieri è iniziato con la seconda Intifada, nel 2000, quando i palestinesi hanno cessato di entrare in Israele. Sono stati sostituiti da thailandesi (per i lavori agricoli), cinesi, romeni e turchi (per i lavori edili) e filippini (per l’assistenza agli anziani). Poi sono arrivati gli africani. E la situazione s’è fatta esplosiva.

© Leonard Berberi

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Israele, un grande campo nel deserto del Negev per i clandestini africani

Un grande campo in mezzo al deserto del Negev. Più che un campo, un centro profughi. Dove far confluire i circa diecimila immigrati africani che sono entrati illegalmente dal confine egiziano. Per ora è solo una bozza. Ma domenica pomeriggio potrebbe diventare realtà, se il governo dovesse approvarlo. Insieme all’inasprimento delle pene per i datori di lavoro che reclutano manovali clandestini.

Il campo, secondo i quotidiani israeliano, sarà gestito dall’Autorità per le prigioni. I clandestini riceveranno vitto, alloggio e assistenza sanitaria, ma non potranno lavorare. L’ufficio del premier Benyamin Netanyahu ha detto che «La struttura ospiterà persone che sono entrate nel Paese illegalmente e che non possono essere espulse, come cittadini del Sudan e dell’Eritrea», hanno precisato dall’ufficio del premier Netanyahu. Ricordando anche che «impianti simili esistono anche in altri Stati occidentali come Olanda, Australia e Italia». Pazienza se in Italia, i vari Cie (centri di identificazione ed espulsione) e Cara (centri di assistenza per i rifugiati) sono in subbuglio per le condizioni poco umane.

Israele è preoccupata dal crescente numero di clandestini africani che ogni anno passa il confine. La barriera che stanno costruendo al confine con l’Egitto pare non stia funzionando più di tanto. Per questo i vertici politici e religiosi temono che possa essere messo a rischio il carattere ebraico del Paese. L’Autorità per la popolazione e l’immigrazione ha comunicato che in Israele ci sono 34.556 clandestini.

Leonard Berberi

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