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IL CASO / La morte del piccolo Mohammed, il dossier d’Israele e quei commenti (nascosti) di alcuni giornalisti stranieri

Un fermo immagine del video trasmesso da France 2 nel 2000 con gli ultimi istanti di vita del dodicenne palestinese Mohammed Al-Durrah

Un fermo immagine del video trasmesso da France 2 nel 2000 con gli ultimi istanti di vita del dodicenne palestinese Mohammed Al-Durrah

Tredici anni dopo l’argomento scotta ancora. Brucia nei ricordi dei famigliari. Di migliaia di palestinesi. Degl’israeliani. E anche dei giornalisti che in quel periodo, in quel fazzoletto di terra c’erano. Hanno visto. Hanno sentito. Hanno raccontato. In modo imparziale, si spera. Anche se oggi, quella imparzialità, per qualcuno sembra essere venuta meno.

E allora. Succede che da tempo i corrispondenti stranieri in Israele, Libano e Cisgiordania parlino tra loro sempre più via social network. Uno dei canali di comunicazione è il gruppo su Facebook chiamato «The Vulture Club». È un gruppo chiuso. Si accede dopo essere stati accettati. Si entra se si è giornalisti o se si ha a che fare – in Medio Oriente – con chi opera nella comunicazione. Fino a ora quello che succede dentro il gruppo virtuale lo possono leggere in 3.500. Non uno di più.

Domenica scorsa il governo israeliano ha pubblicato un voluminoso dossier. Decine di pagine in cui cerca di affrontare, una volta per tutte, una quelle questioni più delicate della storia israelo-palestinese: cosa sia successo a Mohammed Al-Durrah, il bambino palestinese di 12 anni, ucciso durante i disordini nella Striscia di Gaza in piena Seconda Intifada il 30 settembre 2000. Le immagini, tra le più conosciute al mondo, mostrano il piccolo Mohammed aggrappato alla vita e alle spalle del padre mentre insieme si difendono appoggiati a un muro. Il ragazzino, poco dopo, morirà, mentre il padre verrà ferito in modo grave. Non si è mai capito perché. Anche se un video dell’emittente France 2 sostiene che sia stato ucciso dall’esercito israeliano (sotto il filmato grezzo, così com’è stato fornito dall’emittente francese alle altre tv e che Falafel Cafè ripropone nella sua versione integrale).

Gerusalemme ha sempre negato un suo coinvolgimento. E per questo proprio domenica ha presentato il rapporto di una commissione d’inchiesta composta da rappresentanti di diversi ministeri, da esponenti della Polizia e della Difesa israeliana nominati lo scorso settembre dal premier Benjamin Netanyahu. Scrive il documento che «non ci sono prove evidenti per dimostrare che Mohammed Al-Durrah e suo padre, Jamal Al-Durrah, abbiano subito lesioni da arma da fuoco quel giorno». Secondo una fonte citata dal rapporto «non ci sarebbero state tracce di sangue nel punto in cui i due palestinesi si erano accucciati per proteggersi dai proiettili». Per il dossier, poi, «l’operato di France 2 ha avuto l’effetto immediato di danneggiare l’immagine internazionale di Israele, ha soffiato sul fuoco del terrorismo e dell’odio». Per questo, «da quel giorno le riprese di France 2 sono state fonte d’ispirazione e giustificazione per il terrorismo, l’antisemitismo e la delegittimazione di Israele».

Vero? Falso? La verità, forse, non si saprà mai. Anche se sulla Cnn il padre di Mohammed si è detto disposto a riesumare la salma del figlio «per accertare la verità». La questione, a dire il vero, in Israele non è percepita come una vicenda – una tra le tante – che vede lo Stato ebraico contro i palestinesi. È, la morte di Mohammed, una delle storie che ha danneggiato sensibilmente l’immagine del Paese nel mondo. Per mesi gl’israeliani sono stati dipinti come «pazzi», «scatenati», «assatanati di sangue e vendetta», «privi di qualsiasi sentimento umano tanto da uccidere anche i piccoli innocenti».

E veniamo quindi alle ultime 72 ore. A quello che nel frattempo ha iniziato a prendere piede all’interno del gruppo Facebook ad accesso riservato. «Io ho visto i filmati di quella vicenda, immagini che mi hanno convinta della veridicità dell’evento. Quello che mi da fastidio è che questo dossier (quello israeliano, nda) stia ricevendo così tanta attenzione mediatica». È Susan Glen ad avviare la discussione su «The Vulture Club» con questo post e un link all’articolo sulla vicenda del quotidiano inglese The Independent.

Il post e i primi commenti - tra i quali quello di uno dei dirigenti di Human Rights Watch - sulla copertura mediatica del dossier israeliano (da Facebook)

Il post e i primi commenti – tra i quali quello di uno dei dirigenti di Human Rights Watch – sulla copertura mediatica del dossier israeliano (da Facebook)

Nel giro di pochi minuti arrivano altri commenti. «Queste sono le tipiche bugie dell’Idf (l’esercito israeliano, nda) e come sempre ci vuole sempre tanto tempo per mettere in piedi una bugia», interviene Peter Bouckaert, uno degli alti funzionari di Human Rights Watch. Bouckaert se la prende anche con l’attenzione che il New York Times dedica al dossier del governo di Gerusalemme. «Questo non è proprio un buon giornalismo – attacca –, scrivere queste cose come se fossero vere, quando in realtà sono un mucchio di bugie».

Poi intervengono i giornalisti. Ed è qui che l’etica imporrebbe una presa di distanza. Un distacco professionale che serve non solo a salvaguardare la bontà del proprio lavoro (di ieri, di oggi, di domani), ma anche di quello di tanti altri che operano per la tua organizzazione. «È un problema serio perché la lobby (ebraica? Non è dato saperlo) usa tutta la sua forza e le sue capacità per pubblicare di tutto nei più grandi quotidiani britannici e sul New York Times». A scriverlo, a parlare di lobby, è Javier Espinosa, corrispondente dal Medio Oriente per il quotidiano spagnolo El Mundo dal 2002. L’ufficio di Espinosa non è più a Gerusalemme o a Tel Aviv, ma a Beirut, in Libano. Il giornalista non si limita a questo. E nello stesso intervento aggiunge: «Le ambasciate israeliane chiamano i loro contatti in tutti questi giornali che quindi accettano di pubblicare queste informazioni».

I commenti dei giornalisti sul dossier israeliano e la copertura mediatica (da Facebook)

I commenti dei giornalisti sul dossier israeliano e la copertura mediatica (da Facebook)

«Ho lavorato su quel caso per una settimana per Stern (rivista tedesca, nda) nel 2000», ricorda il fotogiornalista Bruno Stevens. «Mi ricordo tutto, conosco il posto molto bene e per me non c’è il minimo dubbio che le cose sono andate come le ha raccontate France 2», aggiunge. «L’Idf pensa che la Terra sia piatta…», interviene Jerome Delay, uno dei fotografi di punta dell’Associated Press ora responsabile dell’ufficio dislocato in Africa. Arrivano altri commenti. Alcuni attivisti pro-Palestina – anche loro membri del gruppo – accusano Israele di revisionismo storico, mentre il funzionario di Human Rights Watch continua a prendersela con le autorità israeliane e per la copertura mediatica. Il tutto, in un miscuglio che, forse, i giornalisti potevano e dovevano evitare.

A surriscaldare l’argomento, a dire il vero, sono anche le notizie arrivate ieri da Parigi. La Corte d’Appello ha annunciato che il 26 giugno dirà la sua sul caso di diffamazione che vede contrapposti il corrispondente israeliano di France 2, Charles Enderlin – il primo a diffondere il filmato della sparatoria in cui è morto il piccolo Mohammed – e Philippe Karsenty, fondatore di Media Rating. Poco dopo la trasmissione di quelle immagini Karsenty aveva pubblicamente dubitato della veridicità del filmato e parlato di una messa in scena della morte.

© Leonard Berberi

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Ynet, Maan News e le accuse di manipolazione delle notizie

La vicenda si potrebbe derubricare a una semplice “questione di prospettiva”. Se non fosse per il fatto che su quest’argomento potrebbe prendere piede un nuovo fronte di scontri tra israeliani e palestinesi. E la stampa, stavolta, ha un ruolo di primo piano.

Ynet, uno dei giornali online più letti in Israele e nel mondo (grazie all’edizione in inglese sempre aggiornata), ecco Ynet finisce sott’accusa. Più di una settimana fa – il 7 novembre – ha pubblicato un articolo che non lasciava spazio a dubbi: “I simpatizzanti della sinistra danno fuoco ai terreni di Gush Etzion”. Gush Etzion, per intenderci, è uno dei più grandi insediamenti ebraici, pochi chilometri a sud di Betlemme.

Nell’articolo, a provare quell’accusa, è stato inserito anche un video. Dove si vedono alcune persone che stanno dando fuoco a qualcosa in mezzo alle sterpaglie. Il filmato dura 21 secondi e ha un titolo poco giornalistico: “Incastrati dalla telecamera: gli anarchici al lavoro”.

Scrive l’articolo che «sei israeliani e alcuni palestinesi hanno appiccato il fuoco nei pressi dell’insediamento di Bat Ayin, blocco di Gush Etzion». «I coloni – continua il pezzo – hanno detto di aver visto queste persone dare via alle fiamme verso le 11». Quindi si citano le parole di Dov Mark, supervisore delle terre per l’area di Gush Etzion: «Questo è un metodo palestinese di appropriarsi delle nostre terre che noi conosciamo fin troppo bene», dice Mark.

Passano i giorni. Più di qualche colono chiede rinforzi militari per evitare che «i palestinesi brucino le nostre coltivazioni». Netanyahu ha la testa altrove. E anche i media. Fino a quando, i cronisti dell’agenzia di stampa palestinese, Maan, scoprono che quello di Ynet è un servizio fasullo.

Il video dell’agenzia palestinese Maan News

Perché quello che veniva descritto come un gesto anti-israeliano in realtà era un’operazione congiunta tra coltivatori palestinesi e attivisti dell’International Solidarity Movement per pulire il terreno dalle sterpaglie consentendo così ai contadini di seminare il terreno. E anche qui viene mandato in rete un video. La situazione è la stessa, ma la prospettiva è diversa. La scena è ripresa da più in basso e da più vicino.

Ynet non smentisce la sua versione. Maan insiste perché venga corretto. Mentre i corrispondenti dell’agenzia internazionale Afp confermano sostanzialmente la descrizione data dai colleghi palestinesi. Nelle frizioni israelo-palestinesi la stampa non sta per niente aiutando. Qualche volta, anzi, aizza pure.

© Leonard Berberi

Leggi anche: Da Ariel a Gush Etzion, ecco i cinque più grandi insediamenti israeliani (del 21 settembre 2010)

Le olive diventano il nuovo campo di battaglia (del 31 ottobre 2010)

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attualità, cultura

“Resistenza culturale”

(Afp)

Un giorno lanciano pietre contro i soldati israeliani. Un altro si riuniscono in una fortezza restaurata per imparare a suonare gli strumenti musicali. Perché, dice Salah al-Khawaja, maestro e manifestante, “la cultura, in tutte le sue espressioni, è una forma di resistenza”.

Succede tutto a Naalin, in prossimità del confine con Israele, dove il muro incide non poco sulla vita quotidiana dei suoi abitanti. “La resistenza popolare – spiega al-Khawaja – non è solo scontro quotidiano con gli invasori, ma anche insegnare ai piccoli come realizzare le proprie aspirazioni e come esaltare le proprie capacità individuale”.

Ed eccolo qui lo stanzone dove i ragazzini imparano a suonare il pianoforte, il violino, la chitarra e altri strumenti. Tutti strumenti donati da un’associazione benefica palestinese con sede negli Stati Uniti. In un’altra camera ci sono i computer. In un’altra ancora, si riuniscono i grandi per discutere dell’insegnamento da dare ai giovanissimi di Naalin.

(Afp)

Tutto inizia – secondo un reportage dell’Agence France Press – con il restauro di una roccaforte costruita in epoca ottomana e abbandonata durante la guerra dei Sei giorni da una facoltosa famiglia palestinese. Per riportarla alla piena funzionalità ci sono voluti i 300mila dollari dell’Agenzia svedese per lo sviluppo internazionale. Ente che dal 2002 a oggi ha speso 15 milioni di euro nella ricostruzione di alcuni siti d’interesse palestinese.

“Non possiamo continuare a lanciare pietre per sempre – spiega Azmi al-Khawaja, 70 anni -. Dobbiamo imparare a resistere con la cultura e la non violenza”.

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cultura

Non ora (et labora)

Sguardo di disapprovazione di un ebreo ultraortodosso nei confronti di una donna in preghiera (Afp)

Gerusalemme non è una città per religiosi. Di sesso femminile. Chiedere a Nofrat Frankel, che rischia fino a 6 mesi di reclusione e 3.000 dollari di multa per aver pregato davanti al Muro del Pianto indossando il talit (uno scialle) e aver letto la Torah. “Sono oggetti che possono usare soltanto gli uomini”, urlano i rabbini di Gerusalemme. Con il rabbino capo del Muro ovest, Shmuel Rabinovich, che ha parlato di “provocazione inaccettabile”.

La battaglia degli ultraortodossi, partita dal quartiere Mea Shearim, ormai è a tutto campo. Contro Internet. Contro i trasporti pubblici che ospitano entrambi i sessi. Contro i residenti stranieri colpevoli – ai loro occhi – di comportamenti blasfemi. E contro le donne che vogliono pregare come gli uomini.

L’associazione che riunisce queste religiose si chiama “Women of the Wall” (WoW). Un venerdì, il giorno d’inizio dello Shabbat, in 200 si sono presentate di fronte al Muro e si sono messe a pregare. Incuranti della pioggia leggera. E, soprattutto, del cumulo di ebrei maschi che, col tipico abbigliamento degli ultraortodossi, urlavano “naziste”, “andate via da qui”.

Lo spazio di preghiera di fronte al Muro è diviso in due: un pezzettino è riservato alle donne. Che, però, possono soltanto cantare e non pregare. A pochi metri da loro, gli uomini intonano preghiere, leggono la Torah, indossano il talit. “Ma i nostri libri sacri non prevedono la discriminazione”, dice Anat Hoffman, leader del Wow, a Yedioth Ahronoth. Anche se una sentenza del 2003 della Corte ha stabilito che le donne del WoW non potranno pregare sul Muro per ragione di ordine pubblico.

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