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Italia-Libia, gli affari sono finiti?

In affari tutto è concesso? No, a tutto c’è un limite (logico). Le ultime notizie che arrivano dalla Libia sono pesanti. Le forze armate hanno appena bombardato i manifestanti a Tripoli con colpi di mitragliatrice dagli aerei e colpi di cannone, forse dai cingolati. Lo riferisce la rete televisiva Al-Jazeera, uno dei media arabi più accreditati.

A differenza delle crisi che hanno riguardato il Mediterraneo e il Medio Oriente, Tunisia e Egitto in primis, quella libica si è distinta per il copioso spargimento di sangue (300 morti) e si profila come una vera e propria guerra civile iniziata a Bengasi, capoluogo della Cirenaica, regione tradizionalmente avversa al regime del colonnello Muammar Gheddafi.

Per l’Italia il problema è considerevole. Non solo perché compagnie di stato come Eni e Finmeccanica sono partner della Libia. Non solo perché il colosso del calcestruzzo Impregilo investe in Libia. Non solo perché la prima banca italiana d’Europa, UniCredit, è di proprietà della Central Bank of  Libya al 4,35 per cento.

La questione è diplomatica. Oggi il presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi si riunirà con il ministro degli Interni Roberto Maroni e quello degli Esteri Franco Frattini: è necessario monitorare sia la possibilità di nuovi sbarchi, visto che la Libia si era fatta carico, in cambio di investimenti italiani, di sorvegliare la sponda sud del Mediterraneo, sia capire quale posizione tenere nei confronti del colonnello, forse fuggito in Venezuela.

L’Italia – e questo è un dato sensibile – importa il 30 per cento delle risorse petrolifere dalla Libia (fate scorte di benzina o compratevi una bella bicicletta). Ieri il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, fermato dai cronisti a Milano, non ha voluto rilasciare commenti a riguardo. Al momento la posizione della diplomazia italiana non è soddisfacente e va in controtendenza rispetto a quella dell’Ue, che condanna fermamente quanto accade al di là del Mediterraneo.

Il ministro Frattini nel pomeriggio non sembrava certo un sostenitore della linea dura. Gli ultimi attacchi del regime ai propri cittadini non possono essere sottovalutati. Se prima infatti le relazioni con Gheddafi erano scomode, adesso diventano quasi impossibili. Si possono ancora fare affari con un regime repressivo di questa portata? Per l’Italia sarebbe bene prendere una decisione chiara e aiutare una transizione più che democratica se ha ancora intenzione di abbeverarsi in Libia.

Blue / Banana Markets

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attualità, economia

E in Israele c’è chi fa grandi affari vendendo le vuvuzelas

Chi ha detto che la vendita delle vuvuzelas, le fastidiose trombette sudafricane, stia arricchendo il paese organizzatore del mondiale di calcio? Provate a chiedere a Oron Barber. Un israeliano che già da un anno, ha messo su una società d’intermediazione per la vendita delle vuvuzelas.

Oron ha iniziato esattamente nel giugno del 2009. Ha creato due siti web: uno per gli stranieri (www.buy-vuvuzela.com) e uno per gl’israeliani (www.vuvuzela.co.il). Ha messo un po’ di annunci sul web e poi ha aspettato giusto il tempo che i mondiali prendessero il via.

E infatti. Provate a cercare “buy vuvuzela” sul motore di ricerca Google. Il primo risultato è proprio quello del sito di Oron Barber. Ed è così che, a mondiale ancora in corso e con le polemiche sul suono irritante della trombetta sudafricana, il sito sta facendo grandi affari. Oggi sono circa 30mila le vuvuzelas vendute.

«Abbiamo lavorato per tre mesi per mettere a punto il sito», ha detto Oron al giornale economico “The Marker”. «Ma abbiamo capito che si potevano fare soldi solo quando abbiamo saputo che la Fifa aveva approvato le vuvuzelas negli stadi durante le partite».

Soldi che si fanno facendo da semplice intermediario. Perché Oron non produce direttamente le trombette. Semplicemente: riceve le richieste dai clienti e le inoltra ai produttori. «È possibile contattare direttamente il produttore – ammette l’imprenditore israeliano –, ma è più facile rivolgersi a noi. Di fatto noi forniamo soltanto il modo più semplice e meno dispendioso per comprare vuvuzelas su Internet».

Ma com’è iniziato tutto? «Abbiamo visto le trombette un anno fa, alla Confederation Cup», ricorda Oron Barber. «Abbiamo visto che c’erano un sacco di video su YouTube e la cosa ci è piaciuta. È partito tutto da lì. E per adesso sta andando molto bene».

Leonard Berberi

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