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Israele, “corriere” di parrucche arrestato con 10 chili di capelli

Dieci chili di capelli, due valigie e il figlio di un rabbino. Sono questi gli ingredienti di un arresto venerdì scorso all’aeroporto internazionale Ben Gurion di Tel Aviv. L’uomo, la cui identità non è stata resa nota, era appena atterrato da un aereo proveniente da San Paolo, in Brasile.

Dopo il controllo passaporti cercava di guadagnare l’uscita con aria sospetta. Ma gli uomini di Rafi Gabai, il direttore dell’unità doganale dello scalo, non ci hanno pensato su e l’hanno fermato subito. È qui che, dopo avergli fatto un po’ di domande di rito, gli hanno chiesto di aprire le due valigie. Scoprendo i capelli femminili. Oltre dieci chili.

A dare la notizia è stato il quotidiano economico in lingua ebraica “The Marker”. Il figlio del rabbino – scrive il giornale – avrebbe dovuto denunciare alle autorità le lunghe chiome destinate alla produzione di parrucche e dunque tassabili dall’Erario. Ma non l’ha fatto. Cercando così di evadere tasse doganali per centinaia di euro.

Un vero e proprio mercato, quello delle parrucche. La loro richiesta è molto forte nelle realtà ultraortodosse dove i rabbini impongono alle donne di radersi il capo dopo il matrimonio e di coprirlo quindi con parrucche e foulard.

Data la grande espansione della comunità ortodossa (circa il 10 per cento della popolazione totale), si è sempre alla ricerca di nuovi paesi produttori per rispondere quasi subito alle tante richieste. Ed è da qui che parte anche il traffico illegale di capelli, con tanto di “staffette”, uomini che viaggiano da un capo all’altro del mondo, si camuffano e poi tentano in tutti i modi di importare il materiale. Un po’ come per i corrieri della droga.

Il Brasile viene considerato una fonte promettente, soprattutto perché registra alti tassi di povertà. Secondo “The Marker”, le chiome «più quotate» sono quelle che vengono dalle donne europee, mentre quelle latinoamericane sono considerate di media qualità e quelle asiatiche sono viste come scadenti.

Di norma il loro prezzo sul mercato israeliano è di alcune centinaia di euro. Anni fa fece scalpore il verdetto di un rabbino secondo cui tutte le parrucche confezionate con il crine di donne indiane dovevano essere inappellabilmente bruciate perché fra di esse molte avevano peccato di «idolatria».

© Leonard Berberi

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Libia / Galleria fotografica

Un manifestante libico mostra la "V" di vittoria con le dita sopra a un carro armato della base militare di Al-Katiba, dopo che questa è caduta in mano ai ribelli (Hussein Malla / Associated Press)

Gli oppositori di Gheddafi di Bengasi si danno una mano nell'indossare le uniformi dell'esercito sottratte ai soldati fedeli al Colonnello (Asmaa Waguih / Reuters)

A Bengasi, la seconda città più grande della Libia, i parenti piangono la morte di Ahmed Sarawi, 36 anni, ucciso durante gli scontri tra oppositori e polizia (Suhai Salem / Reuters)

Centinaia di lavoratori cinesi aspettano di salire su una nave greca al porto di Bengasi per essere portati prima nel paese ellenico, poi a casa loro (Asmaa Waguih / Reuters)

La pista di atterraggio e decollo dell'aeroporto militare libico di Al Abrak, est del Paese. La struttura è stata abbandonata dall'esercito e ora è in mano ai ribelli anti-Gheddafi (Goran Tomasevic / Reuters)

Uno scorcio della città di Tobruk, est della Libia. L'area è sotto il controllo dei manifestanti e quel che resta della stazione di polizia locale è un ammasso di auto bruciate ed edifici saccheggiati e messi a fuoco (Afp / Getty Images)

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Il rabbino: “Meglio pregare in moschea che in una stanza”

Piuttosto che una stanza, un garage o un angolo anonimo di un aeroporto meglio la moschea. Tanto Dio, pardon, Jahwe, non è che si faccia tanti problemi. Quel che conta, del gesto, è il significato che gli viene dato. Firmato: Rabbino Efrati.

E allora. Il tabù, se di questo si può parlare, è caduto con una semplice frase buttata sul web in risposta a un quesito teologico. Sul sito “Kipa” un utente-pendolare, ebreo praticante, scrive: «La maggior parte delle volte il volo è la mattina presto, ma nonostante abbia tutto il necessario non sempre ho il tempo di finire la preghiera». «Quando decido di pregare in aeroporto – continua il fedele – non riesco a dedicare il massimo del mio spirito a Dio: il posto spesso è scomodo e gli sguardi dei passeggeri mi distraggono. Che fare?».

La risposta, arrivata nel giro di pochi giorni, l’ha data il rabbino Baruch Efrati. «Alcuni scali europei e asiatici hanno al loro interno delle vere e proprie moschee», scrive il religioso. «Sono luoghi di solito vuoti e buoni per recarsi e pregare».

Certo, non è la soluzione perfetta, «ma sono sempre meglio di altri luoghi provvisori», aggiunge il rabbino. Del resto «agli ebrei non è proibito pregare in una moschea (a parte per quelli che appartengono alla dottrina Ran)». Attenzione, però: gli ebrei possono rivolgersi a Dio da una moschea, ma non da una chiesa cristiana. Quest’ultima sì che è vietata.

Leonard Berberi

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Da edificio-simbolo a oggetto di sciacallaggio. La triste fine dell’aeroporto di Gaza

(foto AP)

Per anni non ci aveva messo piede nessuno. Dopo i bombardamenti israeliani non restava più niente, se non lo scheletro di quello che un tempo era la struttura principale. E una pista asfaltata. Che accoglieva gli aerei provenienti dai paesi arabi. O dava lo spazio giusto ai velivoli per decollare. Perché in meno di dieci secondi dalla partenza, i bolidi volanti erano già in territorio egiziano.

Ora, dell’Aeroporto internazionale “Yasser Arafat”, dodici anni dopo la sua inaugurazione, non resta più niente. Né i voli, né il padre spirituale. Ma se quest’ultimo sono in tanti a rimpiangerlo, nessuno si dispera per quell’unica finestra verso il mondo esterno che ora non c’è più. Perché a vederlo com’è ridotto oggi, l’aeroporto, sembra di stare in un mondo post-apocalittico o su Marte.

Opera delle bombe, certo. Ma anche dei palestinesi stessi. Che, senza lavoro e senza soldi, hanno iniziato da qualche mese a spolpare quel che resta di quel gioiello. La pista ormai è ridotta in brandelli che in alcuni tratti sembrano colline. Gli edifici reggono a malapena. E prima o poi cadranno giù. Il ferro contenuto al loro interno è troppo prezioso per le nuove costruzioni. Ed è un materiale che Israele non fa passare attraverso i suoi valichi. Insieme al bitume, al petrolio, al cemento e a tutto quello che serve per costruire case, palazzi, strade e ponti.

(foto AP)

«Non ho un lavoro e in qualche modo devo sfamare i miei figli», dice all’Associated Press Hilmi Izawied, 34 anni, uno dei “saccheggiatori” dell’aeroporto e padre di sei figli. «Qui prendo quello che mi serve per rivenderlo al mercato nero. Riesco a portarmi a casa 15-30 dollari al giorno».

Ogni mattina, per ore intere sotto al sole, centinaia tra uomini, donne e bambini si presentano sulla pista. Scavano, prendono quello che si trova sotto all’asfalto, caricano su carrozze trainate da un asino o da un cavallo e cercano di vendere il tutto. Quelli che vanno per la maggiore sono le barre di ferro e la ghiaia speciale che si trova poco sotto il bitume. Da lontano, i miliziani di Hamas stanno a guardare. O non si fanno proprio vedere.

Tempo qualche mese e del glorioso aeroporto non resterà più niente. E pensare che, proprio su quell’asfalto, Arafat aveva salutato la costruzione come il primo atto concreto verso la creazione e la proclamazione dello Stato palestinese.

Leonard Berberi

Il video di Al Jazeera English

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Un intero paesino contro l’aeroporto: “Per colpa dei voli notturni non dormiamo più”

L'ingresso dell'aeroporto internazionale di Tel Aviv, "Ben Gurion"

Si sono dati appuntamento oggi, domenica, per esprimere tutta la loro insofferenza. E la loro rabbia. E per dire a tutti che loro, la notte, non riescono a dormire.

Non è il popolo degl’insonni, ma quello di Kfar Truman, un moshav (paesello basato sulle cooperative), che per colpa degli aerei sono giorni che non dorme più.

Abitato da poco più di 600 abitanti e a poco meno di tre chilometri dal Ben Gurion International Airport, l’aeroporto di Tel Aviv, i residenti di Kfar Truman ogni notte si alzano spaventati. I velivoli, quelli che collegano Israele con il mondo, si alzano dalla pista oppure si preparano ad atterrare.

Il tutto, da quando l’autorità nazionale dell’aviazione civile ha deciso di stabilire un’unica rotta sia per il decollo che l’atterraggio e l’operatività notturna del Ben Gurion.

«È iniziato tutto il primo giugno – denuncia Shaul Almogi, il capo del comitato di protesta –. Da quel giorno, gli aerei partono dalla parte di pista che è proprio a un passo dal nostro villaggio». Non solo. Perché con l’operatività notturna, «i velivoli decollano senza sosta e noi non riusciamo proprio a dormire».

I vertici aeroportuali, dopo aver ricevuto una lettera di reclamo ufficiale da parte di Shaul, hanno replicato smentendo il contenuto delle denunce.

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