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Una pagina di pubblicità su un giornale israeliano invita a visitare la Siria

La prima pagina del quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth

“Venite in Siria. A partire da 329 dollari – volo incluso, albergo a tre stelle e noleggio di un’automobile per quattro giorni – potrete vedere le meraviglie del Paese come le rovine archeologiche di Palmira (circa 200 chilometri dalla capitale Damasco)”.

L’annuncio pubblicitario è molto invitante. Peccato che è comparso nel momento sbagliato, nel mezzo sbagliato e nel posto sbagliato: perché l’inserzione, fatta in forma anonima, si può vedere oggi sulle pagine del quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth. Un giornale che non ci è mai andato leggero con il regime siriano e un Paese, Israele, che considera Damasco una delle città dove i terroristi pianificano la distruzione dello Stato ebraico.

Non solo. Perché a rendere quella pagina intera di pubblicità ancora più senza senso è il fatto che i destinatari – i cittadini israeliani – anche se volessero, non potrebbero metterci piede in Siria.

Tra i due paesi non ci sono relazioni diplomatiche. E, spesso, alle rispettive dogane, i poliziotti cercano di mettere il timbro sul passaporto dei turisti stranieri. Perché con un visto israeliano lo straniero non può più entrare in Siria. E con un visto siriano, un turista non può entrare in Israele.

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Pessima pubblicità

Ha vinto il premio della pubblicità più sessista. Non un giorno qualsiasi, ma l’8 Marzo. E per di più, è un video che reclama il detersivo per le stoviglie.

Ad aggiudicarsi il premio meno prestigioso della pubblicità è stata la Procter & Gamble che, con la pubblicità del detersivo Fairy, ha messo in luce un’immagine della donna come serva di casa e asservita all’uomo. A darglielo, l’Organizzazione internazionale delle donne sioniste.

Nel videoclip incriminato, infatti, si vede un’allegra famigliola che mangia a tavola. Alla fine del pasto, la figlia si rifiuta di lavare i piatti. Ed è qui che intervengono un noto cuoco israeliano – Aharoni – e un comico – Gavri Banai – per convincerla a fare il suo dovere. La ragazza esegue. “Si mostra la donna come sottomessa all’uomo”, motiva l’organizzazione femminile nel dare il premio.

Insieme a Fairy, sono state altre 4 le pubblicità “premiate” per aver mostrato le donne in una posizione sociale inferiore all’uomo: dal deodorante Axe alla birra Goldstar, dalla pillola del giorno dopo a una marca di immobili.

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Le dimensioni non contano

L'home page della campagna promozionale su Israele

Scena numero uno: due giovani a letto con la ragazza che guarda verso le parti intime del ragazzo. Inizia a fare delle facce e a dire: “E’ troppo piccolo!”. Scena numero due: il ragazzo non la prende bene e replica. “Sarà pure piccolo, ma te l’assicuro che è un piccolo angolo di Paradiso”, dice. Scena numero tre: stacco sulla cartina d’Israele e una scritta. “Size doesn’t matter”, le dimensioni non contano, appunto.

In cinquanta secondi di promo, le comunità ebraiche canadesi hanno deciso di sponsorizzare così il turismo verso Israele. Mettendo su una vera campagna che ha come titolo principale proprio “Size doesn’t matter”.

Ma non sono mancate le polemiche. Richard Silverstein, blogger ebreo: “La pubblicità non tiene conto della complessità e della ricchezza d’Israele”. Neal Ungerleider, scrittore statunitense: “Promo che fa ridere, ma manca completamente l’obiettivo principale che è quello di incentivare a visitare il Paese. Eppoi – rincara – in ogni studio pubblicitario ti dicono che accostare uno stato ai genitali non è che sia proprio il massimo”.

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