reportage

Appunti di viaggio / 4

Il campo profughi di Dheisheh (foto L.B.)

DHEISHEH (West Bank) – Uno si aspetta centinaia di tende. Separate da viuzze di terra battuta che diventano melma quando piove. E bambini che giocano nella polvere. E uomini che bivaccano da una parte all’altra. E bagni all’aperto.

Invece. Invece Dheisheh – a sud di Betlemme – non sembra proprio un campo profughi. Così come compare sui report internazionali e sulle mappe stradali. E’ sì recintato da mura alte 3 metri, ma ha più le caratteristiche di un grande quartiere. Con tanto di case in mattoni, palazzine, strade asfaltate, attività commerciali. Ma è soltanto apparenza. Perché questo centro per rifugiati sta scoppiando. Di persone. E di rabbia.

“Sei un amico o un nemico?”, chiede un bambino prima in arabo poi in inglese stentato. Mentre i coetanei – e qualche adulto – aspettano la risposta. “Sei americano, israeliano o un nostro amico?”, chiede di nuovo. E questa volta è tirato in volto. “Amico”, rispondiamo. Così quest’esserino di non più di 5-6 anni si sposta e ci libera la strada. Se chiedi ai piccoli da dove vengono non risponderanno mai “Dheisheh”, ma indicheranno la città o il villaggio dal quale bisnonni, nonni e padri sono stati “cacciati” dopo le incursioni israeliane.

Troppo vicini (foto L.B.)

I numeri. Cinque generazioni di rifugiati (il campo esiste dal 1949), 14mila persone che vivono in 1,5 chilometri quadrati. Quattromila anime in più in tre anni (+40%). “Qui è un inferno”, dice un volontario palestinese. Che snocciola altri dati buoni per le statistiche. “A disposizione dei rifugiati ci sono un medico e due infermiere che lavorano sei ore al giorno per sei giorni che possono curare i pazienti per non più di 6,5 secondi ciascuno”.

Le Nazioni Unite cosa fanno qui? “Poco, a dire il vero – continua il volontario -. Provvedono al cibo, all’istruzione e a fornirci i medicinali”. Le classi sono così affollate che tra la primavera e l’estate molte lezioni si fanno all’aperto. “Con 65 studenti per volta è difficile insegnare”. E sulla sicurezza cala il silenzio. “L’Onu su questo fronte non ci aiuta più, troppo rischioso. Così dobbiamo autoregolarci”. Intendi: diritto di famiglia. “Quando poi vengono i soldati israeliani a fare rastrellamenti è tutta un’altra musica”, dice un anziano seduti sui gradini di casa sua.

Il vero problema di questo angolo di mondo, però, è un altro: l’acqua. “Se siamo fortunati una volta al mese vengono a riempire i nostri depositi”, dice Shaadi, proprietario di un bar all’ultimo piano del centro direzionale del campo. Guarda verso occidente Shaadi e fa un cenno con la testa. “Quei palazzi sono di un insediamento ebraico in terra nostra. Hanno tutto: elettricità, metano e soprattutto acqua. Tutto il giorno, tutti i giorni. Tanto che si possono permettere anche le piscine. Quei rettangoli blu, li vedi?”.

Nel campo hanno dato una mano molti volontari italiani. E italiana è anche l’unica maglia di calcio appesa come un trofeo in una stanza piena di coppe: è quella del Livorno e porta il nome (e il numero) di Cristiano Lucarelli.

La maglia di Cristiano Lucarelli del Livorno come un trofeo (foto L.B.)

Fuori fa un caldo che nemmeno l’ombra riesce a dar sollievo. Non c’è un filo di vento. A rompere il silenzio ci pensa una comitiva di liceali americani dalla faccia stanca e annoiata. “Ci hanno costretti a venire qui”, confessa Mark, uno degli studenti, mentre scatta foto goliardiche con i suoi amici.

La maggior parte delle costruzioni del Dheisheh Refugee Camp sono state intonacate da poco. Dominano il grigio, il bianco slavato e le scritte anti-israeliane. Tante. Qua e là residutati della campagna elettorale. Qua e là megaposter e dipinti dei “martiri” che si sono “sacrificati per la causa palestinese”.

In ricordo dei "martiri" (foto L.B.)

I bambini palestinesi guardano incuriositi. Alcuni sono completamente nudi. Qualcuno osserva gli “intrusi” appoggiandosi al portone. I vecchi arrancano sotto al sole a picco e sotto al turbante. Ogni tanto passa qualche camioncino che raccoglie i rifiuti. In lontananza si sentono i versi di una capra e di un asino. I cavi dell’elettricità, dalle dimensioni più varie, svolazzano da un pilone all’altro. Le case e le palazzine, poi, sono costruite così vicine che quasi si toccano.

“Non c’è per niente privacy”, continua Shaadi. “Ogni litigio, ogni discussione, ogni problema famigliare in questo campo diventano un affare sulla bocca di tutti”. Ride Shaadi. Racconta di quando quella moglie aveva scoperto il marito a letto con un’altra. Descrive i gesti, riporta le frasi. Ma lo sa bene che non è una situazione sopportabile. Come non lo è il fatto che nessuno dei 14mila abitanti può spostarsi più di tanto. “Sono nato e vivo a due passi da Gerusalemme – racconta -. Ho visto 26 paesi del mondo e non sono mai stato a Gerusalemme. Mai. Perché non posso andarci? Che male ho fatto?”.

Passato e presente (foto L.B.)

Passato e presente (foto L.B.)

Le frustrazioni del passato e del presente. La mancanza di una prospettiva. L’idea che ci sarà una sesta e una settima e un’ottava generazione di rifugiati. La rassegnazione nei confronti di una vita “che non è vita”. La resistenza di certe tradizioni che considerano la donna “alla pari di un bambino”. Tutto questo è il Dheisheh Refugee Camp. Chiosa Shaadi: “E’ il modellino fedele della Palestina di oggi. Un modellino che sta per esplodere”.

© Leonard Berberi

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Appunti di viaggio / 3

Dalle parti di Kikar Paris (foto L.B.)

HAIFA – C’è un detto israeliano che dice, più o meno, così: “A Tel Aviv ci si diverte, a Gerusalemme si prega mentre ad Haifa si lavora”. Ma c’è un’altra credenza popolare: ad Haifa, 265mila abitanti, la convivenza tra ebrei e musulmani è possibile. E funziona.

Sarà. Ma in questo pezzo di terra quasi al confine con il Libano, piena di scalini e di sali e scendi che tormentano l’animo e il fisico, la convivenza da un po’ è messa in crisi. Vuoi per colpa del conflitto con Beirut. Vuoi per quella metropolitana-funivia, il Carmelit – l’unica nel Paese -, costruita “soltanto per gli ebrei”. Almeno è questo quello che dicono i musulmani. Solo che il treno della discordia esiste nel paese dal 1959. E rinnovata nel 1992.

“Fino a qualche anno fa andavamo d’accordo. Ma perchè questa è una città d’affari. E quando si tratta di guadagnare qualcosa, tutti noi mettiamo da parte le divergenze”. Abdullah, 48 anni, gestisce un minimarket in Kikar Paris (piazza Parigi). Esattamente di fronte all’ingresso del Carmelit. E la convivenza? “Una favola – risponde secco -. Che convivenza vuoi che ci sia quando gli ebrei sono il 90% della popolazione totale?”.

Mentre lancia un’occhiata all’addetto alla sicurezza che controlla tutti i clienti in entrata, Abdullah si avvicina a una gigantografia di Haifa ripresa dal mare. “La città è divisa in tre parti – spiega con l’aria di chi la sa lunga -: in basso, la parte più povera, ci siamo noi musulmani. Nel mezzo ci sono gli ortodossi: russi, ucraini, polacchi, moldavi. In alto, nella zona più ricca della città, ci sono gli ebrei”. Batte l’indice sul sommità della città. Poi sbuffa. “Noi non possiamo andare sopra. Gli ebrei, se possono, evitano di mettere piede dalle nostre parti. Voi europei la chiamate convivenza?”.

Un convoglio del Carmelit in partenza

Verità o frustrazione di un singolo individuo? Basta attraversare la città. Dall’alto fino a giù, alla parte portuale che in alcuni tratti puzza di pesce e ferraglia arrugginita.

Quando parte, il treno del Carmelit è quasi vuoto. E tutti i passeggeri sono ebrei. In una decina di minuti raggiungiamo l’ultima fermata: Gan Ha’em. Fuori, il panorama è completamente cambiato. Strade appena asfaltate, giardini ben tenuti, palazzi alti e nuovi. E un vento che soffia così forte che a volte sei costretto a evitare pezzi di cartone che volano e ti sbattono contro a sorpresa. Le scritte dei negozi e degli uffici sono tutte in ebraico. Le scuole pure. Trionfano i colori bianco e azzurro. E quasi ogni casa ha una bandiera d’Israele esposta. I bambini indossano la kippah. Dei musulmani nemmeno l’ombra.

“Qui non li vogliamo. E’ gente cattiva”, racconta Avi, copricapo tipico in testa, barba incolta e proprietario di uno studio fotografico “da 30 anni”. Le stesse parole, a volte moderate, a volte dure, si sentono dire anche dagli altri ebrei. Ma allora perché nel mondo si pensa che Haifa sia esempio di convivenza civile? “Balle – interrompe il fotografo Avi -. Avranno visto gli ebrei più poveri vivere nella parte basse della città e avranno pensato che così è ovunque”.

Provo a scendere di un girone. Quello che – secondo Abdullah – sarebbe abitato dagli ortodossi dell’Est Europa. I negozi ebrei si diradano fino a sparire. In contemporanea iniziano a dominare le scritte cirilliche. Negozi di frutta e verdura con i prezzi in shekel ma con parole incomprensibili agli stessi ebrei. Supermercati con prodotti che arrivano dalla Russia. O dall’Ucraina. Anche le edicole non vendono Haaretz o il Jerusalem Post, ma quelli che vengono stampati a Mosca. E ancora: negozi di cianfrusaglia di stoffa, parrucchiere ucraine e venditori di bigiotteria e di anelli e orecchini d’oro.

Haifa, dall'alto (foto L.B.)

In questa terra di mezzo di Haifa sono spariti gli alberghi di lusso e i giardini. Così come i ristoranti, le strade bene asfaltate e le abitazioni a molti piani. Ci sono solo case basse, qualche palazzo decrepito, auto targate Haifa, ma anche Kiev. Non c’è nemmeno un ebreo o un musulmano. Alle domande rispondono con monosillabi. O con frasi di circostanza. A volte s’insospettiscono. “Molti vivono da irregolari”, racconta un venditore di bibite fresche. E risponde solo perché in cambio gli ho comprato un succo di frutta. A un prezzo che è aumentato del 50% rispetto ai supermercati normali. “Viviamo bene qui – continua -. Non diamo fastidio a nessuno e non m’interessa sapere perché qui non ci sono nè ebrei nè musulmani”, taglia corto.

In fondo alla strada, da un appartamento, la canzone di un rapper russo invade la strada. Partono urla. Sempre in russo. Poi la musica smette. La polizia? In questo pezzo non si vede. Per oltre due ore abbondanti.

Ancora un passo verso il mare. Ancora centinaia di gradini da percorrere. L’intreccio di strade porta ad HaRav Marcus. A ridosso del porto. Terzo girone: la parte musulmana. La sporcizia domina. I cassonetti sono pieni di immondizia. Le case, per la maggior parte costruite negli anni ’40-’50 (o almeno così sembra) hanno le pareti rovinate o sporche. Le finestre sono blindate da inferriate fisse. Gli odori della spazzatura si mischiano con quelle della cucina. Urla qua e là. Pochissime macchine. E bambini che – pisello in fuori – si mettono a pisciare. Chi dal balcone del terzo piano. Chi dalla finestra di quella che sembra essere una camera da letto. E l’urina va giù, a metri di distanza. Spinta dal vento che – a quest’altezza – c’è, ma è meno forte della parte alta.

A un certo punto le case finiscono. Un appezzamento di terriccio rosso e pietra è stato recintato da anni. Ma non c’è nessuna costruzione. Solo altri rifiuti che qualcuno avrà buttato nottetempo. Nessuno risponde. Le donne non si fermano nemmeno. I bambini sono invece incuriositi. Gironzolano attorno. Parlano in arabo. Vai a capire cosa dicono.

Proprio in fondo, a ridosso della circonvallazione, tre negozi che vendono ferraglia arrugginita stanno chiudendo. Le scritte sono in ebraico. I gestori sono pure loro ebrei. “Abbiamo solo il negozio qui, ma abitiamo sopra”, dicono subito. La convivenza? “Quale convivenza? Noi stiamo per i fatti nostri. Loro pure. A me la convivenza non interessa. Basta che ho da mangiare ogni giorno”.

© Leonard Berberi

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Appunti di viaggio / 2

ASHQELON – Arida e deserta. Con edifici chiari, strade vuote e il ronzìo dell’aria condizionata sempre presente. A vederla così uno non direbbe mai che è stata la causa dell’attacco a Gaza dello scorso inverno. Perché questa è stata Ashqelon, insieme alla «compagna di sventure» Sderot. Entrambe le città sono state colpite dai razzi Qassam di Hamas. I buchi sui tetti delle case, l’asfalto di una piazza squarciato e alcuni cartelli di avviso lo testimoniano. E per questo – almeno in via ufficiale – migliaia di soldati, centinaia di carri armati e munizioni (poco) convenzionali hanno fatto capire ai militanti di Hamas chi è che comanda nell’area.

Ashqelon, 110mila abitanti, dista una cinquantina di chilometri da Tel Aviv. La strada, asfaltata a nuovo e piena di cartelli in perfetto stile americano, alterna complessi industriali a zone desertiche. A volte è sabbia rossa. A volte terriccio. All’orizzonte il deserto del Negev. Qua e là cumuli di case basse. Bianche e nuove. Ogni tanto, ai bordi della strada, c’è qualche cantiere aperto. La manodopera – tutta di origine centrafricana – resiste e lavora sotto al sole quasi a picco.

Nel bus che porta all’ultima città prima della Striscia di Gaza la metà dei passeggeri indossa una divisa militare (in Israele la leva è obbligatoria dai 18 anni in su: 3 anni per i maschi, 2 per le donne). Ragazzi dall’aria stanca, annoiata. Alcuni dormono. Altri non si staccano un attimo dal proprio telefonino. A fianco, i fucili d’assalto con i caricatori attaccati con l’adesivo al corpo dell’arma. «Quest’anno finisco – mi dice un ragazzo sulla ventina – e poi potrò girare il mondo. Fare quello che fate voi europei: dormire in ostello a Barcellona, fare le ore piccole a Ibiza, bere un sacco di birra. Insomma, divertirmi». Ha i capelli cortissimi, gli occhiali Ray Ban sulla testa e le cuffie del lettore mp3 che pendono sulla giacca verde.

Il ragazzo non smette un secondo di scrivere messaggini. Anche quando risponde alle domande. Cosa va a fare ad Ashqelon? «Torno alla base – risponde – poi insieme agli altri andremo a Gerusalemme a vedere la città». Perché il servizio di leva in Israele è anche questo. Soprattutto questo. Gite – rigorosamente in divisa – nei luoghi simbolo di Israele.

«Un lavaggio del cervello», mi racconterà un’ex riservista sul lungomare di Tel Aviv. «Per due, tre anni non fanno altro che dirti che il Paese rischia l’estinzione, che bisogna difenderlo sempre. Che bisogna essere pronti ad imbracciare un fucile e ad uccide il nemico senza esitazione. Altrimenti ci sarà un altro Olocausto. E a quel punto sarà solo colpa nostra, perché non saremo stati in grado di difendere il nostro popolo». «La leva è il migliore modo di insegnare l’educazione civica», replicano i sostenitori della naja a questo tipo di interventi. Il dibattito, in Israele, è aperto. A tratti acceso. Ma di questo, i ragazzi con destinazione Ashqelon, non si interessano.

Il bus, intanto, si ferma in posti dove non c’è anima viva. Se non quella di altri soldatini in attesa di salire sui mezzi pubblici. Le divise verdi spuntano dal nulla e si riparano dal sole nascondendosi in pensiline di cemento e dalle forme improbabili.

La strada che porta al cuore di Ashqelon è un vialone pulito e con molto verde ai bordi. La città si estende per molto e spesso il cielo domina la visuale. Ma la stazione dei bus è un posto abbastanza squallido. Vicino, un supermercato con un agente della sicurezza all’ingresso che controlla qualsiasi zaino o contenitore prima di fare entrare i clienti.

Kippah e crocs. È l’abbigliamento di buona parte degli abitanti di Ashqelon. Copricapo spesso ricamato o di stoffa. Ai piedi, invece, questi sandali-zoccoli molto alla moda e molto venduti in Israele. Se chiedi com’è la vita, rispondono: «normale».

Ed è vero. Almeno a vedere quello che si fa ad Ashqelon: le persone vanno in Posta, fanno la spesa, bagnano le piante, passeggiano lungo i portici. «Anche se lo sguardo è sempre rivolto verso l’alto», dice – con un perfetto inglese – una ragazza che gestisce un fast food in HaGvura Rd, vicino al Municipio. Lei il sistema per difendersi l’ha trovato: «Se i razzi vengono da sud, basta camminare in modo tale da avere un edificio tra te e la posizione di Gaza». Sorride mentre prepara il falafel per due ragazzi. «È anche vero, però, che i razzi colpiscono soprattutto la parte meno abitata della città, non il centro», ci tiene a precisare. L’ultimo razzo? «A giugno, se non ricordo male. Ma ormai non ci faccio più caso».

Un po’ per abitudine. Perché ci si abitua a tutto, anche a oggetti di morte che piovono dal cielo senza che ci si possa fare qualcosa. Un po’ perché – a detta di alcuni – tra loro e la Striscia di Gaza c’è ormai un ammasso tale di soldati dell’esercito israeliano da costituire una garanzia.

Forze di sicurezza e abitanti di Ashqelon sembrano la stessa cosa. Ogni volta che passa una macchina della polizia o dell’esercito si percepisce un’aria di complicità e di ammirazione. Un po’ meno quando a incrociarsi sono arabo-israeliani e macchine verdi. I soldati li perquisiscono con gli occhi. I musulmani li sfidano. Via così, per metri e metri. Fino a quando non spariscono dalla visuale.

Quando il sole cala su Ashqelon la terra brucia ancora e l’aria condizionata continua a rappresentare l’unico sollievo. A pochi chilometri da qui c’è Gaza. Vista da lontano è un pasticcio di costruzioni. Un ammasso informe e silenzioso. Ma sempre pronto ad esplodere.

© Leonard Berberi

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Appunti di viaggio / 1

Scorcio di Beit Sahour. In fondo, le costruzioni dell'insediamento israeliano (foto L.B.)

BEIT SAHOUR (West Bank) – Nassar Ibrahim è un signore magro e con pochi capelli. Fuma tante sigarette al giorno. E sempre in modo nervoso. Nassar Ibrahim è tante cose insieme: giornalista, scrittore, studioso. E un attivista per la Palestina.

Incontro Nassar nel bel mezzo dell’estate di quest’anno, negli uffici dell’Alternative information center, agenzia stampa dell’area, a Beit Sahour. A pochi chilometri da Betlemme e dal muro che separa Israele dalla West Bank. L’altra redazione dell’Aic è a Gerusalemme.

La stanza di Nassar è semplice e ha tutto l’essenziale: due scrivanie, due pc, una grande libreria. Sui muri sono appese delle cartine. Negli scaffali, invece, centinaia di libri. Qualche romanzo. Ma soprattutto dossier sulla condizione dei palestinesi. Numeri, foto, testimonianze. “Abbiamo il materiale necessario per accusare Israele per crimini contro l’umanità”, dice Nassar. Un po’ ci scherza. Anche perché lui è il primo dei disillusi.

“Anni e anni di denunce non sono servite a niente”, ammette Nassar. E via, a fumare un’altra sigaretta. Nel frattempo arriva un esponente di Al Fatah. Viene liquidato in fretta. Prevedibile la domanda sul movimento palestinese. “Un ectoplasma – sentenzia il direttore -, un organo incapace di governare una città, figuriamoci una nazione”. E Hamas? “Il peggio che ci potesse capitare”, risponde secco. Ma poi fa capire di non volerne parlare più di tanto.

L’Aic si proclama indipendente. Anche se, a leggere il sito, la questione israelo-palestinese viene vista soltanto dal versante West Bank. Informazione poco obiettiva? “Ma se Israele viene e ti piazza un muro alto otto metri tra casa tua e il terreno che coltivi o, peggio, il pozzo dal quale estrai l’acqua per vivere, c’è bisogno di fare informazione obiettiva? Basta descrivere i fatti nella loro crudeltà”, si arrabbia. Poi però non spiega i morti nei bus di Tel Aviv e Gerusalemme. E gli attentati nei centri commerciali. O meglio, giustifica così: “Quando crei delle condizioni di restrizione di tutte le libertà personali, non puoi pensare di allevare un vicino di casa calmo e pacifico”.

Il fatto, paradossale, è che Nassar odia la violenza. Non ha mai fatto ricorso. Ma non riesce a condannare i gesti di chi s’è fatto esplodere. O di chi ha sparato agli israeliani. “Violenza genera violenza”. Accendino, sigaretta e ancora a fumare. Nassar si alza e mostra la cartina della West Bank. Indica una linea sottile. Poi una un po’ più spessa. “Quest’ultima traccia la posizione del muro. E’ proprio dentro la Palestina. Non solo hanno eretto un muro senza chiedercelo, ma l’hanno anche fatto prendendo il nostro terreno”.

Per non parlare degli insediamenti. Nassar si avvicina alla finestra e indica qualcosa. “Vede là in fondo? – chiede – Quel gruppo ordinato di case bianche? Ecco, quello è un insediamento israeliano. Sulla nostra terra. Hanno elettricità e acqua tutto il giorno. Mentre qui, a tre chilometri di distanza, abbiamo acqua per pochissime ore al giorno. Se va bene”. Vicino alle case dei coloni ci sono costruzioni ancora da finire. “Si stanno allargando – dice Nassar -. E tra pochi mesi avranno toccato le ultime costruzioni di Beit Sahour. E allora sarà il caos”.

Ma una soluzione c’è? “Sono anni che la sto cercando. La realtà è che quella soluzione non c’è. Bisogna soltanto vivere alla giornata. E aspettare il giorno decisivo”. Fuori dagli uffici, Beit Sahour sembra un villaggio bruciato dal sole e un po’ caotico. L’insediamento israeliano, invece, ordinato e pulito.

© Leonard Berberi

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