cultura

Il volto di Natalie Portman fa arrabbiare i blogger libanesi

«Che ci fa lei, un’ebrea, in un maxiposter nel centro di Beirut?». La domanda, scritta un po’ ovunque sul mondo dei blog libanesi, è arrivata immediata. Così come la richiesta di rimuovere la pubblicità dell’ennesimo profumo firmato Dior. Perché lei, «l’ebrea», è Natalie Portman, 30 anni, attrice, vincitrice di un Oscar, testimonial delle essenze, cittadina americana, ma anche israeliana. «Tant’è vero che il suo vero cognome è Hershlag», scrivono i blogger. Che tirano in ballo la città di nascita (Gerusalemme), il Sionismo, l’odio degli ebrei nei confronti dei «fratelli musulmani», «la violazione dei diritti umani e la negazione dello Stato palestinese».

Il problema non è cosa da poco, in Libano. Da quando dopo la prima guerra, è arrivata la seconda, quella del 2006. E sempre contro gl’israeliani. E da quando non c’è nessun contatto tra i due Paesi, se non un odio reciproco che ogni tanto sfocia in provocazioni lungo il confine.

Il cartellone pubblicitario grande quindici metri per nove, compare nei pressi dell’edificio del “Forum de Beirut”, la sede che ospita gli eventi culturali in Libano in Charles Helou Avenue, a due passi dal mare. È diventato oggetto di critiche da subito. Da quando i dipendenti di una società hanno iniziato a srotolare il volto della Portman.

Natalie Portman, 30 anni, attrice israelo-americana

«Visto che in Libano ogni contatto con gli occupanti israeliani è considerato un crimine, a nessuno è venuto in mente che un maxiposter con una sionista di Gerusalemme possa essere illegale?», s’è chiesto un blogger. E proprio per quanto riguarda il cognome vero della Portman (cioè Hershlag), un altro libanese ha scritto che l’attrice è «molto attiva nei gruppi sionisti».

Di qui, la richiesta. Nemmeno tanto velata. «Quel cartellone va tolto subito», hanno scritto quasi tutti. «Non possiamo permettere che il nemico faccia promozione nella nostra terra». «Almeno questa invasione possiamo risparmiarcela», ha ironizzato un altro utente.

«Come ha fatto quella pubblicità ad avere l’approvazione delle autorità centrali?», si chiede “Blog Baladi”, il sito collettivo libanese. Che poi elenca anche tutte le volte che la Portman è stata fatta vedere nel Paese. A partire dal 1994, con il film “Leon” («pellicola proiettata in tutto il Libano»), poi nel 1997 (“Star Wars”), 2000 (“Star Wars”, secondo episodio), 2006 (“V per Vendetta”), 2010 (“Black Swan”).

Per ora, il maxiposter resiste lì. E la verità è che questa della Dior con la Portman non è la prima pubblicità mostrata in Libano. Il volto comparve a giugno del 2011 proprio a Beirut e nelle altre grandi città. Ma allora, forse complice anche l’estate, nessuno ebbe nulla da dire.

© Leonard Berberi

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Esce la biografia “controversa” di Ariel Sharon

Non è ancora uscito in libreria, è stato visionato solo da un paio di giornalisti, ma fa già discutere. Tanto che qualcuno ha iniziato a mettere in dubbio gli anni al comando dell’esercito e del Paese. La biografia di Ariel Scheinermann (più famoso con il cognome successivo, Sharon), l’ex premier israeliano in coma da gennaio 2006, uscirà nelle librerie dello Stato ebraico tra qualche giorno. Ma al suo interno ci sono notizie che rischiano di mettere in difficoltà anche i massimi dirigenti palestinesi.

Il libro (“Sharon – La vita di un leader”), iniziato da Ariel quand’era ancora in forze, è stato ultimato dal figlio Gilad «dopo aver affondato le mani in scatoloni di cartone pieni di appunti» del padre. Ci sono anche interviste a dirigenti politici – come l’ex presidente Usa George W. Bush e l’ex premier britannico Tony Blair – che cercano di contestualizzare meglio ogni momento storico.

Ed è proprio la contestualizzazione a creare imbarazzi. Il principale quotidiano del Paese, lo Yedioth Ahronoth, è stato l’unico a visionare la biografia in anteprima. E ha scritto che ci sono alcune «sorprese». Come un documento – o meglio: uno stenogramma – relativo a un incontro segreto (verso gli inizi del Duemila) fra Simon Peres, allora ministro degli esteri (ora presidente del Paese), e Abu Mazen, il leader palestinese in corsa per il ruolo di primo ministro e stretto collaboratore di Yasser Arafat, presidente dell’Anp.

Ecco, c’è scritto nel documento, che «se si sapesse di questo incontro, sarei un uomo morto»: sono le parole dette da Abu Mazen a Peres. E ancora: Abu Mazen avrebbe anche aggiunto che «Arafat non è una persona realistica». Gilad Sharon scrive che Peres aveva parlato con il leader palestinese di un vero e proprio piano per estromettere politicamente Arafat. Aggiunge anche che il padre ne era stato informato.

Il libro ripercorre anche le polemiche dell’estate del 2005. Quando Sharon decise di sgomberare gli insediamenti ebraici dalla Striscia di Gaza. Gilad racconta di essere stato lui stesso – già nell’ottobre del 2003 –, a consigliare al padre di mettere al sicuro i circa ottomila coloni che vivevano nell’area «perché nella Striscia non avrebbero avuto nessun futuro circondati com’erano da un milione e mezzo di palestinesi ostili».

C’è spazio anche per il massacro dei libanesi nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila. Correva l’anno 1982 e in piena guerra del Libano, Ariel Sharon si sarebbe opposto alla costituzione della Commissione ufficiale di inchiesta sulle stragi. Lo stesso organismo che poi, alla fine, chiese e ottenne la sua rimozione dalla guida del ministero della Difesa per aver fatto entrare nei campi i falangisti e «per non aver previsto e impedito le stragi».

Dall’entourage di Abu Mazen hanno smentito le anticipazioni sul libro di Gilad Sharon. Ma da Gaza qualcuno ha iniziato a far notare che in quegli anni i rapporti tra l’attuale presidente dell’Anp e Gerusalemme erano fin troppo cordiali. Intanto sulla stampa israeliana sono comparse anche i primi commenti. «Se la versione di Gilad Sharon è vera, costituisce una macchia nella biografia di Sharon», è stato scritto in un editoriale pubblicato sul free press nazionalista “Israel ha-Yom” (Israele Oggi). «Viene fuori l’immagine di un premier populista flaccido, non di uno statista alla Ben Gurion, come invece amava presentarsi». Il diretto interessato non può ovviamente rispondere. Bloccato com’è da un letto d’ospedale e dai tubi che lo tengono in vita per non si sa ancora quanto.

Leonard Berberi

[Nella foto in alto, Ariel Sharon nel 1982 durante il conflitto con il Libano; più in basso la copertina del libro e il figlio Gilad, autore dell’ultima parte della biografia]

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cultura

A Taybeh l’Oktoberfest in salsa palestinese

Bevi che ti passa. Tra fiumi di birra, canzoni, balli e tanti falafel serviti caldi lo scorso fine settimana a Taybeh, cittadina cristiana della Cisgiordania, è andata in scena la settima edizione dell’Oktoberfest palestinese. Proprio così: una festa della birra nel cuore del Medio Oriente. Dove viene prodotta e commercializzata la “Taybeh beer”, l’unica variante palestinese.

Migliaia di curiosi e appassionati della birra sono arrivati non solo dalla West Bank, ma anche da Israele e dall’Europa. Non sono mancati nemmeno i ragazzi della sinistra di Tel Aviv, sempre presenti nelle occasioni che vedono coinvolte realtà palestinesi.

Dalle 11 del mattino alle 10 di sera, di fronte al municipio di Taybeh migliaia di litri di birra l’hanno fatta da padrone sabato e domenica (foto sotto scattate da Mati Milstein). Con tanto di musica brasiliana all’inaugurazione a cura del trio Rodrigo Lessa, con un corpo di ballo arrivato apposta dallo Sri Lanka e la band spagnola dei Metal Cambra. Poi, certo, c’erano pure loro, i ragazzi del gruppo folcloristico della località palestinese. E il circo. Le arti marziali. E altro ancora. C’era anche un sacco di cibo locale, senza distinzioni di bandiera.

Insomma, una festa. Una gran festa. Mentre tutt’intorno le cose erano in subbuglio. Per dire: negli stessi momenti a Ramallah si chiedevano cosa farne delle aperture al dialogo del premier israeliano Netanyahu. Più a nord, poi, andava a fuoco una moschea, la prima in pieno territorio israeliano. Mentre più vicino gl’insediamenti brulicavano di strani personaggi che inneggiavano alla rivolta contro palestinesi e Gerusalemme. Personaggi che così come sono arrivati, poi sono spariti.

Certo, non che dentro Taybeh le cose siano andate come speravano gli organizzatori. C’è stato pure qualcuno che ha criticato l’iniziativa. La componente musulmana non ha gradito. Non solo per il fatto che si trattava di una festa in onore di una bevanda alcolica. «Questo Oktoberfest ci scombussola la vita, ma questo non importa ai produttori della Taybeh Beer», ha scritto un lettore sul sito dell’agenzia palestinese Maan News. «Questa cosa non aiuta la nostra economia», ha aggiunto un altro.

Solo che poi è stato tempestato di critiche da chi all’iniziativa c’è stato. «Guarda che l’alcool sarà pure vietato dall’Islam, ma a Taybeh sono arrivati un sacco di musulmani solo per bere birra», ha replicato Martha di Beit Ummar. Aggiunge una stoccata: non solo hanno bevuto, «ma hanno anche fatto commenti volgari sulle attiviste con i capelli biondi». Via così, insomma. Fino alla proposta di due israeliani, Elena da Tel Aviv e Aron da Gerusalemme: «La prossima volta, quando Netanyahu e il presidente palestinese Abbas si siederanno al tavolo dei negoziati, sarebbe meglio servire loro la birra Taybeh, magari li aiuterà a mettere da parte le loro divergenze».

Leonard Berberi

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cultura

Arriva sul web il documento biblico più antico del mondo

Il documento biblico più antico al mondo ora è un ebook che si può leggere tutto intero sul pc o sul tablet. Basta collegarsi sul sito http://dss.collections.imj.org.il/, sfogliare le pagine digitalizzate e godersi un testo – tradotto – che non ha eguali. Fino a oggi vengono proposti al pubblico i primi cinque rotoli: dove si trova anche quasi tutto il libro di Isaia (66 capitoli), riprodotto da uno scriba nel 125 prima di Cristo.

Dopo anni di lavoro i “Rotoli del Mar Morto”, il documento biblico più antico arrivato ai giorni nostri, sono da oggi consultabili sul web grazie al Museo Israel di Gerusalemme (dove sono conservati gli originali) e di Google, il grande motore di ricerca che ha provveduto a digitalizzare le pagine senza danneggiarle.

La stessa Google che nei mesi scorsi ha già immesso nel web l’archivio fotografico del Museo dell’Olocausto Yad Vashem di Gerusalemme. I rotoli è possibile non solo scorrerli, ma anche ingrandirli fino a mettere in luce particolari che non sarebbero visibili ad occhio nudo. All’interno di ciascun rotolo è anche possibile compiere ricerche per colonna, capitolo, o versetto. Il documento è tradotto in inglese. Basta cliccarci sopra a ogni blocco di testo e automaticamente comparirà la versione in una lingua per noi più conosciuta.

I Rotoli del Mar Morto furono scoperti nelle grotte di Qumran nel 1947. Nello stesso luogo dove duemila anni fa si era insediata una setta di religiosi ebrei. Sono testi che gli studiosi considerano un punto di riferimento importante per lo studio della evoluzione del pensiero monoteista.

Leonard Berberi

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E l’orchestra israeliana suona Wagner. Per la prima volta

Il tabù finisce martedì 26 luglio. Dopo settant’anni di divieti e di polemiche. L’Orchestra da camera israeliana suonerà le musiche di Wagner, il compositore tedesco antisemita esaltato da Adolf Hitler e boicottato dallo Stato ebraico. Lo farà per la prima volta in Germania, a Bayreuth, nella nuova edizione del “Wagner Festival”, a pochi passi da dove riposano i resti dell’uomo la cui musica veniva trasmessa in tutti i lager mentre migliaia di uomini venivano annientati perché ebrei.

Non è stato facile arrivare a questa decisione. Le polemiche – scoppiate già a ottobre scorso – non sono mancate. E nemmeno le dichiarazioni di «disgusto» da parte dei sopravvissuti ai campi di concentramento. Molti di loro l’hanno addirittura considerata una pugnalata. «Ma è venuto il tempo di separare il pensiero di Wagner dalla sua musica», ha detto Roberto Paternostro, 54 anni, il direttore dell’orchestra, italo-austriaco di passaporto ed ebreo di religione. Paternostro sa cos’è stata Shoah: sua madre e altri parenti sono scampati ai lager nazisti. «L’ideologia antisemita wagneriana è chiaramente una cosa orribile – ha tenuto a precisare –, ma non possiamo negare che è stato un grande compositore: bisogna dividere l’uomo dalla sua arte». Ecco allora la presenza a Bayreuth. L’Orchestra da camera israeliana aprirà con il wagneriano «Idillio di Sigfrido», per passare poi a compositori ebrei: Zvi Avni, Felix Mendelsshon e Gustav Mahler.

Il divieto di suonare Wagner in Israele dura dal 1948, anno della creazione dello Stato ebraico. Anche se dieci anni prima, già la «Palestine Orchestra» (madre della Filarmonica israeliana di Tel Aviv) mise da parte gli spartiti wagneriani dopo la “Notte dei cristalli” in Germania. Da allora in Israele tv e radio di Stato non hanno mai trasmesso nulla del musicista. Del resto quest’ultimo non aveva mai nascosto l’odio verso gli ebrei. Secondo lui avevano «corrotto l’animo tedesco, la sua musica» ed erano nemici «di tutto ciò che c’è di nobile nell’animo umano». Quanto basta per un divieto in Israele. Un divieto non ufficiale, ma seguito con scrupolo da tutti. Fino a oggi.

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Amos Oz regala a Barghuti un libro con dedica. Ma la destra nazionalista attacca lo scrittore

Il romanziere israeliano Amos Oz nell’occhio del ciclone. Molti esponenti della destra nazionalista l’hanno attaccato per aver inviato una copia del suo libro “Storia di amore e di tenebre”, nella sua traduzione in lingua araba, a Marwan Barghuti, il dirigente di al-Fatah condannato da Israele all’ergastolo per aver ispirato attentati terroristici.

«Questa storia – scrive Oz, nella sua dedica – è la nostra storia. Spero che tu la legga e ci comprenda meglio, così come noi ci sforziamo di comprendere voi». Quindi il saluto: «Nella speranza che ci possiamo incontrare presto, in pace e libertà».

Nel romanzo, di carattere autobiografico, Oz descrive con grande partecipazione emotiva il difficile inserimento dei genitori (Fania Mussman, di origine ucraina, e Yehuda Arie Klausner, di origine lituana) in una Gerusalemme ancora non separata da divisioni fisiche, e per certi versi cosmopolita.

La traduzione in arabo del suo libro è stata finanziata dal padre di un palestinese ucciso anni fa per errore a Gerusalemme in un attentato palestinese, perchè scambiato a prima vista per un ebreo. Oz – precisa il quotidiano Yediot Ahronot – ha chiesto al leader del partito di sinistra Meretz, Haim Oron, di consegnare nei prossimi giorni il libro a Barghuti.

Ma già ora giungono le proteste di esponenti di destra. Secondo il deputato Dany Danon Oz dovrebbe adesso restituire il “Premio Israele” di cui è stato insignito. «Non è ammissibile – ha attaccato Danon – che chi sostiene un terrorista con le mani intrise di sangue si fregi di quella onorificenza». Danon ha chiesto una riunione urgente della commissione parlamentare per la istruzione, per discutere la vicenda.

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