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Se i futuri dottori palestinesi saranno formati in Venezuela

Alcuni dei 119 ragazzi palestinesi appena atterrati all'aeroporto di Caracas, in Venezuela, lo scorso giovedì (foto Getty Images)

Alcuni dei 119 ragazzi palestinesi appena atterrati all’aeroporto di Caracas, in Venezuela, lo scorso giovedì (foto Getty Images)

I primi sono atterrati lo scorso giovedì 6 novembre all’aeroporto «Simon Bolivar» di Caracas. In 119 sono scesi dalle scale dall’aereo con indosso una kefiah e accolti come delle star. E loro, di riflesso, hanno alzato le braccia al cielo, quasi a esultare. Qualcuno ha pure fatto il segno della v con le dita. Come a dire: abbiamo vinto.

Sono soltanto alcuni dei mille ragazzi, tutti palestinesi, che vivranno per un po’ di anni in Venezuela dove studieranno Medicina in un ateneo a circa due ore dalla capitale. Tutto a spese del governo sudamericano e grazie a un programma con un nome che più esplicito non si può: «Yasser Arafat Scholarship Program».

I futuri camici bianchi sono stati selezionati nella Striscia e in West Bank. Poi sono stati portati in Giordania. E da lì trasportati in Venezuela con un volo di Stato messo a disposizione dal governo sudamericano. «Sarà dura, ma formeremo un migliaio di medici», ha detto Nicolas Maduro, presidente della Repubblica bolivariana del Venezuela, accogliendo i ragazzi. «Ho anche chiesto al ministero dell’Educazione di espandere il programma di formazione anche a Ingegneria, Architettura e ogni campo della conoscenza».

Un ragazzo arabo con mini-bandierine della Palestina e del Venezuela lo scorso 6 novembre all'aertoporto di Caracas (che si trova a Maiquetia) dopo un volo lungo diecimila chilometri (foto Ariana Cubillos/Ap)

Un ragazzo arabo con mini-bandierine della Palestina e del Venezuela lo scorso 6 novembre all’aertoporto di Caracas (che si trova a Maiquetia) dopo un volo lungo diecimila chilometri (foto Ariana Cubillos/Ap)

Da Cisgiordania e Gaza fino all’America Latina. Più di diecimila chilometri di distanza. E una politica estera che ormai si fa anche così. E che però fa sorgere più di un dubbio agl’israeliani. «Ma Caracas vuole formare dottori o terroristi?», si chiedono a Gerusalemme. Dove l’iniziativa sudamericana non piace. E proprio nel momento in cui aumentano le prove che indicano il Venezuela come il nuovo porto sicuro per esponenti di Hezbollah e Hamas.

Che il governo di Nicolas Maduro sia filo-palestinese e un filino antisemita non è un mistero. Anche giovedì scorso, mentre salutava i 119 ragazzi venuti dal Medio Oriente, Maduro ha ribadito tutto il suo sostegno a Ramallah e la condanna al Sionismo. Ad agosto, in pieno conflitto mediorientale, Maduro ha accusato Israele di avere come obiettivo lo sterminio del popolo palestinese e ha paragonato Gaza ad Auschwitz.

Il presidente palestinese Mahmoud Abbas e quello venezuelano Nicolas Maduro insieme al palazzo presidenziale a Caracas lo scorso 16 maggio (foto Juan Barreto/Afp)

Il presidente palestinese Mahmoud Abbas e quello venezuelano Nicolas Maduro insieme al palazzo presidenziale a Caracas lo scorso 16 maggio (foto Juan Barreto/Afp)

Ma più delle parole sono i «fatti» che preoccupano lo Stato ebraico. Perché sono troppi i personaggi pericolosi del mondo arabo che si aggirano in Venezuela. Come Ghazi Atef Nassereddine, avvistato lo scorso febbraio a Caracas. Non uno qualsiasi. È stato, secondo il Dipartimento americano del tesoro, una figura di spicco di Hezbollah in Siria. Ed è molto amico – qualcuno azzarda pure il ruolo di consigliere personale – di Nicolas Maduro.

Negli ultimi giorni, poi, Shin Bet e Mossad hanno rintracciato in Venezuela anche due figure importanti di Hamas. Cosa ci facevano lì? Per conto di chi erano in America Latina? Soprattutto: hanno a che fare con Nassereddine e in generale con Hezbollah? Oppure, come ipotizzano gli 007 israeliani, «cercavano di concludere l’ennesimo affare nella compravendita di armi»?

© Leonard Berberi

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