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L’autostop, l’allarme alla polizia e il massacro. Cos’è successo ai tre ragazzi

I tre ragazzi rapiti e uccisi. Da sinistra: Naftali Frenkel, 16 anni, Gil-ad Shaar, 16, e Eyal Yifrach, 19

I tre ragazzi rapiti e uccisi. Da sinistra: Naftali Fraenkel, 16 anni, Gil-ad Shaar, 16, e Eyal Yifrach, 19

Sabato sera gli sono piombati nel negozio dopo aver guidato a tutta velocità. Gli hanno mostrato un paio d’occhiali da vista senza lenti e coperti di polvere. «Sono di Eyal Yifrah?», gli hanno chiesto. Lì per lì Shalom Friedman, ottico dell’insediamento di Elad, non ci ha fatto tanto caso. Ha preso quella montatura in mano e ha detto che sì, quelle le aveva comprato Eyal, il ragazzo rapito il 12 giugno scorso.

Il giorno dopo, domenica, quegli uomini – dei poliziotti – si sono ripresentati in negozio. Stavolta gli hanno mostrato una delle lenti. «Sì, anche questa è di Yifrah, gliele ho prescritte io quattro mesi fa», ha risposto il dottor Friedman. Poi gli agenti si sono dileguati. Senza dire altro. Soltanto lunedì sera, l’ultimo giorno di giugno, Shalom Friedman ha capito a cosa serviva quel doppio appuntamento non previsto.

È soltanto il penultimo passaggio di questa vicenda che scuote Israele e il mondo. Perché quello che c’era da sapere – cos’era successo ai tre adolescenti rapiti in strada a Gush Etzion, in Cisgiordania – 007 e militari israeliani lo sapevano già 24 ore dopo la loro sparizione. Sapevano, per esempio, che erano già morti. Sapevano che erano stati uccisi quasi subito. Sapevano anche chi, probabilmente, li aveva portati alla morte.

La cartina di Haaretz con i luoghi principali di questa vicenda

La cartina di Haaretz con i luoghi principali di questa vicenda

E del resto gli stessi Eyal Yifrach, 19 anni, Naftali Fraenkel e Gil-ad Shaar, entrambi sedicenni, avevano capito subito che le cose si erano messe male. Non appena messo piede dentro quella macchina apparentemente innocua. Sono le 22.20 (ora locale, le 21.20 in Italia) di giovedì 12 giugno. I tre ragazzi si trovano sul ciglio della strada a ridosso dell’incrocio Geva’ot, a ovest dell’insediamento di Alon Shvut nel blocco di Gush Etzion. Siamo a sud di Gerusalemme. Stanno aspettando qualcuno che gli dia un passaggio per la strada 367 direzione Beit Shemesh. Per poi dividersi, ognuno verso il proprio paese.

In realtà i tre non stanno facendo l’autostop insieme. Eyal, il più grande, è qualche metro più avanti. Gli altri due, Naftali e Gil-ad, coetanei, sono qualche passo più giù. A un certo punto spunta una Hyundai i35 bianca. A bordo, secondo l’intelligence israeliana, si trovano i terroristi di Hamas Amer Abu Aysha e Marwan Kawasme. L’auto si ferma vicino a Eyal Yifrach. Dall’interno arriva musica ebraica trasmessa da Radio Gerusalemme. Eyal chiede un passaggio. Sale.

È a quel punto – secondo la ricostruzione ufficiosa dello Shin Bet, i servizi di sicurezza dello Stato ebraico – che Naftali e Gil-ad sarebbero arrivati di corsa. A bordo ora viaggiano in cinque: due palestinesi, tre israeliani. Secondo gli 007 questo potrebbe aver spinto i rapitori a cambiare «strategia»: spaventati dall’inferiorità numerica le cose sono peggiorate subito.

I presuni killer dei tre ragazzi israeliani: Amer Abu Aysha (a sinistra) e Marwan Kawasme

I presuni killer dei tre ragazzi israeliani: Amer Abu Aysha (a sinistra) e Marwan Kawasme

Sono le 22.25. Una telefonata arriva alla centrale della polizia israeliana. Dall’altra parte c’è una voce bassa. È, anzi, un sussurro. «Siamo stati rapiti», dice quella voce. La telefonata viene inoltrata a un alto ufficiale donna. Che continua a fare domande. Chiede chi siano, dove si trovino, cosa stiano succedendo. Ma non riceve risposte. Dopo 2 minuti e 9 secondi la conversazione si interrompe. L’ufficiale chiama otto volte quel numero. Per tre volte il numero risulta occupato. Per altre cinque volte risponde la segreteria telefonica.

In quei pochi minuti i rapitori si accorgono che è stata fatta una telefonata alla polizia. Temono di essere stati denunciati. Pensano che sia stata comunicata la targa o il tipo di veicolo. Oltre alle coordinate geografiche del veicolo. Così le cose precipitano. I tre ragazzi, agitati – secondo lo Shin Bet – sarebbero stati colpiti a sangue freddo mentre erano seduti sui sedili posteriori proprio dopo la telefonata.

Ma si capisce presto che non si tratta di killer professionisti. «Sono andati nel panico. Del resto i tre ragazzi non corrispondevano al target tipo di Hamas», spiegano da Gerusalemme. Un quarto d’ora dopo, con i tre cadaveri a bordo, i responsabili cambiano veicolo. Trasportano i corpi nell’auto nuova. E danno fuoco alla Hyundai i35.

La Hyundai bianca bruciata con la quale i due palestinesi avrebbero rapito e ucciso i giovani israeliani (foto di Nasser Shiyoukhi/Ap)

La Hyundai bianca bruciata con la quale i due palestinesi avrebbero rapito e ucciso i giovani israeliani (foto di Nasser Shiyoukhi/Ap)

Ancora alcuni chilometri e i rapitori arrivano in un pezzo di terra – di proprietà della famiglia Kawasme, secondo Canale 2 – a tre chilometri dal villaggio palestinese di Halhul, cinque chilometri a nord di Hebron. I corpo vengono gettati a terra. C’è anche un tentativo di seppellirli, ma poi gli autori del massacro hanno fretta. Vogliono disfarsi di quello scempio il prima possibile. Temono di essere braccati. Per questo, quando saranno ritrovate – sabato scorso, secondo uno 007 – le vittime sono parzialmente coperte di terra e in pessime condizioni dopo essere rimaste esposte al caldo per più di due settimane.

Ignorano, i rapitori, che la catena di comando, in Israele, non ha funzionato come doveva. Perché quella telefonata, quel «Siamo stati rapiti» non ha fatto scattare i soliti dispositivi di sicurezza. Perché l’alto ufficiale – dopo non aver avuto risposta – ha pensato fosse un pessimo scherzo telefonico. E così non ha informato i suoi diretti superiori. Come, risulta agli atti, non avrebbe nemmeno chiesto di risentire la registrazione di quella telefonata. Per questo l’allarme scatta soltanto sette ore dopo. Quando Eyal, Naftali e Gil-ad erano già morti.

Il luogo in cui sono stati trovati i corpi degli adolescenti rapiti il 12 giugno scorso (foto Canale 10)

Il luogo in cui sono stati trovati i corpi degli adolescenti rapiti il 12 giugno scorso (foto Canale 10)

Il giorno dopo, il 13 giugno, le forze di sicurezza israeliane rendono pubblica l’identità dei due sospettati del rapimento. Perquisiscono le loro case. Interrogano, arrestano centinaia di persone. Finiscono per effettuare controlli anche a Hebron, dove entrambe le famiglie hanno parenti e amici e conoscenti. Ma i due presunti rapitori-assassini si sono dileguati da ore. E continuano ancora ora.

Intanto la Hyundai viene analizzata dalla Scientifica israeliana. Vengono trovati bossoli e buchi sui sedili posteriori. E chiazze di sangue. Poche, perché il fuoco ha distrutto quasi tutta l’auto. Ma tanto basta per arrivare all’unica conclusione possibile: i tre adolescenti sono stati uccisi. Ventiquattro ore dopo il rapimento esercito e intelligence stanno cercando i corpi e gli autori. Non c’è spazio per la speranza.

Si arriva così, sabato, al blitz ad Halhul. Centinaia di soldati controllano i terreni. Ed è in uno di questi appezzamenti che trovano tre corpi. Gonfi, pieni di sangue essiccato. Tra le prove ci sono anche un paio d’occhiali ormai inutilizzabili. Gli stessi occhiali che poi saranno mostrati all’ottico Shalom Friedman. Pedina, inconsapevole, di una vicenda – l’ennesima – che sconvolge Israele.

© Leonard Berberi
(1 – continua)

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3 thoughts on “L’autostop, l’allarme alla polizia e il massacro. Cos’è successo ai tre ragazzi

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