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Il mediatore Kerry resta a Washington e i negoziati finiscono su un binario morto

Se non è la fine, poco ci manca. Perché mai, come in queste ore, i negoziati di pace sono stati sul punto di fallire. Con Israele infuriata. Ramallah che va per la sua strada. E John Kerry, segretario di Stato Usa e mediatore tra le due parti, che cancella il viaggio in Medio Oriente ad aereo praticamente sulla pista di decollo.

Colloqui? Quali colloqui? La stampa chiede. I diplomatici s’interrogano. Israeliani e palestinesi attendono. Abituati, da decenni, a passi in avanti e stop improvvisi, strette di mano e missili, sorrisi un giorno e porte sbattute in faccia ventiquattro ore dopo.

Il segretario di Stato Usa, John Kerry, sale sull'aereo all'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv (foto Reuters)

Il segretario di Stato Usa, John Kerry, sale sull’aereo all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv (foto Reuters)

«È del tutto prematuro considerare senza speranza i colloqui per un accordo di pace tra palestinesi e israeliani», ha rassicurato Kerry. Ma, ad oggi, l’unica cosa concreta è la decisione dell’Anp di presentare richiesta formale di adesione a 15 agenzie delle Nazioni Unite. Tradotto: Ramallah non aspetta l’esito dei negoziati, vuole ora e subito metter piede definitivamente nel Palazzo di Vetro.

La decisione – annunciata in diretta tv dal presidente palestinese Mahmoud Abbas – ha sorpreso gl’israeliani. I quali, qualche ora e telefonata dopo, non hanno nascosto il disappunto. Soprattutto perché il giorno prima il premier israeliano Benjamin Netanyahu aveva quasi provocato una crisi di governo promettendo agli americani due cose: lo stop alle nuove costruzioni negl’insediamenti ebraici in Cisgiordania e il rilascio immediato di centinaia di detenuti palestinesi. In cambio Washington metteva sul piatto la liberazione di Jonathan Pollard, la spia americana condannata all’ergastolo per aver lavorato a favore d’Israele. Il tutto per continuare con i negoziati. E pur di non far arrabbiare i palestinesi che, nel frattempo, avevano dato 24 ore a Kerry per risolvere la questione dei detenuti.

Il presidente palestinese Mahmoud Abbas (seduto) e il capo dei negoziatori palestinesi Saeb Erekat firmano le richieste di adesione a 15 agenzie Onu (foto di  Issam Rimawi/Flash90)

Il presidente palestinese Mahmoud Abbas (seduto) e il capo dei negoziatori palestinesi Saeb Erekat firmano le richieste di adesione a 15 agenzie Onu (foto di Issam Rimawi/Flash90)

Nulla da fare. Accontentati dagl’israeliani e rassicurati dagli americani, a Ramallah hanno deciso di procedere per conto loro. Nonostante un suggerimento nemmeno tanto velato delle massime autorità dello Stato ebraico: se i palestinesi chiedono ulteriori riconoscimenti dentro l’Onu, saltano i colloqui di pace. «Israele non ha mantenuto la parola data – ha spiegato il presidente palestinese Abbas – per questo ora bussiamo alle Nazioni Unite».

La «parola data» è la liberazione di decine di detenuti nelle celle israeliane in quattro tranche. Manca l’ultimo gruppo, quello fatto di ex terroristi di spicco. E, su questo, Gerusalemme s’è preso qualche giorno. Un ritardo, secondo Abbas, che va contro l’accordo di fine luglio, quando i negoziati ripresero in pompa magna dopo anni di letargo. In quel documento il presidente palestinese si diceva pronto a sospendere per nove mesi la sua richiesta alle agenzie Onu in cambio del rilascio di 104 prigionieri palestinesi.

Il presidente Usa Barack Obama e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu dentro l'Ufficio ovale della Casa Bianca (foto di Pete Souza/White House)

Il presidente Usa Barack Obama e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu dentro l’Ufficio ovale della Casa Bianca (foto di Pete Souza/White House)

I nove mesi, calendario alla mano, non sono ancora stati raggiunti. Ma tant’è. «Gli Stati Uniti devono trarre una lezione da questa decisione: noi palestinesi non resteremo passivi mentre la Palestina sta diventando un Bantustan», ha tagliato Mustafa Barghouti, uno dei massimi esponenti dell’autorità palestinese e fratello di Marwan, detenuto nelle prigioni israeliane.

E però, accontentati i falchi bianco-rosso-nero-verdi, Barghouti ha aggiunto che «gli americani devono continuare a guidare il processo di pace e a fare pressioni su Israele per il raggiungimento di un giusto accordo». Poi s’è scagliato contro lo Stato ebraico: «Hanno voluto sin dall’inizio fare collassare i negoziati – ha attaccato – e il recente annuncio della costruzione di nuove abitazioni nella colonia di Gilo ne è la prova».

© Leonard Berberi

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