attualità, cultura

“X Factor Israel”, il trionfo della badante filippina Rose

Rose Fostanes, badante filippina di 47 anni, mentre si esibisce con "My way" di Sinatra alla finale di X Factor Israel (foto Reshet/Falafel Cafè)

Rose Fostanes, badante filippina di 47 anni, mentre si esibisce con “My way” di Sinatra alla finale di X Factor Israel (foto Reshet/Falafel Cafè)

Finisce esattamente com’era iniziata. Con Rose Fostanes che fa impazzire tutti: la giuria, il pubblico in studio, il pubblico a casa, il «popolo del web». Con questa donna, bassa, bassissima – un metro e mezzo d’altezza –, un po’ grassottella, determinata, prima impacciata, poi sempre sorridente, serena, ecco con questa donna che sbanca dalla prima all’ultima puntata X Factor Israel (in fondo al post trovate il video integrale, ndr). E che, nel farlo, si porta con sé la sua vera vita – quella di immigrata che fa la badante a Tel Aviv –, una fidanzata e una famiglia a migliaia di chilometri di distanza, laggiù, nelle Filippine. E proprio mentre là fuori, a pochi metri di distanza, centinaia di altri migranti – peraltro tutti fuggiti dalle guerre – chiedono di non finire nei centri di detenzione e che gli venga riconosciuto lo status di rifugiati. O, almeno, di non venire rimpatriati.

I "Fusion", finalisti di X Factor Israel (foto Reshet/Falafel Cafè)

I “Fusion”, finalisti di X Factor Israel (foto Reshet/Falafel Cafè)

E allora. Ha vinto lei. Rose. La donna accolta all’inizio con un misto di supponenza e finta curiosità. Ma anche ammirata per la sua voce. Per la sua capacità di reggere gli acuti. Di emozionare. Di esibirsi senza difficoltà una volta a suon di «Bohemian Rhapsody» dei Queen, l’altra sulle note di «You and I» di Lady Gaga. E, forse, proprio per questo spesso lasciata sola dagli altri concorrenti, lì, in un angolo, mentre a un passo si formavano e disfacevano comitive dove tutti parlavano in ebraico. Lingua ufficiale del Paese, lingua che Rose non conosce. E ora tutti a dire che ormai si tratta di un «fenomeno nazionale». Anche se, a seguire le puntate, la vittoria era ormai annunciata. Soprattutto dopo che, settimana dopo settimana, gli avversari più temibili cadevano, sbattevano contro il televoto.

La finalista Eden Ben Zaken (foto Reshet/Falafel Cafè)

La finalista Eden Ben Zaken (foto Reshet/Falafel Cafè)

Alla finale di martedì sera, 14 gennaio, Rose – che concorreva come la migliore della categoria «over 25 anni» – ha battuto gli altri tre finalisti. Cantando «My Way» (Sinatra), «If I ain’t got yout» (Alicia Keys), «Sweet dreams» (Eurythmics). E non c’è stato davvero nulla da fare per Eden Ben Zaken (categoria «ragazze»), Uri Shakiv («ragazzi») e i Fusion («band»). Perché questa donna – una dei circa 40 mila filippini che vivono e lavorano in Israele – di rivali veri non ne aveva. E ora si gode il trionfo. L’affetto – chissà quanto vero – della gente. Il paragone – chissà quanto felice – con un’altra 47enne, Susan Boyle, quella Susan Boyle che poi ha trionfato a «Britain’s Got Talent» nel 2009.

Il finalista Uri Shakiv (foto Reshet/Falafel Cafè)

Il finalista Uri Shakiv (foto Reshet/Falafel Cafè)

E pensare che se non l’avesse convinta un amico, la scorsa estate, Rose non l’avremmo mai conosciuta. Del resto di tempo ne aveva poco. Quasi tutto il giorno a fare la badante in casa di una signora di Tel Aviv, poco più grande di lei, ma malata. La sera ad animare l’associazione che si batte per i diritti della comunità Lgbt filippina. La notte a dormire in un appartamento alla periferia della città con altri sette coinquilini per risparmiare sulle spese e per mandare quanti più soldi laggiù, nelle Filippine. Stessa storia, per sei anni.

E ora eccola qui, a godersi il trionfo. A ricever applausi. A firmare autografi. A mettersi in posa con i fan per infilare decine di «selfie» con il telefonino. A festeggiare con i suoi connazionali. A chiamare casa. Ecco, a proposito di casa, Rose ci pensa sempre. «La mia famiglia mi manca davvero tanto, per non parlare della mia fidanzata», ha detto, piangendo, ai giornalisti che la assillavano con le domande. «Li vorrei qui, al mio fianco, per avere tutto il supporto che mi serve in questo momento. Ho bisogno di loro».

© Leonard Berberi

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