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Le guerra all’Iran e lo scenario degli israeliani: 30 giorni di conflitto, almeno 500 vittime civili e tre fronti pericolosi

Trenta giorni di conflitto. Più di un fronte sul quale combattere. Almeno 500 morti. Ma prima di tutto questo ci sono i tasselli burocratici da riempire. Nuove figure istituzionali da creare. E preparativi da ultimare. Ché alla fine, tra i falchi di governo, l’obiettivo è sempre quello: annichilire la potenza nucleare di Teheran. Magari già in autunno. Quest’autunno.

C’è un continuo rumoreggiare a Gerusalemme come a Tel Aviv. L’esecutivo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu sta arrivando a quello che gli esperti chiamano «punto di non ritorno». E a farlo intendere, sulle colonne del quotidiano ebraico Ma’ariv, è anche l’ex generale Matan Vilnai, prossimo ambasciatore in Cina. Vilnai ha spiegato che «il conflitto con l’Iran durerà probabilmente un mese, avrà più di un fronte caldo e nelle città israeliane la replica dell’artiglieria di Teheran potrebbe provocare almeno 500 vittime, qualcosa meno o qualcosa di più».

Non sono farneticazioni. Vilnai conosce bene le dinamiche che portano lo Stato ebraico a organizzare una guerra. Lui c’era quando s’è deciso, nel 2006, di annientare le basi di Hezbollah in Libano. C’era quando è stata pianificata l’operazione Piombo Fuso a Gaza. Per questo, pur raccontando cose gravissime e allarmanti, mantiene sempre una calma che rende ancora più preoccupante la realtà delle prossime settimane.

Dice, infatti, Vilnai che «non c’è spazio per l’isteria collettiva: Israele è preparata a ogni evenienza come non mai». Non replica alle parole di Leon Panetta, segretario della Difesa Usa, che ha bollato come illazioni le indiscrezioni su un bombardamento certo di Gerusalemme contro i siti nucleari della Repubblica islamica.

«Per noi stanno lavorando gli esperti migliori», rassicura. E nel farlo spiega anche i fronti del conflitto: uno è quello, ovviamente, iraniano. L’altro è quello libanese, dove i militanti sciiti di Hezbollah – da sempre filo-Teheran – potrebbero lanciare i loro razzi contro lo Stato ebraico. Il terzo fronte, non a sorpresa, è quello della Striscia di Gaza, dove il braccio armato di Hamas – in rotta con la parte diplomatica della fazione – non vede l’ora di sferrare un attacco ai confini israeliani.

Non spiega di più, Vilnai. Ma una cosa ci tiene a precisarla e a dirla alla popolazione: «Come i giapponesi sanno di dover convivere con i terremoti, così anche gl’israeliani devono capire e accettare di vivere con il rischio di venire bombardati».

Israele ha fretta. Israele ha paura. Israele è preoccupata. Entro novembre – secondo gli esperti dell’intelligence ebraica – l’Iran avrà arricchito grandi quantità di uranio al 20%, il minimo sindacale per costruire poi testate nucleari sporche. E a dare ragione ai timori israeliani c’è il blitz di una novantina di agenti federali tedeschi mercoledì 15 agosto in alcune case di Amburgo, Oldenburg e Weimar. Azione speciale nel quale sono stati arrestati un cittadino con passaporto della Germania e altri tre con doppia cittadinanza tedesca e iraniana perché sospettati di aver esportato in Iran valvole per la costruzione di un reattore nucleare, violando così l’embargo in vigore. I sospetti – Rudolf M., Kianzad Ka., Gholamali Ka. e Hamid Kh. – tra il 2010 e il 2011 avrebbero fornito le componenti a Teheran servendosi di compagnie di faccia in Turchia e Azerbaigian in cambio di milioni di euro.

Dagli Usa, intanto, arrivano voci che sanno di smentita delle capacità israeliane di affrontare una guerra. Interpellato sulla possibilità di un conflitto in Medio Oriente, il generale Martin Dempsey ha detto che, secondo le informazioni in suo possesso, «Israele può certamente ritardare il programma nucleare iraniano, ma non può fermare le sue capacità» di produrre la bomba atomica.

Giudizio non nuovo, per gl’israeliani. Che fanno intendere di non aver detto proprio tutto agli americano e, nel frattempo, vanno avanti per la loro strada. Martedì 14 agosto è stata ufficializzata la nomina a ministro del Fronte interno di Avi Dichter. Deputato ed ex capo dello Shin Bet (il servizio di sicurezza interno d’Israele), Dichter è membro di Kadima, partito ora all’opposizione e che dovrà lasciare. Da mesi ha assunto toni da «falco» sul dossier Iran e nel nuovo incarico – in caso di guerra a Teheran – avrà uno dei ruoli chiave: dipenderà sì dal ministro dell’Interno, Ehud Barak – altro «falco» – e dovrà gestire il coordinamento della difesa interna, punto debole dello Stato ebraico, vista l’esposizione proprio a più fronti pericolosi.

E l’Iran? Dalla capitale bollano le parole di guerra israeliane come un bluff, «l’ennesimo» bluff. «Non prendiamo sul serio le loro minacce», ha detto Ramin Mehmanparast, portavoce del ministero degli Esteri. «Da settimane e mesi assistiamo puntualmente a minacce di questo tipo che poi si rivelano senza fondamento».

© Leonard Berberi

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