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Ultimatum e manovre a tenaglia: così Israele e Iran si preparano alla guerra

Si rincorrono tante voci, in questi giorni. E più che voci son dardi velenosi. Lasciati andare qua e là. E che convergono tutti in un solo punto: ancora un passo e il conflitto tra Israele e Iran diventa inevitabile.

L’ultima voce – peraltro non smentita – dice che in una riunione del gabinetto di sicurezza israeliano la maggior parte dei membri avrebbe detto al premier Benjamin Netanyahu di appoggiare l’ipotesi di un attacco alla Repubblica islamica. Non una risposta a Teheran, ma un’azione militare preventiva contro i siti nucleari iraniani «per scongiurare che il regime si doti dell’arma atomica».

Tra i favorevoli ci sarebbero lo stesso Netanyahu e il ministro della Difesa Ehud Barak. Soltanto sei ministri, per ora, si sarebbero opposti all’opzione più estrema. E la notizia non fa piacere al presidente Usa Barack Obama. Nella visita del 5 marzo scorso a Washington, il premier israeliano gli ha assicurato che Gerusalemme non attaccherà l’Iran – se le cose dovessero procedere con questi ritmi – «prima delle elezioni presidenziali americane di novembre». In cambio Obama avrebbe garantito di rifornire Israele dei missili a lunga gittata e in grado di sfondare le protezioni sotterranee dei centri iraniani di stoccaggio del materiale nucleare.

L'Iron Dome (sistema anti-razzi) in azione sul suolo israeliano (Getty Images)

«L’Iran ha un’ultima chance: deve raggiunge l’intesa sulle ispezioni ai siti atomici e accettare i vincoli al suo programma nucleare nei colloqui in Turchia. In caso contrario Israele lancerà il raid militare». Il messaggio è stato spedito da Gerusalemme a Washington. E poi da lì a New York. Qui, alla fine della riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il Segretario di Stato Usa, Hillary Clinton l’avrebbe riferito a Sergey Lavrov, il capo della diplomazia russa. E poi gli avrebbe fatto una richiesta: «L’avviso israeliano bisognerebbe recapitarlo a Teheran, così evitiamo un conflitto spaventoso nel bel mezzo della crisi siriana».

Lo Stato ebraico, a sentire l’intelligence russa, avrebbe in realtà già iniziato a prepararsi per un intervento militare. Secondo i servizi segreti di Mosca se gl’israeliani dovessero lanciare il raid sulla Repubblica islamica è «molto probabile» che partecipino anche gli Stati Uniti. Dicono gli 007 russi che «non è più una questione di se, ma di quando». E aggiungo che «i raid saranno attuati prima della fine dell’anno».

Un gruppo di studentesche israeliane si mette al riparo durante l'allarme missili lanciati da Gaza (Uriel Sinai)

Anche sul fronte iraniano qualcosa si starebbe muovendo. L’intelligence israeliana avrebbe rintracciato la presenza pochi giorni fa in Libano (dove Hezbollah è uno storico alleato di Teneran) di Ali Akbar Javanfekr. Non uno qualsiasi, ma il portavoce del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad. Javanfekr, raccontano gl’israeliani, sarebbe arrivato con una decina di membri dell’entourage di Ahmadinejad. Il 14 marzo si sarebbe anche affacciato lungo il confine pieno zeppo di filo spinato e muri di separazione tra il Libano e Israele.

Gli strateghi militari di Gerusalemme vanno spiegando da giorni a Netanyahu che l’Iran sta lavorando a una strategia ben precisa: l’attacco multiplo, simultaneo e a tenaglia con azioni militari da nord (Libano) e sud (Striscia di Gaza). I quasi 300 razzi sparati dalle formazioni paramilitari palestinesi di Gaza nel giro di poche ore rischiano soltanto di essere le prove generali. Sullo sfondo c’è la Siria. L’incognita dell’eventuale conflitto tra israeliani e iraniani che potrebbe accelerare o scongiurare un disastro nella regione.

© Leonard Berberi

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