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Tel Aviv, la proposta del consigliere: bus separati (e ingressi limitati) per gli stranieri

«Puzzano». «Si prendono i posti sui pullman». «Occupano i pochi appartamenti liberi». «Soprattutto: chissà quali malattie possono trasmettere». Corsi e ricorsi nella Tel Aviv d’oggi. Che, a leggere certe cose, sembra la Louisiana di ieri, quando i neri non erano persone, ma braccia e schiavi e servi e animali.

Solo che in questo 2012, quando tutti gli occhi d’Israele sono rivolti all’Iran e alle sue navi militari che si dirigono verso il Mediterraneo, Benjamin Babayoff, consigliere comunale di Tel Aviv del partito ultrareligioso “Shas”, prende carta e penna e scrive all’assessore cittadino ai Trasporti, al traffico e al parcheggio, al sindaco Ron Huldai e al ministro dei Trasporti Israel Katz poche frasi, ma destinate a scatenare le organizzazioni antirazziste.

La lettera è finita sul web, sulle pagine locali della piattaforma Ynet. Scrive Babayoff: «Vi mando questa comunicazione al massimo della disperazione per denunciare il crescente disagio che subiscono i nostri concittadini ogni volta che vanno a lavorare. Migliaia di lavoratori stranieri e clandestini riempiono i pullman, occupano i posti a sedere, lasciano in piedi i nostri abitanti. Per non parlare della puzza che emanano e del lavoro extra che gl’israeliani devono fare per togliere il cattivo odore dalle scale e dai marciapiedi. Dio non voglia, ma questi potrebbero benissimo portarci delle malattie». Non solo. Babayoff denuncia anche l’emergenza abitativa. «Quasi tutti gli appartamenti liberi a sud di Tel Aviv sono stati occupati dagli immigrati. I nostri concittadini restano così senza un tetto».

Alcuni ragazzini israeliani a sud di Tel Aviv con in mano cartelli in cui chiedono al governo di riportare a casa i migranti (foto di Oren Ziv)

Quindi le proposte. Peggiori delle lamentele. «Per risolvere il problema – continua il consigliere ultrareligioso – bisognerebbe istituire bus separati per i lavoratori stranieri e per i rifugiati. Se non si può fare questa cosa, allora bisognerebbe porre un limite al loro ingresso nei mezzi di trasporto pubblico negli orari di punta per i nostri lavoratori, ovviamente dando preferenza ai connazionali». Precisa, però, Babayoff che «la lettera non ha un intento razzista. Vuole soltanto andare incontro alle richieste esasperate dei concittadini».

L’unica risposta ufficiale per ora è arrivata dallo staff del sindaco di Tel Aviv. «Condanniamo qualsiasi intervento o atteggiamento razzista. Questo Comune continuerà a impegnarsi per garantire a tutti, anche ai migranti, l’accesso a tutti i servizi – dalla salute all’istruzione, dal welfare ai trasporti pubblici – per salvaguardare quella visione del mondo che considera una persona come tale, a prescindere da chi sia, cosa faccia, da dove sia venuto e dove stia andando».

Babayoff non è nuovo a questo genere di interventi. Nell’estate del 2010 aveva chiesto ai residenti israeliani a sud di Tel Aviv di non affittare gli appartamenti agli stranieri, chiamati in quell’occasione «infiltrati». Se qualcuno l’avesse fatto, avrebbe violato una legge religiosa. E infatti pochi giorni dopo 25 rabbini della zona avevano firmato l’«Editto che vieta l’affitto di appartamenti agli infiltrati» e una decina di agenzie immobiliari – sempre del sud della città – avevano pubblicato la petizione in cui s’impegnavano a rispettare la richiesta arrivata dai religiosi.

Nello stesso anno, poi, il consigliere dello “Shas” aveva chiesto che i figli dei migranti che frequentavano gli stessi asili di quelli degl’israeliani dovevano restare separati.

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Israele compra in Italia 30 jet militari

Più che una gara d’appalto è stato un lungo, estenuante, braccio di ferro. Con tanto di minacce di ritorsione diplomatica ed economica. Però, alla fine – e salvo sorprese – potrebbe esserne valsa la pena. Dopo mesi di proposte e controproposte, i vertici militari israeliani hanno deciso: i 30 jet militari (non 20, com’era stato annunciato prima) per le esercitazioni dovranno essere «made in Italy» al prezzo, per ora non ancora definitivo, di 1 miliardo di dollari. In cambio, il nostro Paese s’impegna a spendere la stessa somma per acquistare strumentazione militare dagl’israeliani.

Corea del Sud sconfitta, insomma. Anche se per il via libera definitivo servirà l’ok di ministero della Difesa, governo e Parlamento, a questo punto solo una formalità. E così lo Stato ebraico si doterà del modello M-346 della compagnia Alenia-Aermacchi (con l’aiuto dei russi della Yakovlev) e darà l’addio agli Skyhawks statunitensi, il modellino sui quali si sono esercitati gl’israeliani per una quarantina d’anni.

Il prototipo M-346

È stata una sfida piena anche di colpi sotto la cintura (della diplomazia). Con i sudcoreani che, pur di vendere a Gerusalemme il loro caccia modello T-50 a 1,6 miliardi di dollari, hanno promesso agl’israeliani di comprare un esemplare dell’Iron Dome, il sistema anti-missili realizzato negli ultimi mesi. Poi, quando le prime indiscrezioni indicavano che lo Stato ebraico era orientato a guardare al prodotto italiano come prossimo modellino da usare, gli asiatici hanno lamentato «la totale mancanza di trasparenza nel bando».

«Quella italiana è stata la proposta più efficiente per il ministero israeliano della Difesa», ha scritto in una lettera inviata ai sudcoreani Udi Shani, direttore generale del dicastero. Gli aerei dovranno essere pronti entro il 2014. E a determinare la vittoria italiana, secondo alcuni giornalisti, potrebbe essere stata – oltre che la professionalità del produttore – «anche la posizione filoisraeliana del governo Berlusconi».

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Il Muro del Pianto in vendita (a pezzi) su eBay

Quello di Berlino è già in vendita. Nei mercatini della capitale tedesca, a ridosso dei musei, sul web. Pezzetto per pezzetto. Ma su quell’altro muro, altrettanto famoso, di Gerusalemme, dovevano ancora pensarci su. E alla fine, qualche buontempone, ha deciso: deve andare all’asta. Su eBay. Subito. E a brandelli.

Succede anche questo. Che uno dei simboli religiosi meglio custoditi al mondo finisca con lo scontrarsi con la Rete. E il mercato. Certo, lì davanti alla Spianata delle moschee negli anni hanno venduto un po’ di tutto: «aria della Terra Santa», «acqua del fiume Giordano», le «scaglie dorate prese dalla cupola della moschea» che c’è dietro al Muro. Ma questa mancava ancora.

Due soldati israeliani di fronte al Muro del Pianto

L’allarme l’ha lanciato il quotidiano ebraico ultraortodosso “Behadrei Haredim”: «Le pietre del santo Muro del Pianto di Gerusalemme sono in vendita a 4,99 dollari l’una». I rabbini israeliani si sono rivolti alla polizia. Un magistrato ha avviato le indagini. Mentre il sito di aste più famoso al mondo, eBay appunto, nonostante gli appelli non ha rimosso ancora l’offerta delle pietre.

Certo, nella Storia quel muro non è passato indenne. A distruggerlo per bene ci hanno pensato quasi due millenni prima i legionari dell’imperatore romano Tito. Ma è da sempre un luogo di preghiera per gli ebrei di tutto il mondo. E un momento di ritrovo per i turisti che a Gerusalemme vengono soprattutto per questo: per vedere questa facciata di grandi pietre, piena di fessurine e di bigliettini-preghiere-invocazioni lasciate da chiunque e per decenni.

Non si capisce bene, a dire il vero, se le piccole pietre sono state prese di proposito, oppure se sono il prodotto dello sfarinamento nel tempo. In attesa di scoprirlo, ci hanno pensato i religiosi a lanciare i loro strali. «Queste pietre non hanno una proprietà soprannaturale», ha detto il rabbino del Muro del Pianto Shmuel Rabinovitch nel fare denuncia alla polizia. «Anzi, secondo il testo morale del rabbino Yitzhak Silverstein, c’è il timore che queste abbiano l’effetto opposto». E via con una storia macabra. Nella speranza, di religiosi e non, che questo basti a fermare sul nascere il nuovo filone religioso del mercato virtuale.

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Gli Usa, Israele e quel rapporto “speciale” con i mujaheddin iraniani

Operazioni segrete e spettacolari. Alleanze strategiche con i mujaheddin. Ingresso nei paesi nemici con passaporti americani e britannici. Telefonate roventi da un capo all’altro del mondo. Minacce. Piccole ritorsioni. Tentativi per far saltare la copertura agli agenti in servizio. C’è ormai di tutto nel lungo e corposo dossier Israele-Iran. Con storie e personaggi ed enigmi che ormai si estendono da Washington a Baku, da Londra a Gerusalemme, da Teheran a Parigi.

Insomma, materiale per un film. E che film. Soltanto che qui, all’ombra si muovono personaggi mai sentiti prima, sigle quasi sconosciute al pubblico occidentale. Vengono fuori accordi «al limite» da parte israeliana pura di sconfiggere il «Satana» Iran, pur di scrollarsi di dosso quello che, oggi, appare come il pericolo più grande per l’esistenza stessa dello Stato ebraico.

Ma prima di entrare nel dettaglio, una precisazione. Non è facile, per chi segue queste vicende per lavoro (e passione), trovare un filo conduttore logico, in modo da poter scartare quella che è una «polpetta avvelenata» da quella che non lo è. Ora più che mai, c’è in giro tutta una rete di personaggi, appartenenti a questo o a quel istituto di analisi geopolitica, che in realtà è qualcuno che ha più di un piede in qualche ufficio locale dei servizi segreti. Personaggi che, tutto d’un tratto, si fanno prendere dalla voglia di dire qualcosa – meglio: di sussurrare – anche al più giovane giornalista. Tutto questo per anticiparvi che più i venti di guerra si faranno potenti, più sentirete/leggere tutto e il contrario di tutto. Stavolta non si farà eccezione.

E allora. Il materiale per un film, dicevamo. La pellicola, per rimanere in tema, potremmo farla partire il 12 novembre 2011. Quando Modarres (o Sajad, secondo altri, nella foto sopra), una base militare iraniana viene distrutta da una (o due) esplosioni che scuotono anche la capitale Teheran, distante circa 40 chilometri. Muoiono, ufficialmente, 17 soldati. Anche se un’altra contabilità di vittime militari ne registra 40. Tra questi, c’è sicuramente il generale Hassan Tehrani Moqaddam, direttore della struttura e personaggio chiave della corsa agli armamenti della Repubblica islamica.

Quella di Modarres-Sajad non è una base qualsiasi. Secondo l’Intelligence israeliana qui si trova la maggior parte dei missili Shehaab-3 (“Meteora”, in persiano), quelli in grado di percorrere fino a 1.280-1.300 chilometri e quindi di minacciare il territorio ebraico, e anche i terra-terra Zelzal-2 (“Terremoto”). Sempre qui si troverebbe anche il laboratorio che ha dato vita agli Shehaab-4, missili ancora più potenti, in grado – secondo la difesa iraniana – «di arrivare nello spazio». Potenzialmente, in grado di raggiungere qualsiasi nazione sulla Terra.

Non era mai successo prima una cosa del genere a una base militare iraniana così sorvegliata. C’è chi ha parlato di «incidente», ma indagini successive dimostrano che a provocare l’esplosione sarebbero stati i membri del Mek in collaborazione con il Mossad. E qui, per la prima volta, entra in scena la formazione paramilitare «Mujahadeen al-Khalq» (Mek). Si tratta di una organizzazione di esuli iraniani che si batte contro le Guardie della rivoluzione che governano nel Paese. Esistono dal 1965 e hanno due basi operative: Parigi (sede “diplomatica”) e Camp Ashraf, in Iraq, la sede “militare”, dove si formano squadriglie, dove si allenano, dove pianificano le mosse anti-Teheran. Dal 2001, il gruppo ha rinunciato alla violenza e s’è unito al Consiglio nazionale di resistenza iraniana. Ma non hai mai di fatto smesso con le armi, per ora con un solo obiettivo: riportare la Repubblica islamica nelle mani del popolo.

Ecco, dice più d’uno, che «il lavoro fatto a Modarres-Sajad è quello tipico del Mek, stavolta con un appoggio logistico non indifferente del Mossad». La voce, sempre smentita ovviamente dagl’israeliani, è stata confermata però in una recente intervista esclusiva a Brian Williams, sulla Nbc americana, da due alti funzionari militari Usa. Insomma, sostengono le fonti che sì, «il servizio segreto israeliano ha reclutato, preparato, dotato e diretto una campagna di attacchi terroristici domestici in Iran, contro esponenti del programma nucleare locale e ricorrendo al “personale” del Mek». Gli stessi esponenti dei Mujahadeen al-Khalq sarebbero attivi anche negli omicidi mirati, gli autori materiali delle esplosioni nelle auto e nelle moto guidate da scienziati di Teheran.

La collaborazione Mossad-Mek pare vada avanti da mesi. Gli Usa hanno ammesso di sapere della collaborazione, ma hanno anche precisato di non avere nulla a che fare con questa scia di sangue. Nemmeno gl’iraniani si mostrano molto sorpresi. «Sappiamo che Israele sta pagando i mujaheddin e che alcuni di questi stanno passando informazioni agli agenti ebrei. Sappiamo anche che il Mossad sta addestrando molti membri del Mek».

In realtà, come dimostrato dalle foto e dai molti convegni fatti negli Stati Uniti, quelli del Mek – pur essendo ufficialmente nella lista del terrore del Dipartimento di Stato Usa – godono di un vasto appoggio politico-diplomatico proprio tra molti americani. Basti sapere che dall’ambasciatore all’Onu John Bolton all’ex sindaco di New York, Rudolph Giuliani, dal generale Wesley Clark ad Howard Dean, decine di personaggi influenti hanno chiesto al presidente Obama di cancellare il Mek dalla lista nera.

Non solo. Già nel 2009, in un seminario chiamato “Which path for Persia?” (Quale percorso per la Persia?) a Brooking Institute fu proposto – esplicitamente – di «armare, in maniera completa, addestrare e sostenere i Mek» per favorire la loro campagna contro l’Iran. Scrisse la relazione finale del think tank americano: «Un movimento di opposizione di lunga data al regime iraniano e il resoconto degli attacchi riusciti e delle operazioni di raccolta di informazioni di intelligence contro il regime, lo rendono meritevole del sostegno degli Stati Uniti» (clicca qui per il leggere il documento completo). L’anno prima, una firma del giornalismo, Seymour Hersh, si era spinto oltre, sostenendo che «negli ultimi anni il gruppo (il Mek) ha ricevuto armi e informazioni d’intelligence, direttamente o indirettamente, dagli Usa».

Dunque, quelli del Mek non sono solo «burattini» mossi da Israele, ma anche – forse – dall’amministrazione Obama. Non sorprendono, allora, le visite «segrete» del numero uno del Mossad, Tamir Pardo, tra gennaio e febbraio di quest’anno. Secondo il «Daily Beast» Pardo sarebbe andato in America «per capire come reagirebbero gli americano di fronte a un attacco dello Stato ebraico sul suolo iraniano». Ma nello stesso tempo, gl’israeliani avrebbero anche smesso di passare informazioni riservate ai colleghi statunitensi. Certo è che nelle ultime settimane c’è un po’ di nervosismo tra Cia e Mossad: sarebbero stati scoperti altri 007 israeliani in possesso di passaporti stranieri, britannici e americani, soprattutto.

In tutto questo, l’agenzia stampa iraniana di Stato, l’Irna, ha raccontato della lavata di capo fatta all’ambasciatore dell’Azerbaigian a Teheran dopo che è venuta fuori la notizia di un passaggio fin troppo facile di agenti del Mossad dalla capitale azera all’Iran. Secondo l’Irna, «il ministro iraniano degli Esteri ha inviato una nota di protesta a Javanshir Akhundov, ambasciatore dell’Azerbaigian, chiedendo la fine immediata delle operazioni anti-iraniane del Mossad sul suolo della Repubblica islamica».

Sul piano militare due sono le novità sul fronte di Teheran. Da un lato, l’allarme lanciato dal vice ammiraglio Usa Mark Fox, comandante della flotta operativa nel Golfo Persico: «L’Iran sta preparando le imbarcazioni in modo da essere usate anche per gli attacchi suicidi». E ancora: la Repubblica islamica «ha aumentato il numero dei sottomarini (dieci, secondo l’ultima contabilità) e delle navi veloci nei pressi dello Stretto di Hormuz. Alcune di queste possono essere adattate a modalità di attacco suicida, del resto il Paese ha un vasto repertorio di mine». L’altra novità è quella relativa all’esplosione dell’auto della moglie di uno dei diplomatici israeliani all’ambasciata di Nuova Delhi, in India, e l’attentato sventato a Tbilisi – in Georgia – sempre contro la cancelleria israeliana nel Paese. Solo un ferito, per ora, ma l’allerta è al livello massimo.

Infine, il capitolo «Atarodi». Lo scorso fine gennaio uno scienziato iraniano esperto in microchip, Seyed Mojtaba Atarodi (foto sopra), 54 anni, è stato arrestato negli Usa per aver violato, secondo l’accusa, le leggi sulle esportazioni di materiale sensibile. Atarodi è professore all’Università di tecnologia Sharif, a Teheran ed è stato già arrestato a Los Angeles il 7 dicembre 2011. Ma fino ad ora le prove contro di lui, così come la vera accusa restano secretate.

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(2 – fine)

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La Siria e quel “patto col diavolo” con l’Iran: ecco il documento

Il «patto col diavolo» sarebbe stato firmato lo scorso dicembre. È un documento-bomba. Lungo nove pagine, fitte fitte, scritte in arabo e con tanto di tabelle e cifre dettagliate. A siglarlo a Damasco, nel bel mezzo della rivolta civile per ora repressa nel sangue, la Siria del presidente Assad e i più alti funzionari iraniani. Il «patto col diavolo» è stato reso pubblico dal gruppo di hacker Anonymous – gli stessi che hanno mostrato il “carteggio” di mail tra il regime siriano e lo staff della tv americana Abc – e ha già messo in allarme l’intelligence israeliana e americana. Il perché è molto semplice: l’accordo Siria-Iran è un impegno, da parte di entrambi i Paesi, ad aiutarsi a vicenda: Teheran dà una mano a Assad nella repressione delle richieste di maggiore democrazia nel Paese, Damasco si impegna a mettersi a fianco alla Repubblica islamica quando ce ne sarà bisogno.

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È lo scenario che gl’israeliani più temono. La possibilità di essere attaccati da nord (dagli Hezbollah in Libano e dal regime siriano) e da sud (da Hamas a Gaza e da gruppi paramilitari egiziani) nel bel mezzo di una guerra con l’Iran. Un dispiegamento di forze che Gerusalemme – per stessa ammissione dei vertici militare israeliani – non sarebbe in grado di reggere. Uno scenario che avrebbe prodotto già due effetti: l’utilizzo più intensivo degli agenti del Mossad presenti in Iran da alcuni mesi e la possibilità di distruggere – nel modo meno spettacolare possibile – il deposito di armi nucleari più pericoloso nella Repubblica Islamica: quello di Fardu (di cui abbiamo parlato ieri), nei pressi di Qom.

Il carteggio che allarma le cancellerie di mezzo mondo arriva direttamente dalla casella di posta di Mansour Azzam, il ministro per gli Affari presidenziali, il braccio destro del dittatore Assad. Nel documento d’intesa tra Siria e Iran – titolato «Memorandum sulla visita della delegazione iraniana in Siria» – si viene a sapere che il regime di Teheran stanzia almeno 1 miliardo di dollari di aiuti a Damasco. Soldi in grado di attenuare gli effetti dell’embargo imposto dall’Occidente (sul petrolio, sui voli e sulle transazioni finanziarie) alla Siria.

Nell’incontro tra i vertici dei due Paesi – avvenuto alle ore 13 di giovedì 8 dicembre 2011 – ci sono, da un lato, 10 consiglieri «anziani» del presidente Ahmadinejad, rappresentanti della Banca centrale iraniana, di alcuni ministeri e «specialisti in questioni commerciali, industriali, bancari, edilizi e d’ingegneria». C’è anche Ahmed Waheed, il ministro della Difesa. Dall’altra parte del tavolo si trovano il premier siriano Adel Safar, il numero uno della Banca centrale del Paese e i ministri delle Finanze, del Commercio e del Petrolio.

Le prime due pagine del documento di accordo tra Siria e Iran

La Repubblica islamica si impegna ad aiutare il regime di Damasco non solo economicamente, ma anche acquistando dal mercato siriano beni di prima necessità come il grano, la frutta, l’olio di oliva, la carne rossa («di pecora», per almeno 10mila tonnellate), il pollame (altre 10mila tonnellate), le uova, la verdura e gli agrumi. In cambio, gl’iraniani si impegnano a portare in Siria fertilizzanti, prodotti chimici e materie prime per l’industria petrolchimica. Nel dettaglio: 100 mila tonnellate di nitrato di ammonio e 25 mila tonnellate di solfato di potassio. Un capitolo, questo, che preoccupa gl’israeliani, se è vero che molte delle bombe fabbricate attorno a Israele contenevano un’alta percentuale di fertilizzante arrivato dall’Iran.

Nel documento d’intesa, due sono i blocchi di accordo: quello che riguarda le «questioni urgenti (a breve termine)» e quello alle «questioni relative alla cooperazione (a lungo termine)». Rientrano, nel primo gruppo, per esempio, i beni alimentari che dovranno essere esportati verso l’Iran. Nel secondo blocco, invece, rientrano i piani «per lo sviluppo industriale, delle infrastrutture, del settore elettrico ed energetico, in particolare la creazione di centrali elettriche e delle raffinerie». Si accenna anche alla costruzione di migliaia di abitazioni «civili», senza scendere più di tanto nel dettaglio.

C’è anche un accordo che viene confermato per la prima volta: la costruzione di condutture di gas sull’asse Iran-Iraq-Siria e che arriva dritta al Mediterraneo. Non solo. Tra gli accordi con Baghdad, emerge anche la creazione di una vera e propria autostrada per il trasporto su gomma delle merci dall’Iran verso Damasco e la nascita di «uno spazio aereo comune con l’Iraq dopo il ritiro delle truppe statunitensi». Trattative avanzate Iran-Iraq ci sarebbero anche nel campo ferroviario dove, «entro il 2012 saranno completate le costruzioni di alcune tratte». Nel documento si parla esplicitamente anche della realizzazione di «un passaggio sicuro per il trasferimento dei beni dall’Iran alla Siria attraverso l’Iraq e viceversa».

Il presidente siriano Assad e quello iraniano Ahmadinejad

E ancora. A dimostrazione di quanto gl’iraniani siano determinati ad andare in guerra con Israele e gli Usa, nell’accordo c’è anche la richiesta alla Siria di 40mila tonnellate di filo di cotone per – com’è scritto esplicitamente – «la realizzazione dell’abbigliamento per le forze armate iraniane».

Rientra, in tutto questo, anche una specifica richiesta di Teheran al regime di Damasco: «La parte iraniana chiede alla Siria ulteriori impianti per la ricezione delle navi iraniane». La Repubblica islamica vuole una volta per tutte metter piede nel Mediterraneo? Il progetto è ormai pubblico da un anno, ma solo ora diventa una richiesta-obbligo. Certo, a un prezzo: 150mila barili di petrolio siriano che saranno comprati dall’Iran ogni giorno, anche se Teheran non ne ha proprio bisogno.

Quindi gli equilibri mondiali alle Nazioni Unite. Sul perché Cina e Russia abbiano votato contro a una risoluzione Onu anti-Assad lo spiega il documento-accordo: «le transazioni finanziarie di Siria e Iran, dopo l’avvio dell’embargo contro i due paesi, passano attraverso gli istituti bancari della Russia e della Cina». Non è la prima volta che, almeno la Cina, compare in queste triangolazioni finanziarie tra i «paesi canaglia». Un dossier corposo è presente alla sede della Cia e del Mossad con tanto di elenco delle transazioni di denaro effettuate tra Hamas, Hezbollah e le banche cinesi.

E allora ecco che gl’israeliani accelerano. Dando l’ordine di intensificare le operazioni. Decine di agenti, arrivati dalla base presente in Azerbaigian, si troverebbero in Iran operativi da mesi. Sarebbero proprio loro i killer di alcuni membri del progetto nucleare uccisi per le vie di Teheran e non solo. Una base di partenza, quella di Baku, la capitale azera, che da qualche giorno è in stato di massima allerta dopo aver sventato una serie di attentati alla sede dell’ambasciata israeliana. «L’Iran è un paese decisamente poroso», ha detto un agente israeliano al giornale britannico “The Times”. «Il 16% della popolazione azera ha origini iraniane e gode della facilità nei trasporti, alla dogana non ha bisogno di un visto d’ingresso». Un trattamento di favore che, proprio da qualche giorno, non sarebbe più tale, se è vero che sempre più spesso la cancelleria di Baku a Teheran si è lamentata dei maltrattamenti nei confronti dei propri cittadini. Per questo, lo Stato ebraico ha deciso di rafforzare i legami con un gruppo paramilitare iraniano attivo nel Paese.

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Così Israele, Iran e Stati Uniti corrono verso la guerra

Il premier israeliano Netanyahu e il presidente americano Obama (Reuters)

Il momento è arrivato? Di certo si sa che l’anno, il 2012, sembra essere quello «giusto». Perché di una cosa sono convinti tutti, israeliani e non: lo Stato ebraico lancerà il suo attacco contro l’Iran entro quest’anno. E lo si capisce, tra le tante cose, dalle reazioni stizzite del premier israeliano Benjamin Netanyahu: «Basta dire a giornalisti o alle conferenze che l’attacco a Teheran è imminente», ha sbottato contro ministri, consiglieri della sicurezza e vertici militari. Un divieto arrivato da un uomo che ha sempre strizzato l’occhio ai media per anticipare le sue mosse. Il resto è rappresentato da una miriade di informazioni, segrete o meno, pubblicate ovunque, oppure sussurrate. Alla fine si ha la sensazione che possa succedere di tutto. Ma anche che tutto continui senza che una bomba venga lanciata contro un Paese.

Certo, la guerra all’Iran non è più un tabù. Stavolta si fa sul serio. E le strade a questo punto sono soltanto due. La prima: in un crescendo di minacce e di fobie nucleari, Teheran e Gerusalemme decidono di non far scoppiare una terza guerra mondiale perché i costi umani ed economici sarebbero insopportabili. Insomma: una sorta di equilibrio del terrore, lo stesso principio che ha evitato scontri diretti durante la Guerra Fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica. L’altra strada, per ora molto più gettonata, è quella dello scontro armato. Bombardamenti contro le centrali nucleari dell’Iran, rappresaglia di Ahmadinejad, scontro in tutto il Medio Oriente, con i Paesi della Lega Araba costretti a schierarsi con gli uni o gli altri.

«Il tempo per evitare il conflitto si sta esaurendo rapidamente», ha detto il ministro israeliano della Difesa Ehud Barak. E l’ha fatto in un posto-chiave per le strategie di Gerusalemme: la conferenza annuale sulla sicurezza che si svolge a Herzliya. «Dobbiamo far sì che l’Iran non arrivi al punto di non ritorno, quella fase in cui qualsiasi cosa noi facciamo, dalle bombe in giù, non servirà a niente perché il programma di arricchimento dell’uranio sarebbe in un momento troppo avanzato».

Pochi giorni dopo, sabato 11 febbraio, ci ha pensato direttamente il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad a rispondere agl’israeliani. E l’ha fatto in un momento pubblico e di visibilità mondiale: il 33esimo anniversario della Rivoluzione che ha cacciato lo scià di Persia e instaurato una dittatura religiosa. Ha detto Ahmadinejad: «Il mondo sappia che nonostante tutte le pressioni, l’Iran non arretrerà di un passo nello sviluppo del suo programma nucleare». E per quanto riguarda le sanzioni imposte da Usa e Paesi occidentali, il presidente ha aggiunto: «Tutte queste pressioni sono futili. Noi non solo ora abbiamo le conoscenze specifiche in campo nucleare, ma siamo in grado di soddisfare le nostre necessità grazie ai nostri esperti». Per poi arrivare al gran finale: «La Repubblica Islamica inaugurerà nei prossimi giorni diversi progetti nucleari molto importanti».

Il presidente iraniano Ahmadinejad (Ap)

L’Iran ha fretta. Israele pure. Gli Usa, invece, sono terrorizzati dal dover affrontare uno scontro di proporzioni mondiali. E in un momento – come quello delle elezioni presidenziali – molto delicato. Qualcosa si potrà capire dall’incontro che il premier israeliano avrà con Obama agli inizi di marzo. Secondo molti lì si deciderà cosa fare. Anche se la situazione è molto confusa, a dire il vero. Così confusa che Washington avrebbe avuto una promessa da Gerusalemme: prima di attaccare l’Iran, Israele avvertirà «con un congruo preavviso» gli Usa.

Quello che manca è l’indicazione temporale del «congruo preavviso»: di quanto si tratta? Un mese? Una settimana? O, come dicono molti giornalisti israeliani, soltanto due ore? Il tempo per non far indispettire l’alleato più prezioso, ma anche di evitargli interventi in extremis in grado di far saltare tutta la missione. Anche se alcuni funzionari americani, in visita a Gerusalemme pochi giorni fa, hanno chiaramente urlato ai loro colleghi israeliani che lo Stato ebraico «sta guardando in un modo distorto la questione iraniana».

Intanto i caccia americani si stanno facendo vedere a ogni ora del giorno, in queste ultime due settimane, nella fascia che va dal Sinai al Golfo persico. Il tutto mentre tre ispettori dell’Aiea, a fine gennaio, sono andati a far visita agl’impianti nucleari iraniani. Ma una volta nell’ex Persia non solo sono stati tenuti alla larga dai centri di arricchimento, non hanno potuto nemmeno parlare con Mohsen Fakhrizadeh, uno sconosciuto esponente delle Guardie rivoluzionarie, sulla cinquantina d’anni d’età, l’eminenza grigia – secondo molti – del programma nucleare iraniano. Insomma: un disastro. Perché – dicono gli analisti israeliani – «se non parla Fakhrizadeh non lo faranno nemmeno i circa 600 scienziati alle sue dipendenze. E quindi non potremmo mai sapere nulla di dove stia andando il programma nucleare di Teheran».

Il villaggio di Fardu, dove si troverebbero i depositi sotteranei di uranio arricchitto (foto da Google Maps)

Le poche informazioni disponibili in mano all’intelligence israeliana dicono che le centrifughe avanzate e le scorte di uranio arricchito si troverebbero quasi tutte sottoterra, nei laboratori sorvegliati 24 ore su 24 di Fardu, nei pressi della città di Qom. I bunker sono impenetrabili: le bombe Usa non ci arrivano così in profondità e gl’israeliani non hanno ancora missili in grado di farlo. È questa la «zona d’immunità» di cui ha parlato nella conferenza di Herzliya il ministro Barak. Una zona che è impossibile da distruggere. A meno di un’invasione militare via terra con uomini e mezzi.

Ma Israele teme un attacco a sorpresa. Razzi nucleari, e non solo, in grado di distruggere tutte le installazioni militari sparse per il Paese. Ali Reza Forghani, capo del team strategico del leader supremo, Ali Khamenei, il 5 febbraio è stato fin troppo esplicito: «Ci servono soltanto nove minuti per spazzare via Israele». È chiaro che per distruggere lo Stato ebraico «in nove minuti» c’è bisogno soltanto di una bomba nucleare. E del resto in un documento si dice esplicitamente che, a queste condizioni, «Teheran dovrebbe attaccare per prima».

Intanto sul fronte militare, venerdì 10 febbraio Israele e Stati Uniti hanno testato il sistema di radar di nuova generazione in grado rendere ancora più efficiente lo scudo antimissilistico dello Stato ebraico. «Una tappa ulteriore di avvicinamento verso la guerra con l’Iran», sostengono in molti. In gioco non c’è soltanto l’incolumità d’Israele, ma anche lo Stretto di Hormuz, l’area dove passa il rifornimento petrolifero di mezzo mondo.

In tutto questo Hamas torna a farsi sentire. «Non riconosceremo mai Israele», ha detto a Teheran il leader del movimento palestinese, Ismail Haniyeh. Una presenza insolita, quella di Haniyeh, perché raramente personalità straniere vengono invitate a parlare in pubblico in Iran. E comunque. Ha aggiunto poi il leader islamico di Gaza che «la lotta dei palestinesi continuerà fino alla liberazione della totalità della terra di Palestina, di Gerusalemme e il rientro di tutti i rifugiati palestinesi».

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«Aria di guerra con l’Iran». E le tv del mondo prendono d’assalto i terrazzi di Tel Aviv

Mettete i padelloni sui vostri tetti. E non dimenticate le telecamere, i treppiedi, i microfoni, le luci, i monitor di servizio. Mettete un po’ di cerone sul volto. Fate un sorriso all’obiettivo. E preparatevi ad andare in diretta. E che diretta!

C’è un certo entusiasmo in questi giorni in molte redazioni delle grandi emittenti televisive del mondo. «La guerra Israele-Iran è sempre più vicina, dobbiamo stare pronti», è ormai la frase del momento. E così, in piena fase elettrizzante, decine di canali tv – a partire da Cnn, Abc, Cbs, Al Jazeera, Al Arabiya, Reuters e Associated Press – ecco, decine di canali tv sono pronti da giorni ad andare in diretta dal “fronte di guerra” israeliano.

Così pronti che, a Tel Aviv, è balzato alle stelle l’affitto di certi tetti e terrazzi, quelli dei palazzoni a più di dieci piani. Sì, proprio i tetti e i terrazzi. A scriverlo, a svelare quel che si andava passando di bocca in bocca nella città che non dorme mai, è stato il quotidiano economico “The Globes”. Le grandi emittenti vogliono avere un posto in prima fila nello scontro a suon di missili e bombe. Ovviamente in piena sicurezza per gl’inviati. Tanto che, secondo il giornale israeliano, «nei giorno scorsi alcuni produttori tv sono venuti a Tel Aviv per esaminare la rete delle comunicazioni via satellite e le misure di protezione in caso di attacco ravvicinato».

«Sarebbe illogico non prepararsi a seguire questa guerra», racconta un cronista straniero a “The Globes”. «Qui ogni giorno sentiamo il ministro israeliano della Difesa (Ehud Barak, nda) parlare apertamente di un conflitto armato imminente con l’Iran». La conferma di una maggiore domanda delle tv straniere arriva anche dalle parole di Hanani Rapoport, Ceo della Jcs, una società di produzione video che lavora per i media stranieri: «Continuiamo a ricevere le telefonate dei nostri clienti che cercano di assicurarsi che al momento giusto le loro telecamere siano in grado di trasmettere le immagini al resto del mondo».

Le tv occidentali sono quelle più agguerrite. «Non possono più permettersi di arrivare dopo le all news arabe, Al Jazeera e Al Arabiya», ci spiega un giornalista israeliano. «Soprattutto dopo il ritardo enorme visto nella copertura della “Primavera araba”». E alla memoria di molti riaffiora il 18 gennaio 1991. Alle 3 di notte (ora israeliana, alle 2 in Italia) i primi missili Scud lanciati da Saddam Hussein colpirono Tel Aviv, Haifa e Dimona (dove si trova il centro nucleare). Dopo poche ore di bombe volanti ne erano state esplose 43. In quell’occasione – ricorda il cronista israeliano – «la Cnn fece i salti mortali per mandare in diretta le esplosioni e una città, Tel Aviv, in fiamme in alcune zone». «Cable news network» fu la prima a mandare in onda quelle immagini. E lo fece dal terrazzo di una palazzina, affittato a peso d’oro.

© Leonard Berberi

I missili Scud su Tel Aviv – 18 gennaio 1991

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