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L’Alta Corte d’Israele: ok alla legge che vieta la cittadinanza e la residenza dei palestinesi sposati con gli israeliani

È finita sei a cinque. Ma quell’unico voto di scarto rischia di decidere il futuro di un Paese sempre più in bilico tra tradizione e modernità. E di sancire una vera e propria cesura con il vicino palestinese. Perché poi, alla fin fine, il discorso per la prima volta cambia prospettiva. «I diritti umani non sono una ricetta per un suicidio nazionale», scrivono i giudici. Togati di una democrazia, non di una dittatura.

E allora. La Corte Suprema di Gerusalemme ha approvato la scorsa notte una contrastata legge che dal 2003 nega il diritto alla cittadinanza o alla residenza permanente in Israele per gli sposi palestinesi di cittadini israeliani. In una fase successiva, la legge è stata estesa anche ai coniugi di cittadini israeliani originari da paesi “ostili” ad Israele.

Quella legge – approvata con carattere provvisorio quando nello Stato andava in scena un’ondata di attentati terroristici palestinesi – era stata denunciata come discriminatoria da esponenti della popolazione araba in Israele e da organizzazioni per i diritti civili.

I giudici della Corte Suprema d'Israele (foto di Noam Moskowitz / Ynet)

Bisogna ammetterlo: quella della Corte Suprema non è stata una decisione facile. I giudici hanno dovuto valutare sia i principi di carattere generale, come la garanzia dei diritti civili alla minoranza araba in Israele (circa il 20% della popolazione), sia la sicurezza nazionale. «I diritti umani non sono una ricetta per un suicidio nazionale», ha stabilito nella sua sentenza il giudice Asher Grunis, sintetizzando il parere di sei giudici della Corte Suprema. Di tutt’altra opinione la presidentessa della Corte Suprema, Dorit Beinish, che si è però trovata in minoranza.

«E’ stata una delle decisioni più importanti mai prese dalla Corte Suprema», hanno scritto molti commentatori. E hanno fatto notare la sconfitta della Beinish. Non a caso. Perché nell’evidenziare la minoranza (risicata), gli analisti tornano su quella che è diventata la questione essenziale dello Stato ebraico: la laicità delle istituzioni. «I giudici si stanno piegando alle pressioni nazionaliste che arrivano dalla Knesset (il parlamento)», hanno detto alcuni. Mentre dal mondo arabo arriva una condanna senza repliche: «Questa è una decisione che non ha eguali in alcun Paese democratico al mondo», hanno detto alcuni tra gli esponenti più importanti.

© Leonard Berberi

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Tutto Israele (o quasi) in 5 notizie

Yair Lapid

MINACCE DI MORTE SU FACEBOOK A ANCHORMAN-CANDIDATO. FERMATO UN GIOVANE
Minacce di morte sono state indirizzate attraverso Facebook a Yair Lapid, popolare giornalista televisivo israeliano e stella nascente dalla scena politica, il quale nei giorni scorsi ha annunciato l’intenzione di candidarsi alle prossime elezioni per sfidare l’attuale maggioranza di destra da posizioni centriste e laiche. «Sarà un peccato se scenderai in campo contro il signor Benjamin Netanyahu (premier in carica), perché potrebbe succederti qualcosa di molto simile a Yitzhak Rabin», si legge nel messaggio minatorio, che fa chiaramente riferimento all’assassinio di Rabin: l’eroe di guerra e premier laburista ucciso nel 1995 a Tel Aviv da un giovane colono dell’estrema destra nazionalista ebraica al termine d’una manifestazione in favore del processo di pace con i palestinesi. La minaccia è condita da insulti nei confronti del giornalista e di suo padre (il defunto ex ministro Tommy Lapid, superstite della Shoah e per anni campione degli ambienti più rigidamente secolari d’Israele). Essa include inoltre questa frase: «Credimi, Yair, se ti incontro per strada ti ucciderò, poiché tu sei un antisemita odiatore d’Israele e di te stesso». Nel tardo pomeriggio un giovane ebreo ortodosso si è costituito alla polizia israeliana sostenendo di essere il responsabile delle minacce di morte indirizzate ieri attraverso Facebook a Yair Lapid. Il sito ortodosso Behadrey-Haredim riferisce che si tratta di un «disadattato», di 16 anni circa, residente a Bnei Brak (un sobborgo ortodosso vicino a Tel Aviv).

La manifestazione dei falasha

EBREI ETIOPICI DENUNCIANO DISCRIMINAZIONI
Migliaia di ebrei immigrati dall’Etiopia hanno inscenato una manifestazione a Kiryat Malachi (Neghev) per protestare contro una serie di discriminazioni di cui si sentono vittime in Israele. La dimostrazione è stata organizzata sull’ondata di sdegno provocata da un recente servizio televisivo sulla consuetudine, radicatasi in alcuni condomini di Kiryat Malachi, di non vendere nè affittare appartamenti ad ebrei di origine etiope, nella persuasione che il loro ingresso potrebbe avere ripercussioni negative sul valore degli immobili nel quartiere. A Kiryat Malachi vivono circa 30 mila abitanti, e gli immigrati dall’Etiopia – che spesso versano in condizioni di indigenza – sono diverse migliaia. La questione è stata oggi discussa alla Knesset (parlamento), dove alcuni deputati hanno proposto di punire duramente quanti rifiutino di vendere o affittare appartamenti per pregiudizi di carattere razziale. Giunti in Israele con due grandi ponti aerei nel corso degli anno Novanta, gli ebrei di origine etiope (Falasha e Falash-mura) sono adesso 120 mila, su oltre sette milioni di abitanti in Israele.

LANCIA ACQUA CONTRO COLLEGA, DEPUTATA SOSPESA PER UN MESE
È costato un mese di sospensione dall’attività parlamentare il gesto della deputata ultranazionalista israeliana Anastassia Michaeli, che ha lanciato un bicchiere d’acqua in faccia ad un collega. Il comitato etico della Knesset ha preso un provvedimento particolarmente severo rispetto ai suoi standard. Ex miss Pietroburgo, convertita all’ebraismo dopo il matrimonio con un israeliano, la 36enne Michaeli ha inviato ieri sera una lettera di scuse. Anche il suo partito, Yisrael Beitenu del ministro degli Esteri Avigdor Liebermann, si è distanziato dal suo gesto, sottolineando che «nessuna circostanza giustifica questo tipo di comportamento». La Michaeli è nota per aver proposto una legge per vietare ai muezzin di usare l’altoparlante per richiamare i musulmani alla preghiera.

Un gay pride a Tel Aviv

TEL AVIV CITTÀ PREFERITA DAI GAY DI TUTTO IL MONDO
È Tel Aviv la meta preferita dai viaggiatori gay di tutto il mondo. Il responso, giunto al termine di un concorso indetto dalla America Airlines, è stato pubblicato sul sito gaycities.com. Nella speciale classifica delle città più “gay-friendly”, la metropoli israeliana si piazza al primo posto, con il 43% delle preferenze. Alle sue spalle, a parecchie lunghezze di distanza, New York con il 14%, Toronto con il 7%, San Paolo con il 6%, Madrid e Londra, entrambe con il 5% dei consensi. Il sindaco di Tel Aviv, Ron Huldai, ha accolto con piacere la notizia, annunciando che oggi, insieme agli attivisti della comunità gay cittadina, sfilerà per le strade su uno speciale bus scoperto per celebrare la vittoria.

HACKER ISRAELIANO SVELA CARTE CREDITO SAUDITE PER VENDETTA
Un hacker israeliano ha pubblicato online le presunte coordinate di 217 carte di credito intestate a cittadini sauditi, rivendicando l’azione come una forma di vendetta contro la recente pubblicazione dei dati riguardanti 20.000 carte israeliane da parte di un hacker-rivale che si definiva saudita. L’iniziativa, anticipata dall’edizione online del giornale Yedioth Ahronot, è stata presentata come «un atto di dissuasione». «Ehi sauditi, ecco le vostre carte di credito, tutte per voi», scrive il “pirata” israeliano in un messaggio che accompagna l’elenco. Messaggio nel quale egli afferma di essere «un agente» coperto degli apparati dello Stato ebraico. Non è ancora chiara in realtà la credibilità dei dati pubblicati, anche se risulta che i numeri di riferimento di 168 delle 217 carte carpite corrispondano effettivamente a carte di credito attive.

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Israele, i clandestini rischiano fino a 3 anni di carcere (e senza processo)

Fino a tre anni di detenzione preventiva. E senza processo. La Knesset, il parlamento israeliano, ha varato nuove norme sull’immigrazione illegale che inaspriscono le pene nei confronti dei clandestini. L’iniziativa – oggetto di critiche e polemiche – si inserisce in un più generale inasprimento della legislazione contro l’immigrazione clandestina promosso dal governo di Benjamin Netanyahu e dalla maggioranza di destra che lo sostiene.

Fra le conseguenze più controverse, è prevista l’estensione a immigrati e richiedenti asilo di norme “draconiane” introdotte nei decenni scorsi contro l’infiltrazione di potenziali terroristi e condanne fino all’ergastolo per clandestini colpevoli di reati rilevanti contro il patrimonio.

Il ministero dell’Interno ha difeso la linea dura ricordando gli ultimi dati sull’aumento del flusso di immigrati in arrivo in Israele dall’Africa attraverso il Sinai (spesso con l’obiettivo di raggiungere poi l’Occidente): dati illustrati di recente con allarme dallo stesso premier Netanyahu.

L’opposizione parlamentare di sinistra e alcuni deputati della minoranza araba hanno invece denunciato i nuovi provvedimenti come «anti-democratici», in contrasto con i principi internazionali basilari di tutela dei migranti. Diverse organizzazioni non governative israeliane impegnate sul fronte dei diritti umani hanno a loro volta accusato la destra di governo d’essere ossessionata da qualsiasi fenomeno possa intaccare – anche solo in teoria – «l’identità ebraica» del Paese. E hanno comunque bollato come sproporzionate e discriminatorie alcune delle norme approvate oggi.

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Il bello, il padre, l’imprenditore: ecco i protagonisti delle prossime elezioni in Israele

Uno doveva scendere in campo (politico) anni fa. Poi, non si sa perché, quella discesa restava solo sulla carta (di giornale). E passava di bocca in bocca nei corridoi della Knesset, il parlamento israeliano. L’altro, invece, è uno storico tesserato del partito Laburista israeliano. Diventato famoso per essere il padre di un soldato rapito in terra d’Israele più che ragazzino e tenuto in gattabuia dai terroristi di Hamas per 5 lunghissimi anni. Uno si chiama Yair Lapid. L’altro Noam Shalit.

E stavolta è tutto vero. Tutto certo. Yair Lapid, il «bello della tv», 48 anni compiuti a novembre, uno dei giornalisti più famosi d’Israele, ha deciso: basta condurre il tg (su Canale 2), ora si va a fare politica. Seria. Serissima. Se è vero che alla Knesset – e prim’ancora: in campagna elettorale – troverà una donna (Tzipi Livni) e un partito (Kadima, “Avanti” in italiano) pronti a fargli le barricate. E le pulci. Ché da sempre si fa così, anche qui, in terra d’Israele, terra di latte e miele. E di veleni politici.

Yair Lapid

Kadima avrebbe più di un motivo di temere la discesa in campo di Lapid. Secondo alcuni sondaggi – gli stessi, a dire il vero, che circolarono anni fa – il partito del giornalista tv porterebbe via voti al partito della Livni avendo una piattaforma simile. Tra i 15 e i 20 seggi. Sarebbe una disfatta per Kadima, insomma. Anche se i voti – quelli veri – sono un’altra cosa. E bisogna guadagnarseli. Anche se Yair non è un giornalista qualsiasi, diventato famoso grazie al mezzo tv. È figlio dell’ex ministro della Giustizia Yosef “Tommy” Lapid, che anni fa guidò il partito centrista laico “Shinui”.

Il conduttore di tg è molto amato dai giovani laici di Israele, anche per il suo impegno contro il crescente potere degli ambienti religiosi. E c’è anche un po’ di curiosità a vedere all’opera non solo lui, Yair, ma anche lei, Shelly Yehimovich, ex volto di Canale 2, ex collega di Lapid, e da poche settimane numero uno dei laburisti israeliani. Rivali, insomma. Anche se c’è qualcuno che immagina coalizioni di centro-sinistra. Progetti di governo unitario. Tutto per mettere all’angolo le destre ultrareligiose che dettano ormai legge nell’esecutivo Netanyahu.

La febbre israeliana per le prossime elezioni non è del tutto immotivata. Ufficialmente si vota nel novembre del 2013. Ma si fanno sempre più insistenti le voci che vedono delle elezioni anticipate. E su iniziativa dello stesso Benjamin Netanyahu. I sondaggi commissionati dal premier, infatti, lo vedono in vantaggio.

Noam Shalit

Ma ora c’è la «grana» Lapid. Definito un uomo «pragmatico», «attento alle questioni sociali». Pericoloso, insomma. Così pericoloso che da qualche giorno s’è iniziato a discutere su una proposta di legge che – guarda caso – chiede ai giornalisti di passare attraverso sei mesi di stop dal lavoro giornalistico prima di fare politica. Legge – sempre guarda caso – nota alla Knesset come «Legge Lapid». Certo, poi Yair, ha anche un vantaggio: è considerato uno degli uomini più belli d’Israele. Così bello da contendere nel 2007 lo scettro a personaggi dello sport, dello spettacolo, della musica e del cinema.

Poi c’è Noam Shalit. Sul quale, almeno in Italia e in Europa, si sa quasi tutto. La notizia della candidatura alla Knesset del padre di Gilad Shalit è rimbalzata a margine dell’elezione odierna a nuovo presidente del gruppo parlamentare del Labour dell’ex ministro Yitzhak Herzog. Noam Shalit è, grazie al figlio, una figura pubblica di rilievo nel Paese e all’estero. Anche per quella ostinazione – lunga cinque anni – a chiedere a qualsiasi premier israeliano la liberazione del figlio.

Shlomo Yanai

Se confermata, la scelta di Noam Shalit si orienterebbe in ogni modo sul campo avverso rispetto alla destra guidata da Netanyahu. E rappresenterebbe un aiuto al tentativo di rilancio del partito laburista, guidato in passato dall’attuale ministro della Difesa, Ehud Barak, che ha pensato bene di farsi un suo di partito.

Sia Yair Lapid che Noam Shalit dovranno vedersela con le formazioni di destra. E con Shlomo Yanai: ennesimo colpo di scena degli ultimi giorni, ennesimo personaggio famoso nel Paese e ex amministratore delegato del colosso farmaceutico “Teva”. Insomma si annunciano elezioni lunghe, spettacolari e al cardiopalma. Ma per quest’ultimo il rimedio c’è: basta chiedere a Yanai, appunto.

© Leonard Berberi

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attualità

Convegno senza le donne, due medici cancellano la partecipazione

“No, grazie”. “Noi, a un convegno sulla fertilità senza le donne, non veniamo”. Due noti medici israeliani – Yuval Yaron del “Lis Materniy Hospital” di Ichilov e Uriel Elchalal dell’Ospedale universitario Hadassah di Gerusalemme – hanno polemicamente cancellato la loro partecipazione ad un incontro su fertilità e legge religiosa ebraica dopo aver appreso che le donne erano state escluse dall’evento. Lo riferisce il sito di Haaretz, in un nuovo capitolo delle sempre più frequenti tensioni fra laici e ultraortodossi in Israele.

Il convegno, che si apre la settimana prossima a Gerusalemme, è stato indetto dal Pua, un gruppo religioso di medici che riceve finanziamenti dallo Stato. Gli organizzatori hanno escluso le donne ginecologhe ed altre professioniste nel campo della fertilità sia dall’intervenire in pubblico che dal partecipare ai gruppi di lavoro.

Contro l’esclusione è stata lanciata una campagna su Facebook, che ha subito prodotto il boicottaggio da parte di due medici uomini chiamati a partecipare. «L’asserzione che le donne non possono essere invitate a intervenire in una conferenza sulla medicina per le donne è professionalmente assurda e rappresenta una esclusione delle donne nel pieno senso della parola», ha scritto uno dei due medici, il professor Yuval Yaron, in una lettera indirizzata agli organizzatori del convegno.

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Cori razzisti dalle tribune, penalizzato il Beitar Jerusalem

Piovono cori razzisti e penalizzazioni nel campionato di calcio israeliano. Il fattaccio è successo a Gerusalemme. Dove la commissione disciplinare della Federcalcio israeliana ha inflitto due punti di penalizzazione al Beitar Jerusalem (già in difficoltà tra scandali e una classifica che la vede in zona retrocessione), per le imprecazione razziste rivolte il mese scorso da suoi tifosi a un giocatore avversario.

Scrive la sentenza della Federcalcio: «La dirigenza del Beitar non ha fatto sforzi appropriati per combattere i cori dei tifosi e si è rassegnato ad accettarli». E ancora: «I supporter della squadra di Gerusalemme hanno rumoreggiato, fischiato e insultato ogni volta che l’attaccante dell’Hapoel Tel Aviv, Toto Tamuz, nazionale israeliano ma nigeriano di nascita, toccava palla».

Tifosi del Beitar Jerusalem

Il Beitar è la «bestia nera» per le sanzioni del calcio israeliano. Dal 2005, è stato punito numerose volte con penalizzazioni in classifica, ammende e partite a porte chiuse. Legato alla destra politica israeliana, il Beitar Jerusalem è l’unico club dello Stato ebraico a non aver mai ingaggiato giocatori arabi. È stato anche il più ricco fino a quattro anni fa, quando il suo finanziatore, il miliardario di origine russa Arkady Gaydamak, ha stretto i cordoni della borsa, pur continuando a esserne proprietario. Un personaggio, Gaydamak, che negli ultimi mesi è finito invischiato in più di qualche inchiesta della magistratura israeliana per possibile riciclaggio di denaro e contatti con la mafia russa, sempre più pericolosa nello Stato ebraico.

Il Beitar è quattordicesimo nella classifica della massima divisione israeliana (che ne ha 16 di squadre, di cui tre retrocedono). La penalizzazione lo fa scendere a quota 15 (in 19 partite), a pari punti con l’Ironi Rishon Lezion.

© L.B.

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