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L’atto di accusa dell’Ue a Israele: state minando la nascita dello Stato palestinese

Più che uno schiaffo, un pugno. O un calcio, se preferite. Certo, manca il crisma dell’ufficialità. Manca il numero di protocollo. Manca la spiegazione. Però la sostanza resta la stessa. E l’accusa, non soltanto è grave, ma rischia di minare i rapporti tra Israele e Unione europea. Eppoi, alla fine, getta luce su un pezzo del conflitto mediorientale spesso lasciato in secondo piano. O trascurato.

A riportare la tensione sull’asse Gerusalemme-Bruxelles è l’anticipazione di ampi stralci di un report interno all’Ue sulla questione israelo-palestinese. Scrive il dossier europeo che «la presenza palestinese in buona parte della Cisgiordania è stata continuamente minata da Israele e da comportamenti che portano al fallimento della soluzione dei due Stati».

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Il rapporto è stato approvato dagli alti funzionari di Bruxelles. E anticipa quella che potrebbe essere una linea di comportamento dell’Ue: maggiore sostegno comunitario ai progetti palestinesi e una maggiore protezione dei diritti della popolazione locale. Soprattutto – e qui sta la novità – la presa di coscienza che al centro del conflitto ideologico-religioso-politico-umano c’è l’Area C, pari al 62% dell’intera Cisgiordania, la zona “grigia” dove il controllo (civile e militare) è nelle mani d’Israele. La stessa porzione dove si trovano tutti gli insediamenti ebraici.

Insediamenti «illegali per il diritto internazionale», continua il dossier, «che occupano anche la terra più fertile e ricca di risorse». E che, a furia di gareggiare sul numero di figli, «ha portato la componente ebraica ad essere superiore a quella palestinese». «Se le cose non dovessero cambiare e se la tendenza non dovesse essere invertita (più palestinesi, meno coloni) la creazione di uno Stato palestinese entro i confini precedenti al 1967 diventa più remota che mai».

Parole come pietre. Parole sparse lungo sedici pagine di report pieno di dati, statistiche, analisi, citazioni, previsioni. E di cose che non vanno, soprattutto per colpa israeliana: «la demolizione sistematica di case e attività agricole», «l’impossibilità a creare un piano di pianificazione urbana», «l’espansione implacabile degl’insediamenti», «il muro di separazione a totale controllo militare», «i continui ostacoli alla libera circolazione di uomini e mezzi», «il divieto ai palestinesi di accedere alle risorse naturali vitali come la terra e l’acqua».

Un atto d’accusa così grave i funzionari europei non l’hanno mai scritto. Un elenco di lamentele, tutte (o quasi) rivolte allo Stato ebraico, drammatizzato da colloqui che da decenni non portano a nulla. E il timore, da parte dell’Ue, di dire addio alla creazione della Palestina.

E sull’Area C (decisa dagli Accordi di Oslo del 1993) il documento si concentra in modo particolare. Sottolinea che «la popolazione dei coloni è balzata a circa 310 mila persone», mentre quella palestinese «è scesa a circa 150 mila, quando nel 1967 si stimavano tra i 200 e i 320 mila». L’idea è semplice: uno Stato non può esistere 1) se al suo interno ci sono aree dove il controllo non è delle autorità locali e b) se la maggioranza demografica appartiene a un’altra identità nazionale.

Scrive ancora il dossier: «La finestra per una soluzione a due Stati si sta rapidamente chiudendo». E punta il dito anche contro le politiche israeliane di «trasferimento forzato della popolazione locale» e di «divieto di costruzione per i palestinesi sul 70% dell’Area C».

© Leonard Berberi

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