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+++ L’Idf: Gilad Shalit sarà liberato il 18 ottobre +++

L’esercito israeliano ha confermato attraverso l’account Twitter che Gilad Shalit, il soldato israeliano rapito più di cinque anni fa al confine con la Striscia di Gaza, sarà rilasciato domani – martedì 18 ottobre – dall’ala militare di Hamas. Appena arriverà il primo gruppo di detenuti palestinesi, Gilad sarà restituto a un gruppo dell’esercito e da lì portato al sicuro. Negli stessi attimi, a Gaza City, Hamas presenterà al pubblico i carcerieri del soldato israeliano.

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Shalit, Netanyahu scrive ai parenti delle vittime del terrorismo palestinese

Il primo ministro ha scritto. Ha preso carta e penna e tirato giù una lettera. Sobria. Contenuta. Come si addice a chi ha dovuto prendere decisioni difficili in momenti altrettanto difficili. Dopo due giorni di forti contestazioni Benjamin Netanyahu ha rotto il silenzio e ha inviato una lettera ufficiale ai parenti delle vittime del terrorismo palestinese.

«Care famiglie», ha scritto Netanyahu di suo pugno, «vi scrivo a malincuore. Capisco e conosco il vostro dolore. Appartengo anche io a una famiglia in lutto per colpa del terrorismo. Mio fratello è stato ucciso durante le operazioni di salvataggio degli ostaggi di Entebbe».

«So che siete rattristati», continua il premier israeliano, «so che le ferite si sono riaperte in questi giorni e che non state vivendo un momento facile. Durante i negoziati per il rilascio del soldato rapito Gilad Shalit ho avuto anche io molte perplessità e voi siete stati sempre nei miei pensieri. Prendere una decisione sul caso Shalit è stata una delle cose più difficili della mia vita. È statoarduo per me per le stesse ragioni per cui è difficile per voi adesso accettare tutto questo». «Ma come primo ministro ho la responsabilità di portare a casa Gilad e ogni soldato che viene mandato in missione per proteggere i nostri cittadini. Perché quando anche io andavo a combattere in nome dello Stato d’Israele, sapevo che il Paese non avrebbe abbandonato nessuno dei suoi».

«Ho cercato di limitare il prezzo da pagare per riportare a casa un nostro militare. Ma so anche che il prezzo è lo stesso molto pesante per tutti voi. Capisco il dispiacere nel vedere che le persone malvagie che si sono rese protagoniste di crimini spaventosi contro i vostri cari non pagheranno davvero tutta la pena che meritano. Ma spero anche che in questi momenti voi possiate trovare conforto nell’abbraccio mio e dell’intero Stato d’Israele. Condividiamo il vostro dolore. I vostri cari saranno sempre nel mio cuore».

Leonard Berberi

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Shalit, Israele sotto shock per l’elenco dei terroristi che saranno liberati

«Con tutto il rispetto». Ecco, «con tutto il rispetto, forse lo scambio è stato un po’ eccessivo». Forse, «troppo permissivo». «E per uno solo dei nostri». «Con tutto il rispetto» per la mamma di Shalit. E il papà. E i fratelli. E il nonno. E buona parte del Paese.

Mai come in queste ore Israele è dilaniato dalle discussioni e dalle analisi. Dalle recriminazioni e dalle accuse. Soprattutto: dal passato. Che, evidentemente, non passa. Sono momenti emotivamente instabili, questi, per lo Stato ebraico. Stretto – e costretto – tra le ragioni del cuore che lo spingono a fare di tutto per riportare a casa un proprio soldato e quelle della mente – e della memoria – che lo frenano, lo irritano, lo fanno arrabbiare.

Decine di famigliari delle vittime degli attacchi terroristici per mano palestinese hanno alzato la voce. Hanno protestato. Hanno ricordato la sorte dei loro cari. «Questa situazione è uno schiaffo in faccia», dice Haim Karisi, padre di Yasmin, uccisa in un attentato terroristico del 14 febbraio 2001 all’uscita Azor, sud di Tel Aviv, dell’autostrada 44. «Vi sembra una cosa di questo mondo venire a sapere dalla tv che l’assassino di tua figlia sarà liberato in cambio di Gilad Shalit?». L’assassino è Mohammed Abu Ulbah, uno dei 477 detenuti palestinesi presenti nella prima lista di quelli che saranno rilasciato per lo scambio. È stato condannato a otto ergastoli, dopo aver fatto schiantare un bus contro un gruppo di soldatesse che aspettavano alla fermata presso l’uscita Azor: morirono otto persone e altre 26 rimasero ferite.

Haim è uno dei pochi che, in un modo o nell’altro, accetta lo scambio «sproporzionato». «Ma mi sarei aspettato una telefonata da qualcuno del governo, una chiamata in cui mi veniva detto che per far tornare Gilad dovevano liberare l’assassino di mia figlia. E invece niente».

Ci sono parenti di vittime e feriti che hanno deciso pure di rivolgersi all’Alta corte israeliana. Per fermare la «transazione umana». Per far saltare tutto il tavolo dei negoziati. «Perché mille terroristi in cambio di un solo soldato non è uno scambio equo». «Perché il premier Netanyahu non ci ha mai consultati? Perché non ci ha mai chiesto una nostra opinione sullo scambio?», si chiede Zion Yunesi, papà di un’altra Yasmin, per fortuna solo ferita nello stesso attacco.

Ogni lamentela è una storia. Ogni volto è una sofferenza. Ogni incrocio è una croce, una preghiera, una foto, un ricordo, un dolore. Messi insieme, questi padri e madri, questi fratelli e sorelle, questi amici e conoscenti, ecco, messi insieme creano un grande dramma umano. Una tragedia. Soffocata dalla quotidianità. Dal tempo che, anno dopo anno, sbiadisce, schiarisce, lenisce, allenta. E dal fatto che quegli anni bui, quei giorni in cui uscivi di casa e non sapevi se avresti fatto ritorno, rappresentano un capitolo quasi chiuso. Ma che la liberazione di Gilad Shalit sembra aver riaperto.

«Mia figlia è stata uccisa a Bat Yam da Fuad Amrin», racconta Ze’ev Rapp. «E ho saputo solo dalla tv che l’uomo che ha aperto il petto di mia figlia con un coltello e le ha tolto il cuore sarà liberato». L’uomo non nasconde la rabbia e il dolore. Nonostante la figlia sia stata uccisa – all’età di quasi sedici anni – il 24 maggio 1992. «Due primi ministri israeliani – Ariel Sharon e Ehud Olmert – mi hanno fatto una promessa scritta su un foglio: non rilasceremo mai l’assassino di tua figlia», rivela ancora Ze’ev. Ma è carta straccia, ormai. E a nulla serve la dichiarazione in calce a ogni documento che stabilisce la grazia presidenziale dei primi 477 detenuti palestinesi. Ecco, c’è scritto in ognuno dei fogli, poco sopra la firma di Shimon Peres, «non dimentico e non perdono».

Ormai la storia ha preso un’altra piega. E 477 terroristi palestinesi o pseudo tali saranno rilasciati entro pochissimi giorni. E anche qui ci sono volti e storie. Attentati e azioni individuali. Giovani e vecchi. C’è, per esempio, Nail Barghouti, dietro le sbarre dal 1978 per aver collaborato a un attacco che ha provocato la morte di un soldato israeliano. Ma c’è pure Sami Khaled Younes, ex tassista, il più anziano del primo blocco di detenuti, condannato a quarant’anni per aver ucciso un militare nel 1983 senza un motivo apparente.

Poi ci sono anche loro, gli autori materiali di alcune delle stragi più sanguinose. Come Walid Anjas. Originario di Ramallah e affiliato a Hamas, l’uomo è stato arrestato nel 2002 e condannato a 36 ergastoli per l’attentato al caffè “Moment” di Gerusalemme dove sono morti 11 ragazzi. Anjas, come da disposizione, sarà espulso all’estero. All’esilio sarà mandato anche Nasser Yateima, di Tulkarem (Cisgiordania): l’uomo ha sulle spalle condanne a 29 ergastoli dopo aver fatto saltare un hotel a Netanya (nord di Tel Aviv) nel giorno della Pasqua ebraica del 2002: nell’attacco sono morte 29 persone. C’è anche Abdelaziz Salha. L’uomo che a un certo punto, in piena Seconda Intifada, si fece riprendere dalle tv di tutto il mondo con le mani insanguinate. Quello era il sangue di due soldati israeliani che si erano persi per le vie di Ramallah, nel 2001. I militari furono entrambi uccisi.

C’è lo spazio anche per le donne. Ahlam al-Tamimi è una delle 27. Inserita in un commando delle Brigate Ezzedin al-Qassam, braccio armato di Hamas, è stata condannata a 16 ergastoli per l’attentato alla pizzeria “Sbarro” di Gerusalemme, che nel 2001 causò 11 morti. Sarà espulsa in Giordania, Paese dov’è nata. Tra i nomi compare anche Amna Mouna. La ragazza di Gerusalemme est che adescò su Internet un adolescente israeliano e l’attirò in una trappola mortale tesa da una cellula delle Brigate dei Martiri di al-Aqsa, gruppo armato nato dalla costola più radicale del Fatah.

Insomma, comunque la si veda tutta questa storia di Gilad Shalit, le ferite sono riaperte. La polemica è servita. Le tensioni con il governo Netanyahu pure. Tanto che, da qualche giorno, intorno al premier e al suo staff è stato elevato il livello di sicurezza. Giusto per evitare un altro Yitzhak Rabin.

Intanto dalle prime ore di domenica 16 ottobre le autorità israeliane hanno dato inizio al trasferimento dei prigionieri palestinesi coinvolti nello scambio con Hamas. Secondo la radio militare israeliana i detenuti sono stati trasferiti nella prigione di Ketziot, vicino al confine con l’Egitto e in quella di Sharon, nel centro di Israele. Tutti quelli che faranno ritorno a Gaza saranno accompagnato in Egitto e poi fatti entrare nella Striscia attraverso il valico di Rafah.

Al Cairo l’inviato israeliano ha perfezionato e firmato le ultime disposizioni dell’accordo con gli emissari di Hamas. Ormai è tutto fatto. Manca solo il rilascio di Gilad Shalit, previsto martedì 18 ottobre o mercoledì 19.

Leonard Berberi

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Liberazione di Gilad Shalit, ecco la lista dei palestinesi che saranno rilasciati

Spunta l’elenco dei detenuti palestinesi che saranno rilasciati tra pochi giorni in cambio della liberazione del soldato israeliano Gilad Shalit. È una lista di 477 (450 uomini, 27 donne) nomi. Molti di loro sono colpevoli di aver complottato contro lo Stato ebraico. Altri, invece, hanno provocato decine di vittime con i loro attentati.

Tra questi ci sono Abdel Hadi Ghanem, terrorista della Jihad islamica, autore – nel 1989 – dell’attentato contro il bus numero 405 della linea israeliana “Egged”. Alla fine, morirono 16 civili. Tra i nomi c’è un altro attentatore. Si tratta di Mohammed Duglas, coinvolto nell’esplosione all’interno della pizzeria “Sbarro” di Gerusalemme nel 2001. Duglas è stato condannato a quindici ergastoli per aver ucciso, all’interno del locale, 19 israeliani.

Gilad Shalit, secondo le voci più fondate, dovrebbe essere rilasciato tra il 18 e il 19 ottobre. Il soldato sarà trasportato in Egitto e da lì volerà verso una base militare israeliana. Ma il papà di Gilad, Noam, continua a ripetere a tutti che il dramma non è finito fino a quando il figlio non metterà piede in casa. E non ha tutti i torti. Perché, tanto per cambiare, il rilascio rischia di subire ritardi per colpa di un’incomprensione tra Hamas e l’autorità israeliana sulla liberazione delle detenute, insieme al primo blocco di palestinesi incarcerati (450 persone in tutto). Secondo Hamas le donne sono 38, secondo lo Stato ebraico 27. Insomma, i conti non tornano. E Gilad rischia di finire in mezzo alla guerra dei numeri.

La lista con i primi 477 nomi (clicca sul link per scaricare il foglio) è stata pubblicata dall’Israeli prison service, l’agenzia carceraria del Paese. Nel documento, oltre all’identificativo, sono indicati l’anno di nascita, la residenza, la data di arresto, la condanna definitiva e anche dove saranno mandati una volti rilasciati in cambio di Gilad Shalit.

Leonard Berberi

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Diplomazia e servizi segreti: così Shalit sarà liberato

Come si è arrivati a un passo dalla liberazione di Gilad Shalit? Sono stati mesi e anni di lavoro sotterraneo, di diplomazia politica e di intelligence, di accordi segreti sulla contropartita da garantire. E proprio sulla contropartita, si dividono la politica e la società israeliana: “Con il rilascio dei prigionieri palestinesi in cambio di Gilad, la si dà vinta ai terroristi”.

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Gilad Shalit, un’autobiografia del Medioriente

Un dramma popolare, come i popoli del Medioriente ne conoscono tanti. Una grande prova di mobilitazione del popolo israeliano, per un suo figlio. Gilad Shalit “sarà liberato presto”. Parola del Premier Benjamin Netanyahu. Il suo rapimento accompagna le vicende mediorientale dal 2006, e nel mondo è diventato il simbolo – uno in più – di un conflitto infinito. Solo quando sarà libero ci si potrà credere. Nel mezzo, cinque anni di azioni militari, servizi segreti, liberazioni di prigionieri, e bombardamenti.

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Commessa dei jet all’Italia? La Corea del Sud si arrabbia con Israele

C’è una commessa da un miliardo di dollari, 20 jet militari di ultima generazione e tre Paesi seduti – ma solo virtualmente – a un tavolo. Da un lato, l’acquirente: Israele. Dall’altro, gli offerenti: Corea del Sud e Italia. Nel mezzo, proprio loro: i 20 jet da addestramento. E una possibile crisi diplomatico-commerciale tra lo Stato ebraico e il paese asiatico perché, all’ultimo, la scelta israeliana pare sia caduta sull’offerta italiana.

A rivelare il retroscena di una partita da un miliardo di dollari è l’analista militare del quotidiano Haaretz, Amos Harel. Secondo Harel la questione sarà risolta solo alla fine dell’anno, quando arriverà la decisione dei vertici militari con il parere tecnico dello stato maggiore di Tsahal, le forze armate. Le alternative restano due: i T50 sudcoreani e gli M346 italiani (prodotti dalla Alenia-Aermacchi con l’aiuto dei russi della Yakovlev).

Ed è proprio la proposta italiana a spaventare i sudcoreani: secondo Seul, infatti, il risultato dell’asta sarebbe già stato predeterminato dai condizionamenti politici di Benjamin Netanyahu. E per questo – secondo le indiscrezioni di Harel – avrebbe minacciato in via riservata «una ritorsione clamorosa nel caso di una scelta che fosse ritenuta scarsamente motivata da ragioni operative e/o economiche». Quale sia la «ritorsione clamorosa» non è dato saperlo. Secondo Harel però i sudcoreani sarebbero pronti anche a congelare tutti i rapporti commerciali con Israele nel settore della difesa.

Non è una cosa da poco. Ogni anno, lo Stato ebraico acquista prodotti militari dalla Corea del Sud per una media di 280 milioni di dollari. Ed è per questo che il ministero della Difesa israeliano, in un incontro urgente con l’ambasciatore sudcoreano a Tel Aviv, avrebbe cercato di rassicurare Seul : L’esame dei due candidati è ancora in corso», avrebbero detto i vertici ministeriali. Aggiungendo che «la scelta cadrà esclusivamente su quello che verrà giudicato il miglior jet da addestramento ‘combat’ per le esigenze dell’aeronautica».

Parole che l’analista militare di Haaretz in qualche modo smentisce. Anzi, giudica fondate le paure della Corea del Sud su un possibile «vantaggio significativo» in partenza per quanto riguarda la proposta italiana. «Il primo ministro italiano Silvio Berlusconi – commenta Harel – è un convinto sostenitore d’Israele e ha relazioni molto strette con Netanyahu. Un’alleanza che il governo israeliano ha un disperato interesse a preservare, nella fase di crescente isolamento internazionale in cui si ritrova».

Leonard Berberi

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