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Milleottocentonovanta giorni dopo

Aviva Shalit, la mamma di Gilad, protesta davanti all'ufficio del primo ministro israeliano Netanyahu a Gerusalemme, nel giorno del compleanno del figlio rapito (foto di Baz Ratner / Reuters)

Uno strazio. Più che un compleanno. Un colpo al cuore. Più che un sorriso. Milleottocentonovanta giorni dopo siam sempre lì: alle prese con un ragazzo 25enne rinchiuso chissà dove, con due genitori ormai allo stremo e un governo smarrito, incapace di riportare a casa un suo soldato. Soprattutto: un suo figlio.

Milleottocentonovanta giorni dopo, Gilad Shalit, nato a Nahariya il 28 agosto 1986, rapito in territorio israeliano il 25 giugno 2006 dai miliziani di Hamas, ecco, Gilad è sempre là. Fermo. Sospeso. In attesa, lui, di non si sa cosa, visto che ormai qui tutte le opzioni si sono dissolte nel vento caldo che brucia la gola e che soffia in un territorio martoriato più dai muri mentali che da quelli fisici, più dai proiettili verbali che da quelli veri e propri sparati ogni giorno. In attesa, noi, di capire se esiste ancora – in questo mondo – un minimo d’umanità. Un pizzico d’amor filiale. Un briciolo di pietas. Una goccia di sentimento. Qualsiasi sentimento.

Milleottocentonovanta giorni dopo, siamo sempre qui. A celebrare l’ennesimo compleanno di un ragazzo che, in circostanze a lui meno sfavorevoli, il mondo non avrebbe mai conosciuto. Al massimo, l’avrebbe visto in qualche istantanea scattata dai fotografi, di quelle immagini che girano in un flusso senza sosta nelle agenzie stampa internazionali e che finiscono puntualmente sulla carta ogni volta che c’è una frizione tra israeliani e palestinesi.

E invece. Milleottocentonovanta giorni dopo, siamo qui – sempre qui – a parlare di lui. A raccontare, a ricordare, a rinfrescare la memoria su una vicenda che sembra interessare più al popolo che ai politici, più a chi ha figli, fratelli, sorelle e nipoti, che a chi ha il dovere di garantire la sicurezza per ognuno dei suoi cittadini. Nessuno escluso.

Buon compleanno Gilad. Ovunque tu sia. E chissà che, oggi che è il tuo compleanno, ma anche la fine del Ramadan, ecco,  chissà che i tuoi carcerieri non decidano di mettere da parte il loro odio, la loro follia, la loro disumanità, per restituirti a mamma Aviva e a papà Noam. Loro ti aspettano nella nuova casa: una tenda sotto alla villa dei Netanyahu. Così da ricordare a “Bibi” giorno dopo giorno che c’è ancora un figlio da riportare a casa. E da riabbracciare.

© Leonard Berberi
Twitter @leonard_berberi

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14 thoughts on “Milleottocentonovanta giorni dopo

  1. Abbiate il coraggio di dire che schalit é stato catturato mentre si preparava a invadere armi in mano la striscia di Gaza!

    Se se ne restava in Francia col suo simile Sarkozy a quest’ora era ancora libero!

    Visto che ci si guadagna a INVADERE LA TERRA ALTRUI???????

    • Esistono migliaia di persone alle quali è stata sequestrata la terra, imprigionata la vita, spezzato il futuro.
      Questo untuoso sentimentalismo verso i forti è urtante.

    • Johnny Mardkhah ha detto:

      Ah, adesso ho capito: Israele ha evacuato Gaza senza condizioni per poi ridoverla invadere.
      Molto ironico da parte di un musulmano parlare di invadere la terra altrui. Non siete stati voi a invadere metà del mondo conosciuto con la vostra jihad? NESSUNO vi ha chiesto di occupare l’odierna Israele nel 638.

  2. Caro leonard, grazie per averlo ricordato anche a noi. Mi vengono i brividi a pensare ad un giovane soldato israeliano nelle mani di Hamas, davvero. Eppure… inosmma, è difficile da dire senza diventare insensibili o di parte, ma quanti Shalit ci sono da parte palestinese? Lo sai meglio di me. I numeri parlano di centinaia, migliaia di ragazzi nelle carceri israeliane. sai bene che basta avere 12 anni e tirare sassi a 500 metri da una camionetta (un simbolo, quindi, perchè i sassi non possono far male a nessuno) per essere arrestati, picchiati, a volte torturati. Ecco, tutte le volte che si parla di Shalit, sarebbe giusto parlare anche di questi qua. E poi riparlare di Shalit, di nuovo, per non finire sempre a guardare il dolore degli uni e non degli altri.

    • Hai ragione: anche dall’altra ce ne sono tanti di Shalit. E gli abusi di parti dell’esercito israeliano sono ormai provati. In passato su questo blog ho scritto di questi dossier.

      Ma domenica era il compleanno di Gilad. E a me non piace proprio quando parlando di una cosa la si cerca di smussare dicendo “però anche dall’altra parte è così, se non peggio”. Lo sappiamo tutti che torti e ragioni, in quel pezzo di terra, sono distribuiti in modo quasi uguale. Il punto è che, almeno quando sappiamo i nomi e cognomi di persone che sono rimaste incastrate nel tritacarne mediorientale è giusto rendere loro memoria. Anche perché qui, in Europa, non è che ci siano stati tutti questi articoli su Gilad…

      • Sono d’accordo, in parte. Non è per smussare, ma per equiibrio ci dovrebbero essere articoli anche dall’altra parte.
        Perchè qui in Europa non ho mai letto mai nessun articolo su 25enni o 12enni o 30enni arrestati da Israele.
        E forse proprio perchè non ne sappiamo nomi e cognomi. Il che è peggio.
        Sto dicendo che in un mondo ideale ci sarebbe un articolo per ciascuno di loro (e quindi, forse, 100, 1000 a 1).
        Non ho nulla contro Shalit, porta colpe non sue, e le sue eventuali le ha pagate a caro prezzo. Ma non voglio neanche che venga usato come bandiera per dire al modno che da una parte ci sono pazzi sanguinari terroristi (che, fra l’altro, ci sono) e dall’altra poveri indifesi. Neanche questo è un messaggio corretto (so che non lo dici, anzi).

  3. Ho scritto nel mio commento “sentimentalismo e untuoso” per l’irritazione che mi ha provocato la celebrazione del compleanno di Gilad estraniando il ragazzo dal contesto di cui è vittima. Potevo dire “romantico”, era un modo più gentile ma non sarebbe stato sincero.

    Non è affatto dimenticato Gilad: il sindaco di Roma gli ha conferito la cittadinanza onoraria e ciò nell’anniversario della sua cattura, una data significativa.

    In quanto a papà Noam, fa di più che aspettare, prende virilmente posizione
    “Noam Shalit said: “A leader who is prepared to deal with the abandonment for many years of an IDF soldier and is not prepared to deal with the calculated risks of bringing him home, is not worthy to lead this country.” http://972mag.com/photos-low-turnout-for-j14-weekend-demonstrations/
    Gilad potrebbe già essere a casa, se non fossero Netanyahu e il suo governo talmente privi di pietas da negare perfino la restituzione dei corpi dei palestinesi morti.
    Grazie per aver ospitato il commento, buona fortuna al blog

    • stella ha detto:

      Ghilad potrebbe essere a casa se non ci fosse Hamas a Gaza, se i palestinesi avessero una rappresentanza democratica e se l’Europa e gli Usa avessero interesse per la sua liberazione. Sembra invece che l’interesse occidentale sia quello di non scontentare gli arabi

  4. stella ha detto:

    Dunque ho scoperto che le pietre non fanno male, allora non capisco perchè quando le tirano in Italia invece fanno male. Sono pietre diverse? Di prigionieri ce ne sono anche in Israele, ma colpisce il fatto che Ghilad non abbia potuto ricevere visite da nessuno, che non si sappia piu’ niente. In fondo i prigionieri palestinesi in Israele ricevono le visite dei parenti, poi quelli piu’ conosciuti come Barghouti, rilasciano anche conferenze stampa. Come mai qui nessuno lo dice? Forse perchè Ghilad è israeliano ed in piu’ ebreo? Mi sa di si

  5. Johnny Mardkhah (Belgio) ha detto:

    Faccio osservare che i palestinesi imprigionati nelle carceri israeliane sono stati arrestati mentre compievano atti di violenza (NESSUN 12enne menter tirava un sasso contro un carro armato da 500 m.) – a proposito: com’è che nei paesi arabi nessuno tira sassi contro la polizia o i soldati? perché lì sanno bene che sarebbero mitragliati.

    A parte questo, i carcerati palestinesi in Israele hanno avuto un processo regolare con avvocato difensore, ricevono regolarmente visite della famiglia e di amici e della croce rossa; vivono in celle aerate, con la tv e apparecchio dvd, dispongono in prigione di una biblioteca, ricevono posta, e possono studiare per corrispondenza nelle università israeliane (non hanno mai voglia di studiare in quelle palestinesi perché sanno che quelle israeliane danno un’istruzione MOLTO superiore).

    E quando escono magari sono addirittura ingrassati, come Samir Kuntar, quello che ha ammazzato una bambina di 4 anni sfracellandole il cranio contro una roccia.

  6. Mi sembra che l’argomento abbia fatto uno scarto laterale, e dal come liberare gilad (cosa che potrebbe finalmente avvenire in questa tornata di trattative in Egitto) al sistema carcerario in Israele.
    Sistema che viene descritto dal commentatore precedente come invidiabile condizione welfare . Avanzo l’ipotesi che manchi di informazioni – Anche solo leggendo Haretz si trovano articoli su casi di detenzione variamente criticabile di cittadin israeliani, perciò dubito fortemente che ai palesinesi sia riservato un paradiso;– ma sull’affermazione *processi regolari prima del”incarcerazione* ecco il primo es che mi viene sott’occhio: “She said Saadi, from the West Bank town of Jenin,
    had been imprisoned without trial since last June,
    http://www.haaretz.com/news/palestinian-held-for-8-months-in-jail-to-be-expelled-to-gaza-1.13267

    Io in quelle condizioni dei dvd e dei manicaretti per rimpolpare le curve me ne farei un baffo, anzi entrerei in sciopero della fame, e circa il tipo di istruzione che mi darebbero la rifiuterei perchè carente del primo principio dello stato civile: processo e difesa, prima della galera.

    Ammiro e sostengo i cittadini israeliani, e tengo a ricordare che per un quarto sono arabi, circassi, armeni., tanto quanto sono critica sui governi che si sono succeduti finora, e mi allineo alle critiche interne sul modo con cui hanno sistematicamente -finora- fatto fallire i meeting per la liberazione di Gilad.

  7. Croce Rossa docet:
    riprovevole reciprocità (ma su numero di casi stratosfericamente diverso!)

    Ma l’annuncio del premier israeliano di inasprire le condizioni di vita dei prigionieri palestinesi pare confermare che una sorta di reciprocità esiste. E Hamas non cede, forte del fatto che le condizioni in cui Shalit è detenuto sono le stesse in cui sono costretti seimila prigionieri palestinesi, condizioni riportate dalla stessa Croce Rossa. L’ICRC continua a chiedere a Israele di facilitare le visite dei familiari ai detenuti provenienti dalla Striscia di Gaza. Alcune famiglie non riescono ad incontrare da decenni mariti, figli e figlie incarcerate durante la Prima Intifada. Nena News http://www.nena-news.com/?p=10965

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