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Eichmann, l’Archivio di Stato: l’esecuzione del gerarca e i dilemmi morali degl’israeliani

L'imputato Adolf Eichmann passeggia nel cortile del carcere di Ramla il 1° aprile 1961 (foto John Milli / Gpo)

Altro che scelta fatta a cuor leggero. Prima di arrivare alla sentenza definitiva ci sono stati litigi, dilemmi morali, lacerazioni culturali e politiche. Perché anche se l’imputato si chiamava Adolf Eichmann e anche se era stato lui a organizzare l’eccidio di massa degli ebrei durante il Nazismo, ecco, Eichmann restava comunque un uomo. E per questo, forse, andava rispettato. Era fatto di carne e ossa anche lui. Esattamente come i suoi giudici.

Il retroscena, che ha accompagnato gli ultimi mesi del gerarca nazista catturato in Argentina e giustiziato in Israele, ora è nero su bianco negli Archivi di Stato di Gerusalemme. Cinquant’anni, esatti, dopo il processo al «manager» nazista. Buona parte è stata pubblicata in formato digitale anche sul sito www.archives.org.il.

E così si viene a sapere che l’esecuzione provocò lacerazioni nei vertici politici e culturali dello Stato ebraico. All’ultimo minuto si sono fatti avanti anche intellettuali importanti per chiedere un atto di clemenza all’allora capo dello Stato, Yitzhak Ben Zvi. Ma il premier David Ben Gurion ebbe l’ultima parola e Eichmann fu così mandato al patibolo.

Sul sito sono disponibili un centinaio di documenti relativi alla cattura del gerarca in Argentina (correva l’anno 1960), al processo (1961) e alla sentenza capitale (1962). Fra quelli divulgati ci sono anche due testi scritti in cella dallo stesso Eichmann: le sue “Memorie” (che sperava di poter pubblicare in Germania, per finanziare il processo) e un componimento autobiografico (“Goetzen”), con le riflessioni successive al processo.

Un uomo aspetta l'inizio del processo ad Eichmann in qualità di spettatore

Gli archivi hanno pubblicato anche il contenuto dei suoi colloqui con l’avvocato difensore tedesco, Robert Servazius, in cui ammette fra l’altro di aver fatto ricorso ad abbondanti dosi di alcol dopo aver assistito a fucilazioni di massa di ebrei e di aver visto lo sterminio di altri ebrei ad Auschwitz.

Per molti israeliani, fa notare l’Archivio di Stato, il processo Eichmann fu il primo contatto ravvicinato con la Shoah. In precedenza il loro approccio era stato «unidimensionale», caratterizzato da una incomprensione di fondo verso la sua ampiezza e verso i superstiti. Israele avrebbe dunque seguito come ipnotizzato i dibattimenti processuali: al termine sarebbe divampato il dibattito se eseguire la sentenza capitale.

Eichmann legge libri e scrive le sue memorie nella sua cella di Ramla il 15 aprile 1961

Da un lato, scrivono i funzionari dell’Archivio, «c’era chi si offrì volontario per impiccare Eichmann, animato dalla esigenza di vendicare congiunti uccisi dai nazisti». Ma c’era anche «una forte corrente di intellettuali che, per ragioni di principio, si opponeva strenuamente». «Noi non vogliamo che questo aguzzino ci porti al punto che dalle nostre fila esca un boia. Se lo facessimo, elargiremmo all’aguzzino una specie di vittoria, una vittoria che non vogliamo», scrivevano nel maggio 1962 al presidente Yitzhak Ben Zvi alcuni degli intellettuali più rispettati di Israele. Fra questi: il filosofo Martin Buber, lo scienziato Hugo Berman, il ricercatore Gershom Sholem e venti altri ancora.

Il dissenso – si legge ancora nei documenti – entrò perfino nella stanza del governo. Il laburista Levy Eshkol (futuro premier) e il nazional-religioso Yosef Burg elevarono la loro voce contro la esecuzione, per ragioni sia di carattere morale che pratico. Ma Ben Gurion impose il proprio volere. Così Israele mandò Eichmann alla forca. Come le vittime nei campi di sterminio, sarebbe stato poi cremato. Le sue ceneri furono disperse in mare.

© Leonard Berberi

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2 thoughts on “Eichmann, l’Archivio di Stato: l’esecuzione del gerarca e i dilemmi morali degl’israeliani

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