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Accordo Iran-Siria, così l’esercito della Repubblica Islamica mette piede nel Mediterraneo

L’accordo, passato in silenzio in Europa, è di quelli che cambiano la geopolitica mediterranea. Perché, nave dopo nave, l’Iran costruirà la sua prima base navale nel Mediterraneo. Non è più un timore dei servizi di sicurezza israeliani. E non è nemmeno l’ennesimo allarme di Gerusalemme.

Dal 25 febbraio c’è un patto formale, in cui i due paesi, Iran e Siria, si impegnano a lavorare nei prossimi mesi alla costruzione di un porto di appoggio per la marina – militare – di Teheran. A pochi metri di distanza da quello di Latakia.

La base, stando a quanto previsto dall’accordo, avrà anche un deposito di armi che sarà gestito dalla tecnologia usata dalla guardia rivoluzionaria iraniana. Si partirà dall’allargamento del porto di Latakia, per passare poi all’abbassamento del fondo marino dell’area e all’installazione di tutta la strumentazione necessaria a trasformare la zona in area militare. In questo modo potranno attraccare non solo le navi della marina, ma anche i sottomarini.

La notizia è importante per almeno due ragioni. La prima: in questo modo l’Iran mette piede in modo stabile nel Mediterraneo (così come anticipato, sempre su Falafel Cafè, il 16 febbraio scorso). La seconda: la Repubblica islamica, con una postazione fissa in Siria, sarà in grado di gestire da nord e da est un eventuale conflitto in Medio Oriente. Ahmadinejad, ora, è a soli 287 chilometri da Israele.

A tutto questo si aggiunge anche dell’altro. Per esempio, l’accordo russo-siriano che prevede la vendita a Damasco di missili da crociera (cruise) “Yakhont” che non sono rintracciabili dai radar militari e con un raggio d’azione di trecento chilometri. Quanti ne basterebbero, in una eventuale guerra contro Israele, per colpire il porto più settentrionale del Paese, Nahariya. Che si trova, appunto, a 287 chilometri. E ancora: all’esercito siriano saranno consegnati anche i “Bastion”, le piattaforme di lancio, capaci di tenere 36 missili ciascuna.

I movimenti degli ultimi giorni hanno un loro senso, nello scacchiere mediorientale. Il punto d’appoggio siriano dell’Iran e la vendita di missili russi a Damasco chiudono un giro di accordi, nascosti e non, in cui Russia, Siria e Iran si alleano contro l’asse Usa-Israele per depotenziare – come prima cosa – la Sesta flotta della marina americana che si trova in pianta stabile nei pressi dell’area.

Così, mentre Europa e Usa guardano al Nord Africa, e mentre Israele alza la voce (ma resta inascoltata), a poche centinaia di chilometri dell’Ue si apre un nuovo fronte diplomatico e militare per la comunità internazionale.

© Leonard Berberi

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3 thoughts on “Accordo Iran-Siria, così l’esercito della Repubblica Islamica mette piede nel Mediterraneo

  1. sam ha detto:

    Buongiorno dott. Berberi.
    Ho letto con interesse la Sua analisi. Mi viene spontanea una domanda: e questo al di la delle simpatie o antipatie che ciascuno può – legittimamente – avere per una o l’altra delle parti in conflitto nel complicato scacchiere medio orientale.
    Quello che sta accadendo altro non è, a mio parere, che la manifestazione della più classica situazione dettata dalla politica di potenza. Ossia, contrapposizione di forza a forza. Dal momento che Israele ha un potenziale di deterrenza di fuoco (in senso lato) molto elevato non dovrebbe stupire se i suoi vicini si industriano a ristabilire l’equilibrio strategico e tattico regionale. Sotto il profilo di una analisi asettica e strettamente militare le grida allo scandalo sono fuori luogo. Israele si sente minacciato, quindi si arma; i suoi vicini si sentono minacciati, quindi si armano. Capisco che dopo quarant’anni di indiscussa supremazia strategica e tecnologica perdere la certezza del primato possa costituire un ostacolo – anche psicologico – notevole. Ma sono i fatti. Vediamola in positivo: quando le forze delle parti in causa tendono ad equivalersi, ossia quando nessuno dei contendenti ha la ragionevole certezza di poter imporre con la forza le proprie condizioni all’altro, le probabilità di un accordo equo (e quindi statisticamente più duraturo) aumentano. Gli israeliani sono tutto meno che stupidi o disinformati: e sanno perfettamente che una guerra con la Siria sarebbe un piatto molto indigesto, forse troppo (Libano docet). Quindi le scelte sono due: strepitare allarmismi per uscire da una situazione di isolamento internazionale crescente (va bene, mettiamoci la politica “prudente” degli USA, mettiamoci che i soldi scarseggiano per tutti, ma anche il governo di Tel Aviv ci ha messo del suo per farsi malvolere all’estero da fine 2008 in poi, siamo sinceri) oppure, con tanto sano realismo, intavolare trattative eque al fine di scoraggiare le controparti ad azioni aggressive che – allora si! – sarebbero immediatamente condannate dal consesso internazionale; naturalmente le trattative devono coinvolgere i palestinesi, altrimenti ha idea di che pasticcio?… Diversamente si rischia di fare retorica con il rischio che ancora una volta un sacco di gente ci lasci la pelle. Un cordialissimo saluto, S.

    • Gentile Sam,
      concordo con lei sul ragionamento di principio: è vero, una realtà troppo forte (Israele) in un’area delicata, ma piena di paesi deboli (Medio Oriente), porta uno squilibrio che poi non sempre resta tale, anzi spesso sfocia in conflitto armato. Però mi viene un dubbio: siamo sicuri che Paesi con la stessa potenza militare poi finiscono per comportarsi come Usa e Unione Sovietica durante la Guerra Fredda? Io credo che la risposta non sia così scontata. Non solo perché la Storia di solito tende a non ripetersi con le stesse modalità, ma anche perché qui abbiamo a che fare con realtà che confinano tra di loro e dove il senso del pericolo è costante e diretto.

      Israele (e l’Ue) non può permettersi un Iran nel Mediterraneo; Israele (e l’Ue) non può permettersi una Siria troppo forte; Israele non può accettare che il Libano si riarmi, così come non può tollerare che l’Egitto passi dalla parte degli Stati ostili a quello ebraico. E’ ovvio che la guerra non conviene a nessuno. Questo non solo adesso, ma sempre. Il punto è però se prima ancora di arrivare al conflitto c’è margine per il dialogo. In questi mesi temo di no: vuoi per le rivolte arabe contro i regimi semi-dittatoriali, vuoi per la crisi economica e le riserve petrolifere, vuoi per la divisione storica tra ebrei e musulmani. Vuoi per scelte politiche – dalle parti di Gerusalemme – dettate più da ragioni elettorali (e religiose), che altro. Vuoi per una serie di formazioni politico-militari (Hezbollah, Hamas) che vogliono tutto, anche annientare l’esistenza dello Stato ebraico con i suoi sette milioni di abitanti.

      Se poi vogliamo parlare delle trattative, il discorso diventa ancora più complesso: nessuna parte in causa – Israele, Palestina, Libano, Siria – mi sembra disposta a fare sacrifici. Un accordo non si raggiunge senza una rinuncia a qualcosa da parte degli Stati. Prendiamo il caso di Gerusalemme. Israele la vuole tutta per sè. La Palestina pure. Prendiamo il Golan. Israele non vuole lasciarla ai siriani, i siriani non vogliono cederla a Israele. Prendiamo le colonie in Cisgiordania… ormai in Medio Oriente va così. Non per ottusità mentale dei governi locali (non solo, almeno). Ma anche perché dall’Europa – e dagli Usa – spesso si apre la bocca sulla questione mediorientale con la presunzione di sapere tutto e di avere le chiavi per interpretare la realtà. Non è così. Gli unici che possono risolvere i problemi sono proprio le parti in causa. Ue e Usa, al massimo, possono dare il supporto logistico. Ammesso che l’Ue sia ancora in grado di esprimere una politica estera…

      Un cordiale saluto anche a lei
      Leonard

  2. Pingback: Siria verso la Democrazia: il tramonto del boia Assad. - Pagina 20

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